Comunicazioni illecite in carcere: perché i jammer non funzionano e cosa fare davvero
I jammer nelle carceri sono davvero la soluzione al problema dei telefoni cellulari non autorizzati? I dispositivi mobili rappresentano oggi una delle minacce più gravi alla sicurezza penitenziaria. Attraverso questi dispositivi, i detenuti coordinano traffici illeciti, impartiscono ordini a complici esterni, organizzano estorsioni e minacce a testimoni. Il fenomeno è in crescita esponenziale: i sequestri sono più che raddoppiati tra il 2022 e il 2024, passando da 1.084 a oltre 2.250 unità, mentre le modalità di introduzione si sono evolute con l’uso di droni, pacchi postali sofisticati e dispositivi miniaturizzati impossibili da individuare con i metal detector tradizionali.
In questo primo approfondimento a cura di Stefano Cangiano si ricostruisce la genesi della scelta dei jammer, analizzando il contesto storico, politico e operativo che portò all’adozione di questa tecnologia. Vengono esaminati i fattori che resero apparentemente ragionevole tale decisione: le pressioni mediatiche e sindacali, la necessità di una risposta rapida, i costi iniziali contenuti e la visibilità politica dell’intervento. Attraverso una cronologia dettagliata degli eventi dal 2018 al 2025, emerge però un quadro critico: investimenti largamente improduttivi, apparati che giacciono ancora imballati nei magazzini, e un sistema che si sta rivelando tecnicamente inadeguato di fronte all’evoluzione delle reti 4G e 5G.
Dati sui telefoni cellulari sequestrati in carcere: numeri, trend e reti criminali
Il fenomeno dei telefoni cellulari non autorizzati all’interno degli istituti penitenziari italiani è in costante e preoccupante crescita, e rappresenta oggi una delle sfide più complesse per l’amministrazione penitenziaria e per l’intero sistema della sicurezza nazionale. Dati interni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) mostrano che i sequestri di dispositivi mobili sono passati da circa 1.084 unità nel 2022 a oltre 2.250 nel 2024, con un aumento superiore al 100% in soli due anni. Questo trend esponenziale, oltre a indicare l’efficacia e la capillarità delle reti criminali nel far entrare telefonini occultati attraverso canali sempre più sofisticati, mette in luce l’impossibilità strutturale di contenere il fenomeno con semplici controlli manuali o perquisizioni periodiche.
Le modalità di introduzione dei dispositivi si sono evolute nel tempo, passando dai tradizionali metodi di occultamento durante i colloqui con i familiari a tecniche sempre più ingegnose: droni che sorvolano i cortili di passeggio, pacchi postali con doppi fondi, corruzione del personale, e persino il lancio di piccoli involucri oltre le mura perimetrali. La miniaturizzazione dei dispositivi ha ulteriormente complicato le operazioni di contrasto: oggi esistono telefoni delle dimensioni di un accendino, perfettamente funzionanti e dotati di connettività 4G, praticamente impossibili da individuare con i metal detector tradizionali.
L’impiego di telefoni di contrabbando consente ai detenuti di coordinare traffici illeciti con una facilità impensabile fino a pochi anni fa. Attraverso questi dispositivi vengono impartiti ordini a complici all’esterno, organizzate estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori, gestite piazze di spaccio e persino pianificate intimidazioni a testimoni e magistrati. L’interazione con i social network ha aggiunto una dimensione ulteriore al problema: sono documentati casi di boss mafiosi che continuavano a gestire i propri profili Facebook dal carcere, inviando messaggi minacciosi e mantenendo viva la propria presenza simbolica nel territorio di riferimento.
In molti casi, le chiamate vengono effettuate in piena notte o in momenti di massima distrazione del personale, rendendo quasi impossibile l’intervento tempestivo. La carenza cronica di organico che affligge il sistema penitenziario italiano – con rapporti agente-detenuto tra i più sfavorevoli d’Europa – contribuisce a creare finestre di opportunità che i detenuti più scaltri sanno sfruttare con precisione quasi scientifica. Il problema assume inoltre rilievo di sicurezza nazionale quando cellule criminali o terroristiche cercano di contattare vittime o pianificare azioni esterne sfruttando la paradossale “libertà comunicativa” garantita dal carcere.
Jammer nelle carceri: cosa sono e perché sono stati adottati
Per arginare questo rischio, molte amministrazioni hanno valutato o implementato dispositivi di jamming, ossia disturbatori di segnale radio in grado di inibire le comunicazioni GSM, LTE e Wi-Fi. La promessa di questi apparati è apparentemente semplice: creare una “bolla” elettromagnetica attorno all’istituto penitenziario che renda impossibile qualsiasi comunicazione cellulare. Tuttavia, come emergerà nei capitoli successivi, queste soluzioni presentano criticità significative su più fronti, tali da renderle non solo inefficaci ma potenzialmente dannose.
