Attori non statali e cyberwar: come il cyberspazio sta trasformando la guerra moderna
Attori non statali e capacità cibernetiche sono oggi elementi centrali nella trasformazione dei conflitti contemporanei. Questo contributo rappresenta il primo contenuto di una serie di approfondimenti dedicati al tema dei Cyber Proxies, con particolare attenzione alle capacità cibernetiche degli attori non statali filo-iraniani. L’articolo analizza il contesto sistemico in cui tali attori emergono, soffermandosi sull’erosione della sovranità statale, sulla privatizzazione della violenza e sull’evoluzione della guerra verso il cyberspazio. L’obiettivo è fornire le basi teoriche e concettuali per comprendere il ruolo crescente di questi soggetti nel quinto dominio della guerra e nelle dinamiche di sicurezza internazionale.
Globalizzazione, sicurezza e trasformazione del sistema internazionale
La globalizzazione ha moltiplicato i rischi e le minacce alla sicurezza poiché ha frammentato il quadro strategico che prima consentiva di interpretare ogni fenomeno all’interno di uno schema bipolare. Inoltre, ha accresciuto il rilievo degli attori non statuali e alimentato il dissenso in varie società, favorendo la formazione di reti tra diverse élite transnazionali che mettono in discussione il carattere territoriale della sovranità. La relativizzazione della sovranità e dei rapporti geopolitici ha quindi promosso la nascita di nuove forme di autorità, appartenenza e fedeltà. Questi nuovi attori del mondo globale mettono oggi in dubbio la sicurezza degli stati, alterano i rapporti di forza e rimodellano il sistema internazionale in funzione della loro crescente rilevanza.
Questo processo di trasformazione ha avuto conseguenze strettamente connesse al rapporto tra Stato e apparati militari: la relativizzazione dell’autorità e della legittimità politica, che provoca l’emergere di un insieme eterogeneo di nuove entità — come organizzazioni criminali o terroristiche, movimenti religiosi, ONG, ecc. — per lo più di natura transnazionale. Di conseguenza, la dissoluzione del vecchio ordine interstatale ha trasformato radicalmente anche la guerra, non più monopolio esclusivo degli Stati ma esteso a complesse reti di attori non statali di vario genere.
Mary Kaldor, nella sua opera “Le nuove guerre” ravvisa come i conflitti in epoca globalizzata, si presentino in maniera diversa rispetto al tradizionale modo di fare guerra. Secondo l’autrice la guerra è anzitutto un fenomeno sociale, e come tale, la sua rivoluzione è di fatto una rivoluzione delle relazioni sociali della guerra e non della tecnologia (benché spesso la tecnologia influenzi inevitabilmente il cambiamento delle relazioni sociali). In un contesto di progressiva erosione del potere statuale, viene meno il controllo sugli strumenti della coercizione fisica e quindi, la loro frammentazione.
Questo ha determinato l’evolversi di un sistema internazionale a “geometria variabile” che, da un lato, sempre più attori — spesso mossi da identità religiose o etniche — rivendicano il diritto di ricorrere alla violenza organizzata per mettere in discussione la sovranità territoriale degli Stati. Dall’altro lato, permane un’area centrale in cui continuano a valere le regole tradizionali del sistema westfaliano. In tale contesto, il potere tende a svilupparsi e a diffondersi su centri diversi rispetto a quelli tradizionalmente legati allo Stato e, analogamente, l’uso della forza tende progressivamente a “privatizzarsi”.
Storicamente, l’asimmetria nei conflitti armati si configurava a partire da una sproporzione tecnologica, militare ed economica tra i diversi attori. Tipicamente, in un conflitto l’attore “high-tech”, ovvero quello più organizzato militarmente, tecnologicamente ed economicamente puntava a spostare il campo di battaglia sul piano convenzionale per sfruttare la propria superiorità. Viceversa, il contendente “low-tech” svantaggiato cercava di impiegare tutti gli strumenti e/o strategie volte a vanificare la superiorità del nemico, attraverso un ventaglio di mezzi non convenzionali (come il terrorismo, la guerriglia etc.).
Cyberspazio e trasformazione della guerra contemporanea
Nell’epoca dell’informazione globalizzata, la guerra sta radicalmente cambiando forma, limiti e confini e, anche questi nuovi attori globali stanno imparando a porre l’enfasi sulle “operazioni informative” e sulla “cyberwar”, come parte del ventaglio strategico atto a spostare il campo di battaglia verso terreni di confronto non convenzionale (ed evitando quando possibile quello frontale-militare).
