Il caso AutisticiInventati mostra i limiti della sovranità digitale tra sanzioni USA, infrastrutture tecnologiche, privacy e dipendenze geopolitiche.

Il caso di Autistici/Inventati: la sovranità digitale alla prova della politica internazionale

Quando si parla di sovranità digitale si pensa, in primo luogo, a questioni relative al controllo sul mercato delle tecnologie; o alla titolarità dei progetti relativi alla ricerca e allo sviluppo di nuovi strumenti digitali.

Si tratta, del resto, proprio degli elementi su cui si concentra il “Tech sovereignty package” che la Commissione UE ha presentato lo scorso 3 giugno al fine di rafforzare l’autonomia europea in ambito di semiconduttori, cloud e intelligenza artificiale, nonché nel campo delle tecnologie open source.

La sovranità digitale, però, è molto di più: riguarda la definizione, l’accessibilità e la regolamentazione delle infrastrutture informatiche e degli spazi online, nonché la libertà di espressione dei cittadini in quegli stessi spazi. A dimostrarlo è anche la recente vicenda che ha coinvolto Autistici/Inventati, realtà indipendente e antiautoritaria che da oltre vent’anni offre gratuitamente infrastrutture digitali a persone o progetti “sulla base della compatibilità con questi principi”, ponendosi come alternativa critica alle grandi piattaforme commerciali.

La lista SDGT e il caso Autistici/Inventati

Il 26 agosto 2026 – nell’ambito dell’aggressiva politica estera dell’amministrazione Trump, ormai pienamente estesa al dominio cyber – il collettivo A/I è stato inserito nell’elenco degli Specially Designated Nationals and Blocked Persons List (SDN), con l’etichetta Specially Designated Global Terrorist (SDGT).

Il Dipartimento di Stato sostiene che la designazione sia motivata dal sostegno fornito a soggetti rientranti nella definizione di “terroristi” secondo l’EO 13224. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro ha altresì emesso la General License 36, autorizzando fino al 25 settembre 2026 il wind-down di determinate operazioni o transazioni coinvolgenti A/I, che potranno quindi essere concluse gradualmente.

La lista SDN, creata con l’Executive Order 13224 poco dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, è infatti gestita dall’OFAC insieme al Dipartimento di Stato. Ma accanto a individui ed entità cui gli Stati Uniti attribuiscono veri e propri atti di terrorismo, l’elenco include anche persone od organizzazioni ritenute responsabili di fornire “supporto materiale, finanziario o tecnologico” ad attività terroristiche, senza essere accusate di aver commesso alcun reato.

Nel caso di Autistici/Inventati, l’accusa principale riguarda la fornitura di strumenti informatici (email e mailing list, chat, servizi di hosting e streaming) che garantiscono l’anonimato; rischiando così, secondo l’OFAC, di agevolare le comunicazioni tra soggetti pericolosi. In merito vengono espressamente citati due gruppi statunitensi (uno appartenente alla galassia antifa, l’altro attivo nella difesa del diritto all’aborto) nonché il PKK curdo, considerato da Washington un’entità terroristica e a cui l’infrastruttura A/I era stata resa disponibile in passato.

Dal canto suo il collettivo ha respinto tutte le accuse, rivendicando “il proprio ruolo di infrastruttura per comunicazione, privacy e autodifesa digitale”.

Profili tecnici e implicazioni geopolitiche

Già il 28 agosto, appena due giorni dopo l’inserimento nella lista, il dominio autistici.org risultava “non normalmente raggiungibile”.

In un primo comunicato il collettivo dichiarava di non conoscerne i motivi e di non aver ricevuto alcuna ingiunzione o comunicazione da parte di autorità italiane o europee, specificando che “Rilevazioni tecniche hanno indicato il dominio in stato serverHold, uno stato che normalmente impedisce la normale pubblicazione del dominio nel DNS. Il dato tecnico documenta lo stato del dominio, ma non prova da solo chi abbia deciso l’intervento né per quale motivo”.

Senza poter ricostruire con certezza la catena decisionale che ha portato dalla designazione al blocco del dominio ed evidenziando come non risulti “una dichiarazione pubblica di PIR che dica di aver agito su ordine di OFAC”, la ricostruzione ipotizza un intervento a livello di Public Interest Registry (PIR). Benché i server di Autistici/Inventati e la maggior parte dei suoi utenti si trovassero al di fuori dalla giurisdizione di Washington, il coinvolgimento di un dominio gestito da un registry statunitense avrebbe consentito di colpirne le attività sul piano tecnologico; mentre il ricorso a piattaforme finanziarie con sede negli USA (in particolare PayPal, dove l’account di A/I è stato sospeso il 27 agosto) avrebbe abilitato le sanzioni economiche.

