e-Health e sanità digitale, telemedicina, fascicolo sanitario elettronico e cybersecurity sanitaria

e-Health: verso una sanità digitale

E-Health e sanità digitale rappresentano oggi il cuore pulsante dell’innovazione in ambito sanitario, ma anche il terreno più esposto alle nuove minacce informatiche. Questo contributo inaugura la serie “La cybercriminalità nel settore sanitario: anamnesi, diagnosi e prognosi di una ‘patologia’ informatica”, con l’obiettivo di analizzare come la trasformazione digitale stia rivoluzionando il sistema salute e, al tempo stesso, aprendo vulnerabilità cruciali.

Sanità digitale ed e-Health: l’impatto della trasformazione tecnologica in ambito sanitario

Nel pieno dell’attuale Darwinismo digitale l’innovazione tecnologica non è più sentita quale requisito distintivo di aziende migliori o particolarmente capaci, ma anzi quale prerequisito imprescindibile, pena il diventare anelli deboli di una catena evolutiva in cui soltanto coloro che sono dotati di capacità d’adattamento possono sopravvivere. Fra gli svariati settori assoggettati a tale digitalizzazione rientra a piena regola quello sanitario, dove i sistemi informativi ne costituiscono ad oggi indispensabile ossatura.

È innegabile invero come la sanità sia stata sottoposta negli ultimi anni ad un inarrestabile processo di innovazione, ne sono un chiaro esempio l’evolversi della telemedicina, le cartelle cliniche elettroniche, la nanorobotica chirurgica, i dispositivi wearables, od altresì l’utilizzo delle intelligenze artificiali in ambito diagnostico.

Sebbene i benefici sottesi a tale digitalizzazione siano d’immediata percezione in termini di maggiore celerità, organizzazione ed efficienza delle cure, parimenti evidenti risultano essere i rischi, le vulnerabilità e le minacce, derivanti sia da una ingente mole di dati ed informazioni in circolo, difficilmente controllabili, sia dall’utilizzo di sistemi, apparecchiature e devices spesso non congegnati seguendo elevati standard di sicurezza by design.

In particolar modo si sta attualmente assistendo all’emergere di innovative cyber-minacce, sempre più sofisticate, che privilegiano lo strumento cibernetico al fine di acquisire dati sanitari sensibili o per compromettere l’erogazione di un servizio essenziale dello Stato, pertanto la nuova “patologia” informatica che la sanità tutta si ritrova a dover fronteggiare risulta essere una rinnovata forma di criminalità informatica, contraddistinta dalle tipiche caratteristiche di impresa.

Si è ritenuto di condurre la qui presente trattazione servendosi del lessico medico, in particolar modo mutuandone l’iter operativo, per come costituito dalle fasi di anamnesi, diagnosi, passando per la terapia in atto, per giungere poi ad una prognosi del fenomeno oggetto di analisi.

Il quadro sintomatologico vede le infrastrutture critiche sanitarie del Paese, quali soggetti estremamente vulnerabili, contraddistinte sovente da arretratezza tecnologica e strutturale, dalla mancanza di risorse (sia umane che fisiche) e da una cybercultura inadeguata, nonostante siano al contempo bacini di un ingente patrimonio informativo ultrasensibile, e parimenti garanti di funzioni cruciali della società, quali salute, sicurezza e benessere comuni. Sono le statistiche a parlar chiaro: la sanità risulta essere attualmente nel mirino di svariati attacchi hacker, le aggressioni digitali indirizzate a colpire tale settore sono in costante aumento, divenendo col tempo sempre più frequenti, gravi e pervasive.

Volendo diagnosticare le principali tipologie delle anzidette minacce cyber si è ritenuto opportuno tripartirle, in base al target di riferimento, nei sottogruppi: data breach, ransomware ed intrusioni nei dispositivi medicali.

