Geopolitica del cyberspazio_Rete cibernetica sopra l’Europa

Geopolitica del cyberspazio: il nuovo Heartland? La lezione di Mackinder

Geopolitica del cyberspazio: come regge oggi l’analogia con la teoria dell’Heartland di Mackinder e che cosa implica, in concreto, per chi deve proteggere infrastrutture e informazioni.

La geopolitica del cyberspazio riparte da un’idea di oltre un secolo fa. Nel 1904, nel saggio The Geographical Pivot of History, Halford Mackinder formulò la teoria dell’Heartland: il controllo del “cuore” geografico dell’Eurasia darebbe un vantaggio decisivo alla potenza che lo detiene. Il presupposto era semplice: la posizione geografica può trasformarsi in potere strategico.

Oltre un secolo dopo la geografia non è scomparsa. Sono cambiati gli spazi in cui il potere si concentra. Da qui la domanda centrale della geopolitica del cyberspazio: si può parlare di un Heartland digitale, cioè leggere il cyberspazio come il nuovo cuore della competizione strategica?

Secondo l’autore l’analogia regge, ma va adattata. Il cyberspazio non è un territorio omogeneo, non ha un unico centro di gravità e non si “occupa” in senso tradizionale. Conta per i nodi, le infrastrutture, i dati e le dipendenze: la loro centralità produce effetti ben oltre il perimetro in cui si trovano.

In sintesi

  • L’Heartland digitale non è un luogo: è l’insieme dei nodi da cui dipendono funzioni essenziali.
  • La centralità di un’infrastruttura dipende da quante funzioni ne dipendono, non dalle sue dimensioni.
  • Per chi difende, la domanda chiave passa da “qual è la vulnerabilità?” a “che cosa accade agli altri sistemi se questo nodo cade?”.
  • Resilienza significa diversificare, segmentare e ridurre i punti singoli di guasto.

La geografia non scompare: diventa digitale

Il cyberspazio è un ambiente stratificato e interconnesso, in cui interagiscono tre dimensioni: fisica, logica e cognitivo-semantica.

Il livello fisico: data center, satelliti e cavi sottomarini

Alla base sta il livello fisico, il meno visibile e il più determinante. Data center, reti di telecomunicazione, sistemi satellitari, infrastrutture energetiche e cavi sottomarini formano la componente materiale su cui poggia l’intero ecosistema digitale.

Cavi sottomarini, punti di approdo e hub

I cavi sottomarini ne sono l’esempio più chiaro. Le reti in fibra ottica che attraversano i fondali trasportano la quasi totalità del traffico dati intercontinentale: TeleGeography parla di oltre il 99%, con la cautela che mancano dati recenti sul traffico satellitare.

La geografia fisica continua dunque a condizionare quella digitale. Dorsali, punti di approdo, hub e possibilità di diversificare le rotte hanno un valore strategico preciso. Un tempo le rotte commerciali univano territori e mercati; oggi le dorsali digitali uniscono governi, economie, istituzioni e società. L’autore ha analizzato vulnerabilità e strategie di resilienza di queste dorsali in Cybersecurity e infrastrutture critiche sottomarine; sul versante geopolitico, Cybersecurity e cavi sottomarini: la nuova sfida strategica offre un secondo approfondimento.

Dalla centralità territoriale alla centralità funzionale

Dove si trova, allora, il nuovo Heartland? Non in un’unica area geografica. Emerge dove si concentrano funzioni essenziali: grandi infrastrutture di connettività, data center, piattaforme cloud, reti satellitari, componenti critiche della filiera di fornitura e tecnologie emergenti che elaborano e trasferiscono informazioni.

La centralità non dipende dalle dimensioni di un’infrastruttura, ma dal numero di funzioni che ne dipendono. Qui la teoria di Mackinder va adattata: alla centralità territoriale si affianca quella funzionale.

Un nodo remoto può essere strategico se da esso dipendono migliaia di processi. Un’infrastruttura apparentemente secondaria può diventare un punto di pressione se non esistono alternative.

Per chi deve proteggere il cyberspazio la conseguenza è immediata: non basta mappare gli asset. Bisogna mappare le dipendenze.

Dal controllo dell’infrastruttura al controllo del flusso di dati

La centralità delle dipendenze sposta l’attenzione dall’infrastruttura al flusso di dati che essa rende possibile.

Mackinder valutava il controllo dello spazio anche in base alle possibilità di movimento e di accesso alle risorse. Nel cyberspazio una delle risorse strategiche fondamentali è il flusso informativo.

Il dato viene prodotto, trasferito, elaborato, archiviato e riutilizzato. Il suo valore non dipende solo dal luogo in cui è conservato, ma dall’intero sistema tecnologico che lo elabora e lo trasforma.

Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale (IA). I sistemi di IA usano i dati come materia prima per l’apprendimento e trasformano grandi quantità di informazioni in schemi, correlazioni, previsioni e nuovi modelli interpretativi. Le nuove informazioni alimentano conoscenza e capacità decisionali, che a loro volta generano nuovi dati e nuove possibilità di analisi.

Il valore strategico, quindi, non sta soltanto nel possedere l’informazione, ma nella capacità di controllarla, elaborarla e trasformarla in conoscenza utilizzabile. Per questa capacità di trasformazione l’autore paragona il dato al “nuovo oro nero”.

Lo strato cognitivo: il territorio invisibile del cyberspazio

Se l’infrastruttura è la dimensione fisica dell’Heartland digitale, lo strato cognitivo-semantico ne è la dimensione meno visibile, ma non meno rilevante.

Piattaforme social e ambienti digitali producono di continuo informazioni su comportamenti, preferenze, relazioni e interessi. Aggregati e correlati, questi dati diventano profili e conoscenza.

A questo livello il confine tra informazione e potere si assottiglia. Il dato non è solo qualcosa da proteggere: serve anche a comprendere i comportamenti, a orientare le decisioni e a sviluppare capacità di analisi.

Pesa poi la persistenza della traccia digitale. Una parte significativa delle informazioni viene raccolta dalle piattaforme social, conservata nei data center e può alimentare analisi per anni. La metafora del dato scritto “non a matita ma a penna” lo spiega bene: ciò che si produce nel cyberspazio può lasciare una memoria molto più duratura di quanto l’utente percepisca.

L’Heartland digitale, dunque, non coincide solo con i luoghi in cui i dati transitano o vengono conservati. Comprende anche gli ambienti in cui vengono interpretati, correlati e trasformati in conoscenza.

Dipendenze digitali: dalla vulnerabilità al rischio sistemico

Da questa prospettiva discende un’implicazione di sicurezza: proteggere il cyberspazio significa, prima di tutto, capire dove si concentrano le dipendenze.

Un fornitore di servizi cloud, una dorsale di comunicazione o un’infrastruttura tecnologica diventano colli di bottiglia strategici quando la loro indisponibilità provoca effetti a cascata su sistemi apparentemente distinti.

[Da confermare con l’autore, con fonte primaria: un esempio concreto. Il volume cita il sabotaggio del Nord Stream del settembre 2022, che ha acceso l’attenzione sulla possibile esposizione delle dorsali sottomarine, e il piano d’azione della Commissione europea sulla sicurezza dei cavi sottomarini del 21 febbraio 2025.]

La domanda, quindi, non dovrebbe essere solo: qual è la vulnerabilità di questo sistema? Dovrebbe diventare: che cosa accade agli altri sistemi se questo nodo viene compromesso?

La differenza è sostanziale: si passa dalla valutazione della vulnerabilità alla valutazione del rischio sistemico. Il quadro europeo va già in questa direzione: la direttiva NIS2 include tra gli obblighi di gestione del rischio anche la sicurezza della catena di fornitura.

Resilienza: diversificare, segmentare, ridurre i punti singoli di guasto

Qui la resilienza diventa centrale. Diversificare i fornitori dei servizi abilitanti, predisporre alternative, segmentare le reti e ridurre la dipendenza da singoli punti di guasto non protegge soltanto una singola infrastruttura. Impedisce che un evento isolato si propaghi fino a compromettere funzioni essenziali.

Cyber intelligence: mappare la geografia delle dipendenze digitali

Se la natura delle vulnerabilità cambia, deve cambiare anche il modo di osservarle.

La cyber intelligence non può limitarsi a individuare le minacce. Deve aiutare a ricostruire la “geografia delle dipendenze digitali”: chi controlla un’infrastruttura, dove transitano i dati, quali tecnologie sostengono un servizio, quali fornitori ne garantiscono il funzionamento e quali nodi possono diventare punti di pressione.

Non basta sapere quali asset proteggere. Occorre capire come sono collegati e che cosa succederebbe se diventassero indisponibili.

Leggere relazioni, concentrazioni e interdipendenze permette di passare dalla semplice mappa delle vulnerabilità alla comprensione dell’architettura strategica del cyberspazio.

Il volume «Intelligence e sicurezza del cyberspazio»

Su queste riflessioni si fonda la seconda edizione, pubblicata nel 2026, di Intelligence e sicurezza del cyberspazio. Rispetto all’edizione del 2022, il volume amplia l’analisi della geopolitica del cyberspazio e dei suoi legami con tecnologia, intelligence e fattore umano.

Il cyberspazio è il nuovo Heartland di Mackinder? Nella geopolitica del cyberspazio contano le dipendenze, dai cavi all'IA, più dei singoli asset.
Vinciguerra C., Intelligence e sicurezza del cyberspazio, seconda edizione, 2026.

