Quishing: il QR code che scavalca la sicurezza email
Il quishing, cioè il phishing veicolato da un QR code, ha smesso di essere una curiosità e nel 2026 è diventato, nella telemetria di Microsoft, il vettore email in più rapida crescita. Non è un dettaglio di forma, un phishing con un’immagine al posto di un link: è un attacco costruito apposta per aggirare i controlli che difendono la posta aziendale e per portare la vittima là dove quei controlli non arrivano. I numeri lo confermano. Il rapporto Microsoft sulle minacce email del primo trimestre 2026 registra un balzo del phishing via QR da 7,6 a 18,7 milioni di attacchi tra gennaio e marzo, più 146%, il volume mensile più alto da almeno un anno, su circa 8,3 miliardi di minacce di phishing via email rilevate nel trimestre. ESET, nel suo Threat Report del primo semestre 2026 (dicembre 2025-maggio 2026), rileva che ormai l’11% delle email di phishing contiene un QR code, con una media di centomila rilevamenti al mese: è un livello record, sia pure su una serie storica breve, dato che ESET lo traccia come categoria distinta solo da settembre 2025. Per il lettore italiano conta la geografia dei bersagli: in testa Stati Uniti (19%) e Spagna (17%), seguiti da Messico (6%) e Regno Unito (5%), con l’Italia al 3% insieme a Cechia, Canada e Polonia; il fenomeno non risparmia il nostro Paese.
La ragione di questa crescita non è la novità della tecnica, che esiste da anni, ma la sua efficacia contro le difese attuali. Il QR sposta l’attacco in un punto cieco, e lo fa sfruttando due debolezze insieme: una tecnica, nei gateway di posta, e una umana, nella fiducia quasi automatica che le persone ripongono in un quadratino da inquadrare. Una precisazione di perimetro, prima di procedere: qui si parla del quishing via email, ma lo stesso inganno vive anche nel mondo fisico, con QR fraudolenti su parcometri, bike sharing e finti avvisi di multa o di pedaggio. A Pesaro, nel maggio 2026, la società dei parcheggi controllata dal Comune ha denunciato la comparsa di QR fraudolenti su alcuni parcometri cittadini, che rimandavano a pagine non autorizzate dove veniva chiesto l’inserimento dei dati della carta: cambia il canale, non il meccanismo. Capire perché funziona è la premessa per difendersi in modo diverso dal solito richiamo a “non fidarsi delle email”.
Perché il quishing, o QR code phishing, scavalca i controlli dell’email
I filtri di sicurezza della posta sono costruiti per analizzare testo e link: seguono gli URL, ne valutano la reputazione, riscrivono i collegamenti, confrontano il contenuto con schemi noti di truffa. Un QR code, per quei filtri, è un’immagine, e l’indirizzo che nasconde non è leggibile come testo. Il collegamento malevolo viaggia dentro un disegno che il gateway, se non è attrezzato a decodificarlo, non ispeziona. È lo scarto che rende il quishing efficace: non c’è un link da bloccare, c’è una figura che supera i controlli perché quei controlli guardano altrove.
Gli attaccanti hanno affinato anche la consegna. Il canale dominante resta l’allegato PDF, che anzi cresce dal 65% delle campagne QR di gennaio al 70% di marzo, mentre i documenti Office scendono dal 31% al 24%. Accanto a questo, nel marzo 2026 Microsoft ha osservato un aumento del 336% dei QR piazzati direttamente nel corpo dell’email: un volume ancora minoritario, il 5% del totale, ma un segnale di sperimentazione. È la conferma che la tecnica non solo cresce, ma cerca di continuo la superficie che i sistemi testuali non sanno leggere.
Il salto sul telefono, fuori dal perimetro
C’è un secondo motivo, più insidioso del primo, ed è dove finisce la vittima. Un QR non si clicca dalla postazione di lavoro, si inquadra con il telefono. Nel momento in cui il dipendente prende lo smartphone per scansionare il codice, esce dall’ambiente protetto del computer aziendale ed entra su un dispositivo che le difese dell’organizzazione, di norma, non presidiano. Se poi il telefono è personale, come accade nella maggior parte dei casi, l’attacco si completa interamente fuori dal perimetro gestito, lontano dall’endpoint detection e dai proxy che filtrano il traffico dei portatili.