In tale contesto, la guerra comincia quindi a spostarsi verso uno “spazio non naturale”, il cosiddetto “cyberspazio”, dove i tradizionali concetti spaziali di larghezza, altezza e profondità perdono il loro classico significato strategico. Gli elementi materiali della guerra (soldati, armi e campo di battaglia) oggi assumono sempre meno rilevanza rispetto alla dimensione “immateriale”, in cui le regioni del potere sono ancora in discussione. Questo significa che non è più sufficiente imporsi a livello militare o avere fanteria per controllare un’area territoriale ma gli Stati dovranno cercare di governare le nuove complessità che si stanno manifestando in questo nuovo dominio di conflitto.
La cyberwar può essere intesa come una moltitudine di azioni ostili nel ciberspazio, dai veri e propri attacchi contro infrastrutture critiche, attacchi in grado di provocare danni fisici (esempio alterando il funzionamento di sistemi industriali), ad azioni di disturbo e psicologiche, prossime a un concetto più ampio di guerra informativa (ossia mirate a destabilizzare psicologicamente o delegittimare politicamente l’avversario).
L’elemento più evidente e temuto di questa evoluzione riguarda la possibilità di colpire obiettivi strategici da grandi distanze, spesso con tecnologie relativamente poco costose. Tuttavia, spesso l’impiego di un’offensiva informatica è soggetto a un problema di non poco conto, soprattutto se confrontata con un attacco convenzionale: la mancanza di controllo e di stime precise sui danni collaterali.
La natura complessa e interdipendente del ciberspazio rende difficile valutare se un cyberattacco, ad esempio diretto a disabilitare una certa rete militare, possa anche comportare estese conseguenze indesiderate per non-combattenti, paesi terzi o potenzialmente lo stesso aggressore. Questa imprevedibilità genera rischi politici significativi, poiché i danni collaterali inaspettati possono comportare ulteriori escalation, la delegittimazione da parte della comunità internazionale o nella politica interna e, talvolta anche rafforzare la resistenza del Paese bersaglio.
L’uso della violenza, o la minaccia di violenza, presuppone l’impiego della forza, che implica a sua volta l’infliggere danno fisico o esercitare coercizione. Il diritto internazionale definisce l’“atto di guerra” come “minaccia o uso della forza”. Stabilire cosa costituisca una “minaccia o uso della forza” nel ciberspazio richiede pertanto, come nel mondo fisico, un’analisi contestuale dell’azione compiuta e dei suoi effetti, oltre che degli obiettivi perseguiti. Alcuni interventi condotti abitualmente online potrebbero infatti costituire atti di guerra ai sensi della Carta ONU, legittimando il ricorso alla forza in autodifesa. Tuttavia, se tali azioni non comportano violenza né minaccia di violenza, non si configurano come attacchi.
Evoluzione storica e tipologie di attori non statali
Dalla fine della Guerra Fredda, la scarsa capacità di adattamento degli apparati statali ed un contesto internazionale sempre più frammentato e conteso hanno permesso ad alcuni attori non statali, di affermarsi al punto di competere (o sostituirsi) sempre più negli ambiti tradizionalmente dominati dagli stati-nazione.
Il termine “attori non statali” (non-State actors – NSAs) tipicamente viene usato per includere tutte quelle entità nelle relazioni internazionali che non sono Stati. Queste entità non possono essere identificate attraverso caratteristiche antropologiche comuni, poiché includono un’ampia gamma di organizzazioni e istituzioni a livello globale, regionale, sub-regionale e locale che possono includere multinazionali, organizzazioni non governative, regimi di fatto, associazioni, gruppi secessionisti o terroristi, organizzazioni criminali etc.
National Intelligence Council definisce gli attori non statali come un ampio spettro di soggetti sia non governativi che governativi a livello subnazionale, in grado di influenzare a diversi livelli le dinamiche politiche internazionali o, all’interno di uno Stato. Tra questi include i governi subnazionali, le imprese commerciali, gli istituti accademici e scientifici, i movimenti della società civile, i gruppi militanti e altre organizzazioni criminali[1].
Un primo aspetto che distingue immediatamente questi attori dagli Stati-nazione riguarda la diversa capacità giuridica. Mentre gli Stati possiedono in genere una piena capacità giuridica nell’ordine internazionale, la maggior parte di tali attori ne detiene solo una forma parziale. Questa caratteristica, dunque, li differenzia dagli Stati, che dispongono generalmente di un riconoscimento giuridico più ampio. Infatti, le teorie tradizionali del diritto internazionale concedevano agli attori non statali uno status giuridico molto limitato.