Nei giorni seguenti anche Banca Etica, l’istituto di credito presso cui erano depositati i proventi delle donazioni a sostegno del progetto, ha scelto di sospendere temporaneamente l’operatività del conto corrente. Il comunicato della banca, pur condannando “l’utilizzo dell’inserimento nelle liste OFAC per finalità politiche”, definisce “purtroppo probabile” la successiva chiusura del conto, in quanto “una banca italiana che mantenga rapporti con un soggetto inserito nelle liste OFAC potrebbe essere oggetto di sanzioni secondarie che implicano la cessazione di ogni servizio erogato da intermediari statunitensi”.

Pertanto, il 6 settembre il collettivo ha deciso di interrompere del tutto l’erogazione dei propri servizi, motivando la scelta con la volontà di tutelare organizzazioni e persone sue utenti dalle possibili conseguenze delle sanzioni USA.

La vicenda, in ogni caso, pone in piena luce l’intrinseca connotazione politica di ciò che definiamo “sovranità digitale”.

Di fatto, un’agenzia estera ha scelto di designare come “filoterrorista” una realtà legittima agli effetti della legge italiana; e tale scelta ha improvvisamente impedito l’accesso ai suoi servizi a chi li usava per tutelare la propria privacy in ambito lavorativo, personale, di attivismo. Quasi 20.000 indirizzi di posta, 1.500 siti, 5.500 mailing list e più di 10.000 blog: tutto inaccessibile a causa della valutazione unilateralmente operata da un paese straniero, senza che alcuna autorità statale o internazionale abbia sinora provato a contrapporsi o chiederne le motivazioni.

D’ora in poi, qualunque realtà che offra (o venda) servizi digitali è consapevole del rischio di essere ritenuta responsabile per i contenuti che alcuni dei propri utenti possono pubblicare o condividere tra loro. In altre parole, applicando per la prima volta la teoria del “material support” alla fornitura di infrastrutture tecnologiche ed emanando sanzioni capaci di provocare un effetto “a cascata”, l’amministrazione USA ha creato – volutamente – un precedente ad alto valore simbolico.

Come evidenzia A/I in una lettera aperta, “Tale teorizzazione minaccia host indipendenti, servizi di comunicazione criptata, biblioteche radicali, archivi di movimento, editori e piccoli progetti di volontariato in tutto il mondo. Invita banche, registrar, società di hosting e fornitori di tecnologia a tagliare i rapporti prima di porre domande di natura legale. Trasforma la decisione di raccogliere dati minimi in una ragione di sospetto, la difesa della privacy in una accusa di occultamento e l’infrastruttura in una causa di colpevolezza per associazione”.

Di conseguenza, il collettivo chiede:

“1. La revoca immediata della designazione, oppure un suo riesame rapido e trasparente, con la pubblicazione delle motivazioni giuridiche sufficienti ad una verifica pubblica significativa e a una sua eventuale contestazione.

  1. Una distinzione chiara tra fornire infrastruttura di comunicazione e le condotte dei suoi utenti.
  2. Che la privacy, la cifratura, la pseudonimia e il rifiuto di trattare dati identificativi non necessari non vengano usati come prove di terrorismo.
  3. Protezione per il giornalismo indipendente, la ricerca, l’archiviazione e la campagna pubblica […]
  4. Banche, registrar e simili devono dichiarare apertamente quali regole esterne li vincolano davvero (es. protocolli SWIFT per le banche, policy PIR per i registrar), distinguendo questi obblighi dalle proprie scelte discrezionali […]
  5. Una risposta pubblica da parte delle istituzioni che si occupano di diritti digitali, di libertà di espressione e delle libertà civili. Non può essere lasciato passare sotto silenzio il grave precedente di colpire un’infrastruttura indipendente”.

In un panorama digitale sempre meno libero, sembra improbabile che tali richieste possano essere accolte. La storia di Autistici/Inventati impone allora di chiedersi se abbia davvero senso parlare di autonomia e sovranità tecnologica, quando il potere politico è legittimato ad azzerare l’agibilità operativa ed economica di un soggetto arbitrariamente designato; o se queste espressioni non rischino, in assenza di una consapevolezza politica e sociale che le sostenga, di rimanere vuoti slogan.

Profilo Autore

Con una laurea in Giurisprudenza conseguita presso l’Università degli Studi Roma Tre - seguita da un dottorato di ricerca in Economia e Diritto delle Relazioni Internazionali - Irene Salvi è docente in diversi Master e Corsi formativi, nonché giornalista pubblicista e ricercatrice indipendente sul tema dell'intersezione tra diritti individuali, libertà civili e tecnologie digitali.

Dal 2020 è consigliera di una rete internazionale attiva nel contrasto alla violenza di genere; nel 2025 ha partecipato al PRIN-PNRR "Gendering Internet. Violence, Resilience and Empowerment in digital spaces" (GIVRE), condotto dalla Sapienza insieme a Università di Padova e Link University, primo progetto di ricerca sul fenomeno della violenza digitale di genere in Italia.

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