Sul piano dell’inefficacia tecnica, i jammer non coprono in modo omogeneo tutte le bande di frequenza, lasciano inevitabili “zone d’ombra” dovute alla conformazione architettonica degli edifici, e richiedono costosi aggiornamenti per seguire l’evoluzione delle reti 4G/5G. I rischi operativi sono altrettanto rilevanti: questi dispositivi bloccano indiscriminatamente anche le linee di emergenza (112/118), le comunicazioni istituzionali del personale di polizia penitenziaria, e possono interferire con dispositivi medici salvavita come pacemaker e defibrillatori impiantabili. Non meno importanti sono i vincoli legali: in Italia i jammer sono vietati fuori da ambiti strettamente autorizzati e possono configurare i reati di “interruzione di pubblico servizio” (art. 340 c.p.) e di “installazione di apparecchiature per impedire comunicazioni altrui” (art. 617-bis c.p.).
Di fronte a queste criticità, emerge con forza la necessità di soluzioni alternative che superino la logica del disturbo indiscriminato in favore di un approccio più intelligente e mirato. I rilevatori di attività radio cellulare basati su analisi passiva dello spettro rappresentano oggi la frontiera più promettente. Tali sistemi non emettono segnali di disturbo, monitorano costantemente tutte le bande in uplink, catalogano ogni burst di traffico dati o voce, e permettono di localizzare con precisione il punto di trasmissione, consentendo interventi mirati e tempestivi.
Nel seguito di questo articolo esploreremo in dettaglio perché i jammer sono una risposta sbagliata, analizzando i loro limiti tecnici, operativi e normativi; i vantaggi dei rilevatori SDR passivi, con particolare attenzione a come funzionano, come interpretano i segnali e come si integrano nel complesso ecosistema della sicurezza penitenziaria; e infine un case study di un progetto sperimentale condotto in ambiente isolato, che dimostra concretamente l’efficacia del rilevamento passivo in condizioni analoghe a quelle di un vero istituto di pena.
Breve storia dei jammer nelle carceri
Le ragioni della scelta iniziale
Nel contesto temporale in cui maturò la decisione (2018), la scelta del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di ricorrere ai jammer rispondeva a una combinazione di fattori concreti e contingenti che meritano di essere analizzati con attenzione per comprendere come si sia giunti alla situazione attuale. L’utilizzo di disturbatori di segnale appariva, in quel momento storico, come la soluzione più rapida da implementare per fronteggiare un fenomeno percepito come emergenziale, caratterizzato da un incremento costante dei sequestri di telefoni cellulari e da una crescente attenzione mediatica sul tema delle comunicazioni illecite dal carcere.
I jammer offrivano un approccio apparentemente “chiavi in mano”, con tempi di installazione relativamente brevi, costi iniziali contenuti e una promessa di efficacia immediata sulle tecnologie allora prevalenti, in particolare GSM e prime reti LTE. In un quadro segnato da forte pressione politica e sindacale – con i sindacati di polizia penitenziaria che denunciavano quotidianamente l’impossibilità di garantire la sicurezza con gli strumenti disponibili – tale scelta consentiva inoltre all’amministrazione di dimostrare un intervento visibile, facilmente comunicabile all’opinione pubblica e coerente con una linea di fermezza nei confronti della criminalità organizzata.
Il contesto politico dell’epoca non può essere sottovalutato. La questione delle comunicazioni illecite dal carcere era diventata un tema caldo nel dibattito pubblico, alimentato da inchieste giornalistiche che documentavano come boss mafiosi continuassero a gestire i propri affari criminali dalle celle di massima sicurezza. La pressione per una risposta immediata e visibile era fortissima, e i jammer sembravano offrire esattamente questo: una soluzione tecnologica tangibile, un investimento dimostrabile, un’azione concreta da poter esibire di fronte alle critiche.
A ciò si aggiungeva la limitata maturità, in quegli anni, di soluzioni alternative basate su analisi passiva dello spettro radio e sistemi di rilevazione selettiva. Queste tecnologie, pur esistendo già in ambito militare e di intelligence, richiedevano competenze altamente specialistiche raramente disponibili nel contesto dell’amministrazione penitenziaria, infrastrutture dedicate con costi di implementazione significativi, e soprattutto un cambio di paradigma operativo non immediato per un’organizzazione tradizionalmente orientata a soluzioni hardware piuttosto che a sistemi di analisi e intelligence.