Fino all’inizio del XX secolo, la concezione alla base del cosiddetto “Sistema vestfaliano” riconosceva lo status di soggetti di diritto internazionale esclusivamente agli Stati. Tuttavia, anche prima della formalizzazione della visione statocentrica sancita della “Pace di Vestfalia” (1648), coesistevano a più livelli attori non statali, prevalentemente in una relazione di dipendenza e subordinazione di tipo gerarchico.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la visione fortemente incentrata sugli Stati, che aveva dominato il diritto internazionale, subì trasformazioni più profonde. Con l’aumentare del numero di Stati dovuto ai processi di decolonizzazione, prese forma il riconoscimento dei popoli come entità distinta. Questo periodo pose le basi per un progressivo indebolimento dell’idea secondo cui solo gli Stati potessero essere gli unici protagonisti sulla scena internazionale.
Sebbene l’idea delle “nazionalità” fosse già nota prima della Prima guerra mondiale e fosse stata recepita in forma modificata nello Statuto della Società delle Nazioni, il principio di autodeterminazione si affermò in chiave giuridica soltanto nel 1945, con la Carta delle Nazioni Unite. Malgrado sia citato in vari articoli della Carta e in numerosi atti e sentenze internazionali (come nel Caso Timor Est alla Corte Internazionale di Giustizia), il contenuto concreto dell’autodeterminazione rimane in parte ancora oggi aperto a interpretazioni.
Tuttavia, l’importanza degli attori non statali fu esplicitamente riconosciuta già nel 1948, quando la Corte Internazionale di Giustizia, nel noto Parere consultivo sulla riparazione dei danni subiti al servizio delle Nazioni Unite, osservò che l’incremento dell’azione collettiva degli Stati aveva dato origine a casi di azione sul piano internazionale anche da parte di entità diverse dai governi statali.
Per quanto riguarda le Organizzazioni non-governative (ONG), concettualmente esistenti già nel medioevo (es British and Foreign Anti-Slavery Society nel 1823, l’International Geodesical Association nel 1862 o il Comitato Internazionale della Croce Rossa nel 1863) e già coinvolte in relazioni con le organizzazioni intergovernative tra le due guerre, queste verranno formalmente riconosciute solo con la creazione dell’ONU (nell’Art. 71 della Carta ONU).
Parallelamente, nello stesso periodo si affermarono anche i cosiddetti “regimi di fatto”: vere e proprie autorità di governo che esercitano un controllo stabile su un territorio specifico, senza però godere di un riconoscimento statale formale. Questi regimi, definiti “soggetti parziali” di diritto internazionale, potevano comunque intrattenere rapporti bilaterali o multilaterali con singoli Paesi; inoltre, in base al “Progetto di articoli sulla responsabilità dello Stato per fatti illeciti”, le loro azioni possono comportare responsabilità internazionali, analogamente a quanto accade per gli Stati pienamente riconosciuti.
Un dato interessante, è che nell’ambito delle guerre civili, già nel XIX e all’inizio del XX secolo, si riconosceva formalmente lo “status di belligeranza” a determinate fazioni armate che si opponevano al governo (come avvenne, ad esempio, nella Guerra Civile Americana e in quella spagnola). In altre parole, alcune parti in conflitto venivano considerate soggetti legittimati ad agire, entro certi limiti. Con l’evoluzione del diritto umanitario internazionale, si è aggiunta la previsione che gruppi insorti che controllano stabilmente un territorio ben delimitato possano godere di un certo riconoscimento e di tutela giuridica.
Un ulteriore passo avanti è avvenuto durante il periodo post-coloniale, con l’inserimento, nell’articolo 1 del Protocollo Aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra: i movimenti di liberazione nazionale ottennero un riconoscimento formale, in ambito di conflitti armati, del ruolo e dei diritti di alcuni movimenti non statali impegnati in lotte di liberazione o in conflitti interni, in virtù delle loro rivendicazioni di indipendenza e autodeterminazione.
Globalizzazione, tecnologia e rafforzamento degli attori non statali
Dopo la fine della Guerra fredda, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, parallelamente all’allentamento della contrapposizione tra blocchi (Est e Ovest) e dei conflitti per procura, gli attori non statali acquistano ancor più rilevanza sulla scena internazionale. Da un lato, la creazione di una società civile transnazionale (rafforzata dalle nuove possibilità di comunicazione), la globalizzazione dell’economia e la maggiore consapevolezza delle sfide globali. Molte organizzazioni e istituzioni internazionali (oltre ad alcune entità private) hanno iniziato a esercitare un’influenza sempre più incisiva sulle politiche interne degli Stati.