È un trasferimento di terreno prima ancora che di vittima: l’attacco parte in un canale sorvegliato, la posta, e si conclude in uno che quasi nessuno sorveglia, il browser di un telefono privato. A questo si aggiunge la fiducia implicita nel formato. Un URL sospetto mette in guardia, un QR no, perché è illeggibile all’occhio umano e associato a usi quotidiani e legittimi, dal menu del ristorante al pagamento. La vittima non vede l’indirizzo verso cui sta andando finché non ci è già arrivata, spesso su uno schermo piccolo dove i segnali d’allarme di un sito falso sono più difficili da cogliere.
Dove porta davvero: non un’immagine, una catena
Sarebbe un errore fermarsi al QR come se fosse l’attacco. Il codice è solo la consegna; la pagina di destinazione è quasi sempre una trappola per le credenziali, e nelle campagne più evolute non un semplice sito clone ma una pagina adversary-in-the-middle che si frappone tra la vittima e il servizio reale. Una pagina di questo tipo non ruba solo la password, ma intercetta anche il codice del secondo fattore e il token di sessione, così l’attaccante entra come se avesse superato l’autenticazione forte. È la ragione per cui il quishing non va derubricato a truffa da utente distratto: è l’anello iniziale di una catena che può arrivare a un account takeover completo. Che non sia roba da dilettanti lo conferma chi lo usa: a gennaio 2026 l’FBI ha diffuso un’allerta sui QR malevoli impiegati nello spearphishing del gruppo nordcoreano Kimsuky contro obiettivi statunitensi, descrivendo attacchi che si chiudono con il furto e il riuso del token di sessione, così da scavalcare l’MFA senza generare un allarme di “autenticazione fallita”. E le pagine AiTM a valle non sono artigianali, ma servite da kit di phishing-as-a-service: un ecosistema in continuo rimescolamento: Tycoon 2FA è stato smantellato a inizio marzo 2026, ma un kit rivale come Starkiller era già documentato due settimane prima del takedown.
Letto così, il vettore QR e il furto di sessione non sono due problemi distinti, ma lo stesso attacco visto da due estremi. Il QR serve a far attraversare indenne la posta e a spostare la vittima su un dispositivo scoperto; la pagina AiTM, all’altro capo, monetizza quel varco rubando l’accesso. Difendere solo un estremo lascia l’altro aperto.
Come difendersi: l’awareness non basta, serve struttura
La prima reazione, formare le persone a diffidare dei QR, è utile ma insufficiente, e per un motivo strutturale: il QR è nato per essere inquadrato senza pensarci, e un livello di sospetto abbastanza alto da bloccarlo bloccherebbe anche gli usi legittimi. La security awareness resta un tassello, ma va affiancata a controlli che non dipendono dall’attenzione del singolo. Sul piano della posta significa dotare i gateway della capacità di decodificare i QR nelle immagini e di analizzare la destinazione prima della consegna, invece di trattarli come figure innocue. Sul piano del dispositivo significa estendere la protezione ai telefoni che accedono alle risorse aziendali, perché è lì che l’attacco si consuma.
Ma la difesa che chiude davvero la catena agisce all’ultimo anello, l’autenticazione. Se l’accesso è protetto solo da fattori resistenti al phishing, come le passkey basate su FIDO2, senza fallback su OTP o SMS, la pagina AiTM a cui il QR conduce non ha nulla da rubare: non esiste un codice da intercettare né un token riutilizzabile, perché la credenziale è legata al dominio legittimo e non funziona altrove. È lo spostamento decisivo, dal cercare di impedire alla vittima di arrivare sulla pagina falsa al rendere inutile il fatto che ci arrivi. Le altre misure riducono la probabilità dell’attacco; questa ne annulla il guadagno.
Cosa aspettarsi, senza illusioni
Il quishing non è una moda passeggera ma un vettore destinato a restare, perché sfrutta un divario reale e duraturo: quello tra la posta aziendale, sorvegliata, e il telefono personale, che non lo è. Finché l’attacco potrà partire in un canale controllato e concludersi in uno scoperto, il QR resterà uno strumento comodo per gli aggressori, e i numeri del 2026 lo dicono già con chiarezza. La risposta efficace non è un cartello che invita a non inquadrare i codici, ma una difesa a strati che unisce l’ispezione dei QR nella posta, la protezione dei dispositivi mobili e, soprattutto, un’autenticazione che regge anche quando la vittima finisce sulla pagina sbagliata. Trattare il quishing come una questione di distrazione individuale è il modo più sicuro per continuare a subirlo; trattarlo come ciò che è, un bypass architetturale, è il primo passo per neutralizzarlo.