In questo quadro si collocano anche le posizioni espresse pubblicamente dal Procuratore Nicola Gratteri, figura di riferimento nel contrasto alla ‘ndrangheta e voce autorevole nel dibattito sulla sicurezza penitenziaria. Gratteri, pur denunciando più volte l’inefficacia complessiva delle misure adottate e i ritardi strutturali dello Stato nel contrasto alle comunicazioni illecite dal carcere, ha in diverse occasioni riconosciuto l’utilità dei jammer almeno come strumento temporaneo nei reparti di alta sicurezza. In interviste e audizioni pubbliche, il Procuratore ha infatti sottolineato come, in assenza di soluzioni tecnologicamente più avanzate e strutturate, i jammer potessero rappresentare una risposta transitoria per limitare le comunicazioni dei detenuti più pericolosi, in attesa di un approccio più organico e duraturo.
Tali posizioni contribuiscono a chiarire come il tema dell’impiego dei jammer non sia riconducibile a una contrapposizione ideologica tra “falchi” e “colombe”, ma vada letto come il risultato di scelte contingenti, maturate in un contesto emergenziale e sotto la spinta di pressioni multiple. Oggi quel contesto appare superato dall’evoluzione tecnologica e dalla disponibilità di strumenti più efficaci, selettivi e sostenibili nel lungo periodo.
Cronologia dei jammer nelle carceri italiane: investimenti e fallimenti
La storia dell’adozione dei jammer nelle carceri italiane si snoda attraverso alcune tappe fondamentali che meritano di essere ricostruite con precisione documentale, anche per comprendere l’entità degli investimenti pubblici che rischiano oggi di rivelarsi largamente improduttivi.
Il 17 ottobre 2018 segna l’avvio formale della gara d’appalto per l’acquisto dei primi apparati jammer, con la firma del decreto da parte del Direttore generale Buffa e un ordinativo iniziale di circa 47 unità destinate agli istituti di massima sicurezza. La scelta di partire dai reparti ad alta sicurezza rispondeva a una logica di priorità: era lì che si concentravano i detenuti più pericolosi, i boss mafiosi e i terroristi per i quali l’isolamento comunicativo rappresentava un obiettivo strategico primario.
La documentazione di riferimento, non più accessibile attraverso l’archivio online del Ministero della Giustizia (che rende consultabili solo gli atti pubblicati a partire dal 2020), è ricostruita attraverso fonti DAP e Il Sole 24 Ore nel documento disponibile presso POLPENUIL – Blocco telefoni carcere jammer.
Nel maggio 2019 si procede alla consegna e installazione dei dispositivi in vari istituti ad alta sicurezza, accompagnata da un programma di formazione per gli operatori. Questa fase ha rivelato immediatamente alcune criticità: la complessità degli apparati richiedeva competenze tecniche che il personale penitenziario non possedeva, e l’integrazione con le infrastrutture esistenti si rivelava più problematica del previsto. Sono stati necessari interventi di adeguamento impiantistico, con costi aggiuntivi non previsti nel budget iniziale (Circolare acquisizione sistemi jammer).
Tra agosto e settembre 2023 vengono condotte prove pilota in 20 strutture, mirate a verificare l’efficacia dei sistemi su reti 4G e a condurre test preliminari su bande 5G, ormai in fase di diffusione capillare sul territorio nazionale. Da queste sperimentazioni emergono zone d’ombra significative e criticità tecniche che mettono in discussione l’intera strategia: i jammer, progettati per tecnologie ormai superate, faticano a contrastare le nuove frequenze, mentre la conformazione architettonica degli istituti – spesso edifici storici con muri spessi e strutture metalliche – crea sacche di copertura irregolare (Resoconto Camera dei Deputati).
Nel gennaio 2025 prende avvio la sperimentazione di un sistema alternativo di filtraggio passivo, volto a superare i problemi sanitari e di interferenza non selettiva che avevano caratterizzato l’esperienza con i jammer. L’abbandono di fatto del sistema jammer, dopo anni di investimenti largamente inutilizzati e con apparati che giacciono in molti casi ancora imballati nei magazzini degli istituti, è documentato da diverse fonti giornalistiche che parlano esplicitamente di “rottamazione” di un sistema mai realmente entrato in funzione (HuffPost e Ristretti Orizzonti).
Le ragioni dell’adozione
Le motivazioni che portarono alla scelta dei jammer possono essere ricondotte a quattro fattori principali, che vale la pena analizzare nel dettaglio per comprendere la razionalità (sia pure limitata) di quella decisione.
In primo luogo, le pressioni mediatiche e sindacali. Le segnalazioni frequenti di contatti illeciti tra detenuti e organizzazioni criminali esterne avevano creato un clima di urgenza che richiedeva risposte immediate. I media riportavano con cadenza quasi quotidiana episodi di boss che continuavano a impartire ordini dal carcere, di estorsioni coordinate via cellulare, di minacce a pentiti e testimoni. I sindacati di polizia penitenziaria denunciavano l’impossibilità di svolgere efficacemente il proprio lavoro senza strumenti tecnologici adeguati. La pressione convergente di questi attori rendeva politicamente insostenibile l’inazione.
