Sovranità delle chiavi: il potere che non può più fare eccezione
La sovranità delle chiavi è la risposta europea a un problema di confini. Per anni la sovranità digitale è stata immaginata come una questione di suolo: tenere i dati dei cittadini dentro i confini nazionali, sotto la legge nazionale. Poi è arrivato il CLOUD Act statunitense del 2018, che obbliga i fornitori americani a consegnare i dati che custodiscono ovunque si trovino, e la sentenza Schrems II del 2020, che ha giudicato la sorveglianza statunitense incompatibile con le garanzie europee. La risposta tecnica non è stata geografica, ma crittografica. Le stesse raccomandazioni dell’EDPB indicano nelle chiavi trattenute dal cliente, dentro lo spazio europeo, la misura supplementare che può rendere ineseguibile un ordine straniero sul contenuto: il fornitore, anche se costretto per legge, non riesce a produrre dati leggibili. E meccanismi come l’External Key Store di AWS, o la Double Key Encryption di Microsoft, spingono l’idea fino in fondo: la chiave vive in un modulo che il cliente custodisce, fuori dall’infrastruttura del fornitore, che per sua stessa ammissione non può vederla né gestirla. Chiamiamo tutto questo sovranità delle chiavi. Ma la chiave dà un controllo che, a guardarlo bene, è il rovescio della sovranità.
Il confine è migrato dalla mappa alla chiave
Per secoli la sovranità è stata una faccenda di territorio. Lo Stato, diceva Max Weber, è chi detiene il monopolio della forza legittima su un territorio; la giurisdizione segue il suolo, e il confine è una linea sulla mappa. Il CLOUD Act ha mostrato che il suolo conta sempre meno: gli Stati Uniti raggiungono i dati dei propri fornitori ovunque siano archiviati. E Schrems II ha reso evidente che spostare i server in Europa non basta, se la legge straniera può comunque arrivarci. Quello che mette davvero al riparo non è il luogo, è la chiave. Un server su suolo nazionale può custodire dati che la nazione non sa leggere; dati che all’estero possono restare apribili solo dall’Europa. Il confine è migrato dalla mappa alla chiave, e il territorio, base della giurisdizione per secoli, è diventato una finzione. È in questo spostamento che si gioca oggi la sovranità digitale.
Una sovranità delle chiavi che non può fare eccezione
Eppure, a chiamarla sovranità, qualcosa stona. Per Jean Bodin la sovranità era potere assoluto, perpetuo e indivisibile; per Carl Schmitt era qualcosa di più tagliente ancora: sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Non solo comandare la regola, ma poterla sospendere, oltrepassare, graziare. Finché tiene la chiave, certo, chi la possiede l’eccezione la fa di continuo: decifra, divulga, concede l’accesso a uno e lo nega a un altro, sospende a piacere la regola della riservatezza. Ma sotto quel potere discrezionale c’è un limite che non appartiene a nessuno, ed è la matematica. Quando la chiave è persa, o spezzata tra più custodi perché nessuno la detenga da solo, o non la tiene nessuno di raggiungibile, l’eccezione non è più possibile, per nessuno: il dato è perduto senza appello e senza deroga.
È qui che compare qualcosa di inedito. Non un sovrano che grazia, ma una regola che nessuno, neppure chi l’ha posta, può più sospendere. Il confidential computing, che mantiene la cifratura persino mentre il dato viene elaborato, non fa che restringere ancora lo spazio della grazia. Chi tiene la chiave sembra sovrano, ma si appoggia a un fondamento (la matematica) che non si lascia mai sospendere; e poiché era proprio il poter sospendere a fare il sovrano, questo potere non è sovranità, è altro
Lo Stato che non può più decidere l’eccezione
Lo stesso vuoto lo scopre lo Stato. Per millenni il sovrano poteva sempre forzare la serratura: perquisire, sequestrare, costringere a deporre, dichiarare lo stato d’eccezione. Davanti alla cifratura forte non può più. La logica che protegge l’Europa dal CLOUD Act vale identica contro l’autorità di casa: un ordine, per quanto legittimo, restituisce soltanto cifra muta. Ciò che chiamiamo going dark, e la richiesta insistente di lawful access e di backdoor, è il tentativo dello Stato di riprendersi l’unico attributo che lo faceva sovrano, l’eccezione. Nel 2025 il governo britannico ha imposto ad Apple, con un Technical Capability Notice previsto dall’Investigatory Powers Act, di rendere accessibili i backup cifrati. Apple ha preferito togliere agli utenti britannici la sua cifratura più forte, l’Advanced Data Protection, piuttosto che costruire la deroga. La vicenda, riaperta a fine 2025 con una richiesta circoscritta ai soli utenti britannici, non è chiusa. Le guerre delle chiavi non sono privacy contro sicurezza: sono il braccio di ferro su una domanda sola, se il sovrano possa ancora decidere l’eccezione su un dominio che ha smesso di obbedirgli.
Si dirà che lo Stato può sempre costringere chi la chiave la detiene, obbligarlo a consegnarla o piegarne la volontà. È vero, ed è la prova, non l’obiezione. Significa che il potere è stato respinto dalla sovranità sulla cosa alla coercizione di un corpo: non raggiunge più il dato, solo l’essere umano che potrebbe aprirlo. E dove la chiave non la tiene nessuno di raggiungibile, o è andata davvero perduta, anche quella presa fallisce. L’eccezione è scivolata dall’atto al corpo, lo strumento più rozzo e meno sovrano che ci sia.
Quello che resta da pensare
Diciamo che chi possiede le chiavi possiede la sovranità. È vero il contrario. La chiave introduce, nel cuore del potere, un limite che il sovrano non aveva mai conosciuto: una regola che, quando la chiave non c’è più, nessuno può sospendere, nemmeno chi l’ha posta. E lo Stato, messo davanti a quel limite, chiede una backdoor non per sicurezza, ma per restare ciò che era, colui che decide l’eccezione. La sovranità delle chiavi non è dunque il vecchio potere che cambia sede, dal territorio al codice. È la comparsa di un dominio in cui l’eccezione, quando la matematica non cede, diventa impossibile, e l’unica cosa ancora piegabile resta il corpo di chi sa.
Riferimenti di pensiero:
- Jean Bodin, I sei libri dello Stato (Les Six Livres de la République, 1576).
- Max Weber, La politica come professione (Politik als Beruf, 1919).
- Carl Schmitt, Teologia politica (Politische Theologie, 1922).