Il libro non si limita ad aggiornare una materia in evoluzione. Osserva il cyberspazio come un sistema in cui infrastrutture, dati, tecnologie e capacità decisionali concorrono a definire i nuovi equilibri di potere. In questa cornice l’autore propone il concetto di Heartland digitale: non un territorio fisico da conquistare, ma una rete di infrastrutture, informazioni e capacità tecnologiche, la cui centralità può condizionare flussi, dipendenze ed equilibri strategici.

Cambia anche lo sguardo sul fattore umano. Secondo l’autore la persona non è solo l’anello debole della sicurezza, ma può diventare una risorsa strategica. Errori e vulnerabilità cognitive e comportamentali possono amplificare il rischio; competenza, pensiero critico, creatività e capacità di adattamento possono rafforzare la resilienza.

La resilienza segna uno dei passaggi più importanti di questa impostazione. Difendere non basta più. In un ecosistema sottoposto a perturbazioni, attacchi e cambiamenti continui, la sicurezza deve includere la capacità di assorbire l’impatto, adattarsi, recuperare e garantire la continuità operativa.

La sicurezza del cyberspazio diventa così un sistema dinamico, in cui pubblico e privato devono cooperare in modo sempre più concreto. Protezione delle infrastrutture, condivisione delle informazioni, gestione delle dipendenze e capacità di risposta convergono su un obiettivo comune: preservare la continuità delle funzioni critiche da cui dipende il Paese.

Geopolitica del cyberspazio: da che cosa dipende tutto il resto

La questione resta quella posta da Mackinder: dove si concentra oggi il potere?

La risposta non può più essere soltanto geografica. Nella geopolitica del cyberspazio il potere tende a concentrarsi nei nodi in cui convergono infrastrutture, dati, capacità tecnologiche e dipendenze: nei cavi che collegano i continenti, nei data center, nelle reti satellitari, nelle piattaforme che raccolgono le informazioni generate dagli utenti e che l’IA trasforma in conoscenza.

Per chi deve proteggere infrastrutture e informazioni, la conseguenza è concreta: passare dalla difesa del singolo asset alla comprensione dell’ecosistema; dalla vulnerabilità isolata alla dipendenza; dalla protezione del perimetro alla resilienza della rete.

Qui l’analogia con Mackinder mostra la sua utilità. Non perché il cyberspazio sia un nuovo territorio da conquistare, ma perché, come nell’Heartland originario, alcune posizioni danno a chi le controlla un vantaggio strategico che si propaga ben oltre i loro confini. Oggi quelle posizioni possono essere fisiche e virtuali, infrastrutturali e cognitive, visibili e invisibili.

L’Heartland del XXI secolo non è necessariamente un luogo. È il punto della rete da cui dipendono gli altri.

E per chi deve difenderlo, la prima forma di sicurezza non è sapere soltanto che cosa proteggere. È sapere da che cosa dipende tutto il resto.

Domande frequenti:

Che cos’è l’Heartland digitale, applicato al cyberspazio?

Riprende la teoria dell’Heartland di Mackinder. Secondo l’autore è l’insieme di infrastrutture, dati e capacità tecnologiche la cui centralità condiziona flussi, dipendenze ed equilibri strategici. Non è un territorio da conquistare, ma una rete di nodi da cui dipendono funzioni essenziali.

Che differenza c’è tra centralità territoriale e centralità funzionale?

La prima dipende dalla posizione geografica, come nella teoria di Mackinder. La seconda dipende dal numero di funzioni che si appoggiano a un nodo: un’infrastruttura piccola ma insostituibile può essere più strategica di una grande ma ridondante.

Perché la dipendenza è la vera vulnerabilità del cyberspazio?

Perché l’indisponibilità di un nodo, come un fornitore cloud o una dorsale di comunicazione, può propagarsi a sistemi apparentemente distinti. Per questo la valutazione passa dalla singola vulnerabilità al rischio sistemico.

Bibliografia:

 

Profilo Autore

Calogero Vinciguerra è laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e ha conseguito un Master universitario in Sicurezza Informatica e Cybersecurity – Security Manager. Nel corso della sua carriera ha sviluppato un profilo multidisciplinare, integrando competenze teoriche ed esperienze addestrative e operative in contesti sia nazionali che internazionali.
Ha collaborato con organismi della NATO e dell’Unione europea, contribuendo allo sviluppo di iniziative nei settori dell’information assurance, delle operazioni cibernetiche ed elettromagnetiche e delle politiche di sicurezza legate al programma spaziale europeo. In tale ambito, ha fornito un contributo significativo all’evoluzione dell’architettura europea di risposta alle minacce spaziali.
È autore di saggi sui temi della sicurezza e dell’intelligence, tra cui: Intelligence e sicurezza del cyberspazio – seconda edizione (2026), SPAZIO & CYBER. Intersezioni, convergenze e scenari emergenti (2024) e Intelligence e Competitività Economica (2024).

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