La frase celebre di Lavoisier, recitante: “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma” sembra trovare smentita al sopraggiungere dell’informatica, una informazione può infatti ad oggi esser distrutta, alterata od altresì duplicata infinite volte, seguendo metodi tanto leciti quanto fraudolenti. Ed è così la sanità in primis dovrebbe risultare in grado di proteggere e vigilare su valori quali la riservatezza, l’integrità e la disponibilità circa la mole di dati ultrasensibili di cui è custode, quei medesimi dati che, in forma singola quanto aggregata, si figurano attualmente come ricco bacino di approvvigionamento per il cybercrimine, data la loro ampia versatilità ed il conseguente valore economico.

La minaccia principe comunque, per larga diffusione ed impatto, rimane il ransomware, quale malware rivolto a colpire le stesse infrastrutture, cifrandone i dati, danneggiando e causando la temporanea indisponibilità dei sistemi.

I settori critici, quale quello sanitario, rappresentano terreno fertile per tale tipologia di attacco, data la loro alta propensione a pagare ingenti riscatti al fine di difendere la propria business continuity, evitando le conseguenze economico sociali devastanti che potrebbero derivare da eventuali disservizi e rallentamenti operativi. Ancora, dato il pieno approdo nell’era dell’Internet of Medical Things, non sono da escludere tutta una serie di cyberminacce impattanti su dispositivi, strumenti ed apparecchiature medicali, ossia tanto sulla disponibilità del servizio che un dato device supporta, quanto sulla riservatezza dei dati da esso raccolti, nonché altresì sulla sicurezza del paziente stesso che ne stia facendo uso.

D’altronde se ad oggi i dispositivi medicali condividono gran parte della propria architettura con quella dei normali personal computer, ossia la presenza di un sistema operativo, di una componentistica elettronica e di una interfaccia di comunicazione per connettersi con l’esterno, avranno parimenti in comune le stesse tipologie di minacce ed i conseguenti approcci di security.

Pertanto l’attuale terapia in atto, nonché conditio sine qua non della stessa innovazione tecnologica, risulta essere la cybersicurezza, intesa quale attività preventiva finalizzata a rafforzare la resilienza delle infrastrutture e la continuità dei servizi essenziali erogati.

Di conseguenza l’attuale normativa tenderà ad incentivare l’adozione di una strategia olistica di “difesa in profondità”, attuata mediante una metodologia di gestione del ciclo di vita della cybersecurity, che parta dall’analisi e dalla valutazione dei livelli di rischio, all’adozione di misure ed architetture di sistema atte alla mitigazione, gestione e recovery dai possibili incidenti, per giungere poi al continuo monitoraggio in tempo reale di sistemi e servizi sanitari, il tutto attraverso soluzioni sì intrinsecamente sicure e resilienti che, pur offrendo un alto livello di security e di continuity, non ostacolino mai la piena efficienza operativa dei sistemi medesimi.

In sede propriamente di prognosi non potrà che andarsi a delineare una sfida comune, rivolta a tutti quei soggetti appartenenti all’ecosistema sanitario, affinché siano informati, coinvolti, attivi e proattivi sul tema, riconoscendone la pressante urgenza e negando la marginalità che sovente in passato ha dovuto rivestire. Temi quali l’empowerment delle figure professionali in ambito cyber, la autonomia strategica, l’awareness e la responsabilizzazione saranno pertanto i traguardi a cui gli stakeholders della cybersecurity nazionale (istituzioni centrali o locali, nonché società civile) mireranno, attuando tutte quelle misure atte a far sì che il livello di resilienza possa incrementare e che i settori critici strategici necessari alla sussistenza dello Stato possano rivelarsi adeguatamente tutelati e protetti.

Dalla Scuola Ippocratica alla Digital Health

Si vuol dare avvio alla presente trattazione con un rapido excursus storico, senza alcuna pretesa di esaustività, sulle origini e sull’evoluzione della scienza medica, così da comprenderne il valore e l’intrinseca capacità di procedere di pari passo col progresso umano.

