Oblio la facoltà che abbiamo eliminato come una vulnerabilità

Oblio: la facoltà che abbiamo eliminato come una vulnerabilità

L’oblio, in cybersecurity, ha cambiato segno. Per difendersi dal ransomware, che cerca i backup e li cancella o li cifra per rendere impossibile il ripristino, la regola d’oro è oggi una sola: rendere i backup immutabili. Il #StopRansomware Guide del CISA raccomanda copie offline, cifrate e testate, e gli avvisi dell’agenzia chiedono backup cifrati e immutabili, cioè non alterabili né cancellabili. Costruiamo, di proposito, dati che non si possono distruggere. Sull’altro versante il diritto chiede l’opposto: l’articolo 17 del GDPR riconosce il diritto alla cancellazione, e a dicembre 2024 l’opinione 28/2024 dell’EDPB ha affrontato un caso limite, cosa significhi cancellare un dato quando è disciolto nei pesi di un modello, fino a contemplare, tra le misure correttive, la distruzione del modello intero. Nel frattempo la ricerca sul machine unlearning scopre che far dimenticare a un sistema un singolo dato, senza riaddestrarlo da capo, è quasi impossibile, e che ciò che sembra rimosso riaffiora. Un tempo lottavamo per ricordare. Adesso lottiamo, e falliamo, per dimenticare. Lo leggiamo come la fine della privacy. È qualcosa di più antico: la fine dell’oblio.

Il default si è rovesciato

Per gran parte della storia, dimenticare è stato il comportamento naturale del mondo. Le cose sbiadivano, si perdevano, si guastavano, e ricordare era la fatica, l’eccezione conquistata: per questo abbiamo inventato la scrittura, gli archivi, i monumenti, tutte tecniche contro l’oblio. Il digitale ha rovesciato il rapporto. Adesso il default è la persistenza, e dimenticare è diventato il lavoro difficile. Lo aveva visto Viktor Mayer-Schönberger in Delete: per millenni dimenticare è stato facile e ricordare costoso, e di colpo le parti si sono invertite.

La sicurezza ha portato questa inversione al culmine, perché ha fatto dell’impossibilità di cancellare una virtù. Un backup immutabile è esattamente questo: un dato a cui togliamo, per scelta, la facoltà di sparire. Lo facciamo per difenderci dal ransomware, e funziona. Ma intanto costruiamo, mattone su mattone, un mondo che non sa più lasciar andare niente.

L’oblio era una facoltà, non un guasto

Trattiamo il dimenticare come un difetto della memoria, l’usura di un magazzino imperfetto. È il contrario. Dimenticare è una facoltà attiva, e tra le più alte. Nietzsche lo diceva senza mezzi termini: senza la capacità di dimenticare non ci sarebbero presente, né felicità, né azione; l’oblio è il guardiano della porta che permette di chiudere, di ricominciare, di non restare schiacciati da tutto ciò che è stato. Borges ne ha dato l’immagine definitiva con Funes, l’uomo che dopo una caduta non dimentica più nulla: ricorda ogni foglia di ogni albero di ogni giorno, e proprio per questo non sa pensare, perché pensare è dimenticare le differenze, generalizzare, scartare. Una memoria totale non è una mente più ricca, è una mente paralizzata.

È qui che i sistemi che non dimenticano mostrano la loro vera natura. Non ricordano meglio di noi: come Funes, non sanno fare un presente. E il dettaglio più rivelatore è tecnico. L’EDPB, di fronte a un modello addestrato su dati trattati illecitamente, ha riconosciuto che tra le misure imponibili rientra, ove proporzionata, la cancellazione dell’intero modello. E la ricerca sul machine unlearning spiega perché si arrivi a tanto: la macchina non sa dimenticare in modo selettivo, ciò che pare rimosso riaffiora, e dimenticare in modo selettivo era tutta la facoltà. Può solo conservare tutto, o essere annientata. Tra le due, l’oblio vero, quello che sceglie che cosa lasciar andare, semplicemente non esiste.

La misericordia che abbiamo tolto

Non è un elogio dell’amnesia. Una società ha bisogno di registri che reggano, di log che nessuno possa manomettere, di una memoria capace di tenere in scacco il potere. Ma c’è una differenza tra una memoria che possiamo governare e una persistenza indiscriminata che diventa il default: la prima è giustizia, la seconda è soltanto l’incapacità di chiudere qualunque conto.

Perché l’oblio, prima di essere una facoltà della mente, era una misericordia del tempo. Lasciava che un atto passasse, che una persona smettesse di coincidere con la sua pagina peggiore. Su questa possibilità poggiano cose molto concrete: l’amnistia, la prescrizione, la riabilitazione del condannato, la fedina che si pulisce, e in fondo il perdono, che è la decisione di non tenere più il conto. Il diritto all’oblio nasce da qui, non è un capriccio di riservatezza ma il diritto di non restare inchiodati per sempre a ciò che si è stati. L’immutabilità, costruita contro l’attaccante che distrugge i dati, toglie la vulnerabilità e con essa la misericordia. Il registro si può saldare, non azzerare. Si può perdonare quanto si vuole: l’archivio non perdona. E qui si tocca la finitezza, perché poter dimenticare ed essere dimenticati era anche la condizione per cambiare, per diventare qualcun altro. Un sé che non può essere dimenticato non può nemmeno finire di essere ciò che era.

Quello che resta da pensare

Avevamo paura di perdere la memoria: l’attaccante che cancella, il backup che non c’è, la password smarrita, il dato che svanisce. Abbiamo costruito sistemi che non possono dimenticare e li abbiamo chiamati resilienza. La perdita vera è l’opposto, e non l’abbiamo vista arrivare: abbiamo reso il passato non più scavalcabile. Abbiamo difeso la memoria come un patrimonio e combattuto l’oblio come un nemico. Ma l’oblio non era un guasto: era la facoltà che lasciava passare le cose, e l’abbiamo eliminato come si elimina una vulnerabilità. Resta da chiedersi che cosa diventa una società che ricorda tutto e non sa più lasciar andare niente, e se possa ancora concedere a qualcuno, macchina o persona, il diritto di non essere per sempre.

Riferimenti di pensiero

  • Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale (Zur Genealogie der Moral, 1887), seconda dissertazione, sull’oblio come facoltà attiva; e Sull’utilità e il danno della storia per la vita (Considerazioni inattuali II, 1874), sull’eccesso di memoria che paralizza l’azione.
  • Jorge Luis Borges, “Funes, o della memoria” (“Funes el memorioso”, 1942), in Finzioni (Ficciones, 1944).
  • Viktor Mayer-Schönberger, Delete: The Virtue of Forgetting in the Digital Age, Princeton University Press, 2009.
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