Ad esempio, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la quale regola materie cruciali come le misure sanitarie e fitosanitarie e gli ostacoli tecnici al commercio (sulla base di accordi internazionali firmati a Marrakech nel 1994). Allo stesso modo, la creazione della Banca Mondiale fornisce uno standard di riferimento per orientare le scelte economiche dei governi, mentre il Comitato antiterrorismo del Consiglio di Sicurezza ONU incide sulla legislazione interna degli Stati in materia di sicurezza e lotta al terrorismo.
Parallelamente, le trasformazioni economiche, politiche e culturali innescate dal processo di Globalizzazione portarono alla proliferazione di tutta un’altra serie di attori che si avvantaggiano dall’erosione del potere ordinatore degli stati nazione. In tale contesto, Mary Kaldor ravvisava l’emergere di un “processo regressivo” rispetto a quello che ha portato alla formazione dello Stato moderno, in cui la legittimità politica tende ad affievolirsi e la violenza a privatizzarsi al punto da permettere l’emergere di una serie di entità di nuovi combattenti, praticamente indistinguibili da quelli legittimi.
Questo significa che, in una situazione di declino economico, diffusione di criminalità e corruzione, gli Stati con un’autorità centrale debole (o inesistente) perdono il controllo sugli strumenti di coercizione e dell’esercizio della forza. La conseguenza più immediata è che queste entità assumano spesso un ruolo da protagonisti nel controllo fisico del territorio, lo proteggono e sviluppano anche modelli parassitari per esercitare e ad inserirsi in modo parassitario in tutte le aree di vita dei cittadini.
In altre parole, dietro il fallimento di uno stato, viene a configurarsi una progressiva “privatizzazione della violenza”. In tal senso, l’autrice distingue tre principali tipologie di entità combattenti private, che si affiancano alle forze armate regolari (incluse quelle che operano sotto l’ombrello di organizzazioni internazionali come ONU, NATO ecc.) dei nuovi teatri di battaglia[2]:
- Gruppi paramilitari: Sono gruppi armati organizzati e gerarchizzati di persone strutturati in modo simile a un corpo armato statale.
- Unità di autodifesa: sono gruppi di uomini volontari, spesso senza armi e risorse, che si uniscono per difendere il proprio territorio.
- Mercenari: include un gruppo abbastanza variegato che include singoli individui combattenti a contratto, unità combattenti e compagnie di sicurezza privata, reclutate a vario titolo dai governi o società multinazionali per esercitare controllo del territorio o difendere particolari interessi politici e economici.
In altre parole, quando parliamo di attori non statali ci si riferisce essenzialmente a due macrocategorie di entità: Gli attori non statali di tipo “entitativo” e gli attori privati. Nei primi rientrano tutte quelle entità che, pur non essendo stati, conservano caratteristiche statali o governative. Un esempio sono le organizzazioni internazionali o formazioni di Stati (come il G8) e gli attori sub-statali (come gli Stati federali). Gli attori privati invece, comprendono un insieme estremamente variegato di entità organizzative: alcune delle quali riconosciute dagli Stati, mentre altre sfuggono a ogni classificazione, in quanto più o meno formali, con o senza una chiara struttura gerarchica e, all’interno o all’esterno dei confini nazionali[3].
Interdipendenza tra Stati e attori non statali
Questi attori svolgono una vasta gamma di attività che, a seconda dei casi, possono rafforzare, competere o addirittura superare gli obiettivi e le iniziative dei governi nazionali e degli organismi multilaterali, tradizionalmente considerati il fondamento del sistema internazionale. Molti di essi agisce su più fronti contemporaneamente, ampliando in tal modo la loro influenza e il loro impatto complessivo. Inoltre, a volte esiste una stretta interdipendenza tra attori non statali, ma anche tra attori non statali e Stati.