Una prima radicale svolta si registra nel V secolo a.C. con l’arrivo della medicina greca, la quale permise di abbandonare le precedenti pratiche rituali e divinatorie, tramutando la figura del medico da sciamano o sacerdote che fosse, a quella di un razionale pensatore, padrone di un sapere scientifico dedito all’osservazione, all’interpretazione dei fenomeni e alla ricerca delle loro cause.

Da qui Ippocrate, ritenuto il padre della medicina moderna, egli assegnava un compito puntuale alla medicina: “Descrivere il passato, comprendere il presente e prevedere il futuro”, in pratica, agile viene il richiamo: l’anamnesi, la diagnosi, la prognosi della odierna medicina.[1] Una volta divenuto controllabile, disponibile alla discussione, nonché confutazione, il sapere medico, seguito dai primordiali studi anatomici e fisiologici, divenne oggetto di studio nelle prime scuole e, a seguire, nelle università.

Seguì poi per tutto il decorso storico un costante progredire della scienza medica parallelamente da una parte alle esigenze collettive: si sviluppò la pratica chirurgica a supporto delle campagne di guerra, si approfondirono gli studi sull’origine delle malattie epidemiche a seguito dell’arrivo in Europa della cosiddetta peste nera, e d’altra parte in parallelo all’evoluzione tecnologica: la diffusione del microscopio portò allo sviluppo dell’istologia, si svilupparono le prime tecniche radiologiche, vennero implementati gli esami fisico-chimici e biologici fino ad arrivare alle moderne sperimentazioni di laboratorio.[2]

Si approda così al fenomeno che si erge a nucleo duro di questo lavoro tutto: l’avvento della rivoluzione digitale.

Non esiste settore della vita quotidiana (si pensi al settore bancario, finanziario, dei trasporti etc.) che non sia stato profondamente influenzato, modificato ed orientato dalle nuove tecnologie[3], e l’ambito sanitario non si è mostrato di certo immune da tale digitalizzazione.

Si è assistito infatti ad un mutamento del paradigma della medicina tradizionale[4]: da una sanità basata su un sistema di comunicazione burocratico-cartaceo novecentesco, in cui le informazioni viaggiavano alla velocità di gambe e mani di assistenti ed impiegati, ad un sanità digitale, caratterizzata da istantaneità, celerità, nonché contraddistinta dalla de-materializzazione e dalle connessioni sociali.

Chiaro è come alle innovazioni tecnologiche si siano simultaneamente affiancati notevoli mutamenti sociali: l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle aspettative di cura, la prevalenza delle patologie cronico-degenerative; tutti fattori che hanno contribuito a dare alla luce nuove domande indirizzate al sistema sanitario, in merito soprattutto alle modalità di erogazione delle prestazioni sanitarie stesse.[5]

Così ad oggi la piattaforma Image-guided therapy, lanciata da Philips, permette ad un medico di osservare a distanza un paziente valutando se una operazione sia necessaria o meno; oppure il progetto di intelligenza artificiale “Watson” della IBM è capace di processare in contemporanea una immensa mole di immagini (quali radiografie, risonanze, tomografie) e informazioni (dati medici, cartelle cliniche, sperimentazioni etc.) al fine di individuare velocemente specifici percorsi diagnostico-terapeutici; ed ancora il sevizio telematico di monitoraggio da remoto Doctorplus, destinato a pazienti affetti da diabete e scompenso cardiaco, permette di inviare via bluetooth le misurazioni fatte autonomamente dai pazienti ad una centralina, che a sua volta le inoltrerà ad una piattaforma cloud a cui avranno accesso il medico, lo specialista, ed altresì la centrale infermieristica.[6]

L’elenco sarebbe assai vasto: stampanti tridimensionali, dossier e fascicoli sanitari elettronici, dispositivi wireless, servizi di telesoccorso, terapie digitali, nanotecnologia e robotica chirurgica, tutto si trova ad essere inglobato nel capiente “termine ombrello” che prende il nome di e-Health (o sanità digitale).