In secondo luogo, la rapidità di implementazione. I jammer costituivano una soluzione apparentemente pronta all’uso, con tempi di installazione contenuti rispetto a sistemi passivi o reti di sorveglianza RF più sofisticate. In un contesto di emergenza percepita, la possibilità di “fare qualcosa subito” aveva un valore politico e comunicativo che superava considerazioni più ponderate sull’efficacia di lungo periodo.
Il costo iniziale contenuto rappresentava un terzo elemento di attrattiva. L’investimento per singolo apparato risultava inferiore a quello richiesto per infrastrutture di monitoring e analisi dati, che avrebbero comportato non solo l’acquisto di hardware sofisticato ma anche la formazione di personale specializzato, la creazione di sale operative dedicate, e costi di manutenzione e aggiornamento continuativi.
Infine, la visibilità politica. L’adozione dei jammer veniva percepita come un intervento risolutivo e “intransigente” contro l’illegalità nel carcere, facilmente comunicabile all’opinione pubblica. Un annuncio del tipo “abbiamo installato sistemi di disturbo in tutti i penitenziari di massima sicurezza” aveva un impatto mediatico immediato, molto più di discorsi complessi su sistemi di analisi dello spettro e algoritmi di rilevazione.
Cosa sono i jammer
Prima di procedere all’analisi delle criticità, è opportuno chiarire con precisione cosa siano i jammer e come funzionino dal punto di vista tecnico. I jammer sono dispositivi di disturbo radio progettati per emettere segnali nelle bande di frequenza utilizzate dai telefoni cellulari, creando un “rumore” elettromagnetico che impedisce la connessione tra il terminale e le celle di rete.
Le frequenze interessate includono tipicamente la banda 900 MHz (GSM), 1800 MHz (DCS), 2100 MHz (UMTS/3G), e nelle versioni più recenti anche le bande 800 MHz, 1800 MHz e 2600 MHz del 4G/LTE, fino ai 3,5 GHz necessari per disturbare le comunicazioni 5G. Il principio di funzionamento è relativamente semplice: il jammer emette un segnale di potenza superiore a quello della cella telefonica legittima sulla stessa frequenza, “sovrastando” il segnale utile e rendendo impossibile al telefono stabilire o mantenere una connessione.
Questa semplicità concettuale nasconde però una complessità operativa significativa. Per essere efficace, un jammer deve coprire tutte le bande utilizzate dagli operatori attivi sul territorio, deve emettere con potenza sufficiente a superare il segnale delle celle (che può variare significativamente in funzione della posizione geografica dell’istituto), e deve farlo in modo uniforme su tutta l’area da proteggere. Ognuno di questi requisiti presenta sfide tecniche non banali, come vedremo nel capitolo successivo.
L’aspetto più critico è che i jammer agiscono in modo totalmente indiscriminato: bloccano qualsiasi tipo di comunicazione RF nell’area di copertura, senza possibilità di distinguere fra traffico legale (comunicazioni del personale, sistemi di emergenza, dispositivi medici) e traffico illegale (telefoni dei detenuti). Questa caratteristica intrinseca rappresenta il limite fondamentale della tecnologia e la ragione principale per cui essa si sta rivelando inadeguata.
Questo primo approfondimento ha ricostruito la storia dell’adozione dei jammer nelle carceri italiane, dalla gara d’appalto del 2018 fino alla loro sostanziale dismissione nel 2025. Abbiamo visto come la scelta di questi dispositivi rispondesse a pressioni contingenti e a una logica emergenziale, offrendo una soluzione apparentemente rapida ed efficace per contrastare le comunicazioni illecite dei detenuti.
Tuttavia, come emerso dall’analisi cronologica e dalle evidenze documentali, i jammer si sono rivelati una risposta inadeguata: apparati progettati per tecnologie ormai superate, zone d’ombra significative nella copertura, costi aggiuntivi non previsti e criticità operative che hanno portato di fatto all’abbandono del sistema.
Nel prossimo articolo della serie approfondiremo in dettaglio i limiti tecnici, operativi e normativi dei jammer. Per una trattazione completa e approfondita del tema, Stefano Cangiano dal titolo “Perché è sbagliato usare i jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative intelligenti”.

Titolare delle licenze EJPT e ECPPT (Professional Penetration Tester) della società eLearnSecurity. Svolge attività di Network Security in particolare Penetration Test & VA – Vulnerability Assessment.
Nel 2019 fonda la società ISK (www.isksecurity.it), partner strategico ed esterno per attività di Security specializzata. Svolge attività di bonifiche ambientali da microspie, attività di Security Assessment e Mobile Security.