Questo significa che, organizzazioni intergovernative o governative possono stipulare contratti con think tank per consulenze politiche, con ONG per l’erogazione di servizi o anche con milizie o gruppi armati per appaltare la difesa delle proprie infrastrutture o perpetrare specifici obiettivi politici. In altre parole, a un’estremità dello spettro si collocano imprese e organizzazioni le cui attività godono della piena approvazione e sostegno dei governi nazionali; all’altra estremità troviamo gruppi e movimenti considerati dalla maggior parte dei territori in cui operano come minacce all’ordine costituito. Nel mezzo si collocano tutta un’altra serie di attori con diverse finalità, con diversi gradi di controllo del territorio, che possono essere impiegati dagli stati per perseguire la propria agenda politica.
La letteratura esaminata sembra suggerire che, la motivazione della progressiva proliferazione e rilevanza di questi attori, è da rintracciarsi in una molteplicità di fattori. Sul piano economico, gli stati hanno progressivamente abbandonato l’ambizione, di dirigere dall’alto intere porzioni delle loro economie. I governi, sovraccarichi di compiti, che riconoscevano la scarsa dimensione dei propri mercati interni come base di competizione in un contesto internazionale sempre più aperto, si orientarono verso politiche di privatizzazione e di fusione transnazionale.
Inoltre, la ridotta capacità di adattamento delle istituzioni statali a un contesto internazionale sempre più frammentato, complesso e conteso. Questa crescente complessità sta rendendo questi attori sempre più importanti in quanto i governi stanno perdendo la capacità di soddisfare le aspettative delle proprie popolazioni e, di creare un universo simbolico in grado di strutturare identità nazionali solide. Contestualmente, molte delle istituzioni multilaterali che hanno costituito i pilastri fondamentali del sistema internazionale faticano a rispondere alle sfide emergenti e a soddisfare le richieste dell’opinione pubblica. A questo, si aggiunge l’inasprirsi della competizione strategica tra superpotenze che sta ulteriormente minando la cooperazione tra stati, sia a livello regionale sia internazionale, su temi di interesse globale (anche attraverso raggruppamenti statali).
Gli attori non statali si inseriscono progressivamente nel vuoto lasciato dagli stati fornendo tutta una serie di servizi alla popolazione (servizi sanitari, di supporto, di redistribuzione etc.) e, svolgendo sempre più spesso un ruolo multilaterale nella politica estera e nelle relazioni internazionali. Inoltre, il progresso tecnologico ha ulteriormente potenziato questi attori, migliorandone le capacità di erogare servizi e distribuirli, consentendo loro di attrarre finanziamenti e altre risorse a livello internazionale e, inserirsi sempre più capillarmente nel proprio contesto di riferimento.
Infatti, internet è stato il luogo di proliferazione di questi network, sia per interagire direttamente con le popolazioni locali sia per ampliare il proprio raggio d’azione anche oltre i confini nazionali. Infine, ha permesso anche di ampliarne l’ombrello operativo, permettendo loro di specializzarsi in operazioni nel cyberspazio che vanno dalla propaganda, al reclutamento, finanche ad operazioni offensive o di sorveglianza sempre più avanzate.
Un aspetto interessante è legato all’operatività degli attori non statali. Questi attori possiedono una serie vantaggi intrinseci che ne aumentano l’agilità operativa (rispetto gli apparati statali) e, di conseguenza, l’influenza, tra cui la concentrazione e la specializzazione su specifiche questioni. Inoltre, spesso dispongono di reti già consolidate che gli permettono di adeguarsi agevolmente alle dinamiche locali, guadagnarsi la fiducia delle popolazioni e sfruttare tale leva per fare pressione politica sugli stati e sulle organizzazioni internazionali.
La scarsa capacità degli stati di esercitare controllo su questi network consente a questi attori di spingersi oltre i limiti normativi o addirittura infrangerli. Pur non godendo dei privilegi e dei diritti propri degli attori politicamente sovrani, gli attori non statali riescono ad esercitare un potere economico, politico o sociale.
Questa agilità operativa ha portato nel tempo i governi e le istituzioni statali ad affidarsi sempre di più a questi attori per perseguire anche i propri obiettivi di politica nazionale e internazionale. Da un lato gli stati si avvalgono di questi attori per l’erogazione di alcuni servizi, per demandargli funzioni specifiche a livello internazionale, per svolgere ruoli altamente tecnici in contesti specifici. Basti pensare a come ambiti legati all’intelligence, alla sicurezza o alle operazioni militari, oggi non siano più appannaggio esclusivo degli stati ma spesso parte dei servizi offerti da aziende altamente qualificate.
Bellingcat, per esempio, si definisce un collettivo di analisti indipendenti che sfrutta informazioni open-source, tra cui immagini satellitari commerciali e metadati telefonici, per indagini che un tempo richiedevano risorse disponibili solo ai servizi d’intelligence nazionali. Team Jorge, azienda israeliana con un organico di ex ufficiali dei servizi e forze speciali internazionali, ha ammesso di aver interferito in diverse campagne presidenziali attraverso strumenti informatici mirati alla disinformazione.
Società di hacking come Intellexa offrono servizi di sorveglianza in mercati meno regolamentati, mentre la Israeliana NSO Group ha lavorato per diversi governi, finendo al centro di polemiche per l’utilizzo dei suoi software di sorveglianza a scopi di controllo politico. Infine, compagnie militari private come il Gruppo Wagner a cui gli Stati possono subappaltare vere e proprie porzioni del conflitto militare.
Dall’altro lato, esiste un altro insieme di attori non statali che possono costituire una minaccia concreta alla sicurezza di una nazione. Basti pensare alle diverse organizzazioni internazionali protagoniste dei diversi casi storici di terrorismo come lo Stato Islamico (ISIS), al-Qa‘ida, Hezbollah, ribelli Houthi che hanno inferto non poche preoccupazioni e danni alla sicurezza nazionale di diversi Stati, sviluppando network clandestini transnazionali.
Nel campo della criminalità organizzata, esiste un’intera pletora di organizzazioni impegnate nel traffico di droga (es Sinaloa e Jalisco Nueva Generacion), nella tratta di esseri umani etc. A questi si vanno ad aggiungere tutta una serie di attori sempre più rilevanti nel mondo della criminalità, come i gruppi di cybercriminali. Questi attori operano in un’area grigia, spesso sospesa fra interessi privati e sostegno governativo, sfumando la distinzione tra semplice cyber-crimine e operazioni sostenute da uno Stato.
Tuttavia, gli attori non statali perseguono finalità e interessi propri che possono divergere da quelli degli Stati-nazione, possono esercitare pressioni, corrompere o influenzare politicamente le istituzioni governative con cui collaborano. A seconda dell’attore e della situazione, questi attori possono stringere accordi con altri attori statali o non statali per perseguire i propri obiettivi, oppure agire per influenzare politiche estere alleate o partner. Allo stesso tempo potrebbero facilitare o addirittura innescare azioni o tendenze sociali orientate a destabilizzare un governo o a mettere in discussione le norme locali, nazionali o internazionali.
Questo approfondimento ha evidenziato come la globalizzazione, l’erosione del potere statuale e la trasformazione dei conflitti abbiano favorito l’ascesa di attori non statali capaci di operare nel cyberspazio, ridefinendo i confini dell’uso della forza e della responsabilità politica. L’analisi ha mostrato come tali soggetti possano essere impiegati come proxy strategici, collocandosi in una zona grigia tra guerra informativa, conflitto armato e competizione geopolitica. La riflessione proseguirà con un’analisi dedicata al modo in cui l’Iran ha strutturato il cyberspazio come dominio operativo, esaminandone architetture organizzative, dottrina e strategie di impiego. Per un inquadramento sistematico del tema, è inoltre disponibile il white paper gratuito “Cyber Proxies. Capacità Cibernetiche degli Attori Non Statali Filo-Iraniani”, realizzato da Ivano Chiumarulo.
Note
[1] National Intelligence Council, “Non-State Actors Playing Greater Roles in Governance and International Affairs”, Memorandum NIO Perspective. Washington DC, 5 luglio 2023.
[2] Kaldor M., Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci Editore, Roma, 2021, p.109.
[3] Wagner, Markus, Non-State Actors, Max Planck Encyclopedia of Public International Law, Rüdiger Wolfrum, ed., Oxford University Press, 2 Aprile 2009, consultabile sul sito SSRN.
Ivano Chiumarulo ricopre ruoli in ambito Cyber Intelligence presso società di consulenza ICT. Vanta un percorso formativo multidisciplinare, avendo conseguito una laurea in Criminologia e, successivamente, una in Sicurezza Internazionale. Ha consolidato la sua preparazione approfondendo tematiche di Human Intelligence e Computer Science.
Appassionato di Open Source Intelligence (OSINT), Offensive Security e Red Teaming, è attivamente coinvolto nella ricerca sulle nuove metodologie offensive nel panorama delle minacce e sulle loro implicazioni nel contesto geopolitico. Attualmente (2025) partecipa alle attività di ricerca della Commissione di Studio su Cyber Threat Intelligence e Cyber Warfare della Società Italiana di Intelligence (SOCINT).