Definizione e aree tecnologiche di e-Health

Il termine e-Health è divenuto popolare a partire dalla fine degli anni Novanta, coniato per essere in linea con le altre “parole elettroniche” quali e-commerce, e-business nel tentativo di trasmettere quello stesso entusiasmo che già ruotava attorno al commercio elettronico e per render conto delle nuove possibilità che Internet stava gradualmente aprendo al settore sanitario.[7]

Per cogliere il carattere multidisciplinare che si cela dietro a tale terminologia si voglia di seguito riportare la definizione offerta dal ricercatore tedesco-canadese Gunter Eysebanch: “L’e-Health è un campo emergente dall’intersezione tra l’informatica medica, il sistema sanitario pubblico ed il mercato, che si riferisce ai servizi ed alle informazioni sanitarie forniti attraverso Internet e le tecnologie correlate. In senso più ampio, il termine caratterizza non solo uno sviluppo tecnico, ma anche una forma mentis, un’attitudine ed un impegno a pensare in senso globale, al fine di migliorare la sanità a livello locale, regionale e mondiale attraverso l’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione”.[8]

Ancora, per maggiore chiarezza, può esser utile richiamare la definizione per come fornita dalla Commissione Europea, che così recita: “L’e-Health risulta un insieme di strumenti e servizi digitali al servizio della salute e delle cure mediche, implicanti l’uso di tecnologie informatiche e di telecomunicazione (ICTs) per migliorare attività come la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle patologie, nonché il monitoraggio e la gestione delle abitudini e stili di vita che incidono sulla salute”.

È stato dunque il notevole sviluppo delle ICTs come pure il passaggio dal web 1.0 alla fase 2.0 ad aver ampliato il ventaglio dei servizi fruibili dai cittadini in ambito di salute, e benché l’e-Health sia un settore estremamente dinamico ed in costante evoluzione, si può qui tentare di elencarne le principali aree tecnologiche: la telemedicina (nelle sue forme di tele-diagnostica, tele-consulto, tele-assistenza, tele-chirurgia), le cartelle cliniche elettroniche, il telesoccorso, i dispositivi mobili indossabili e portabili, la robotica ed ancora la diagnostica avanzata assistita da algoritmi di intelligenza artificiale.[9]

L’esser catapultati nell’era dell’Internet of Things[10]ha permesso poi di coniare un sottoinsieme dell’e-Health : la m-Health (o mobile health) che vuole riferirsi a tutti i sensori, mobile devices, apps, e wearable technologies tramite cui l’utente interviene nella gestione della propria salute, potendo monitorare una vasta serie di parametri vitali (quali battito cardiaco, temperatura corporea, attività cerebrale, funzionamento metabolico etc.) dando così vita al fenomeno sociale del c.d. self-tracking consistente nel misurare, registrare e condividere quella grande mole di dati autoprodotti relativi al funzionamento del proprio organismo.[11]

Si vogliono concludere queste preliminari riflessioni evidenziando come i vantaggi offerti da una sanità digitale siano facilmente ed immediatamente percepibili: maggiore efficienza e qualità delle cure (si pensi all’accuratezza delle diagnosi o alla precisione delle procedure mediche etc.), riduzione dei costi economici, maggiore partecipazione informata del paziente, prevenzione delle condizioni mediche gravi, riduzione del costo umano delle patologie ed anche un generale miglioramento del benessere personale.

Se i benefici sono senza dubbio evidenti tuttavia occorre volgere l’occhio anche agli elementi più di criticità: produrre e consumare contenuti elettronici implica la circolazione di una grande mole di dati ed informazioni, difficilmente controllabili e per questo potenzialmente esposti ad elevati livelli di rischio.[12]

È stato proprio l’irrompere dell’evoluzione tecnologica a far sorgere nuove problematiche di sicurezza, rectius cyber-sicurezza, e nello scenario sanitario tali preoccupazioni si sono materializzate col verificarsi di, sempre più frequenti, attacchi informatici (miranti ad esempio alla sottrazione di dati sensibili), tali da minare tanto la privacy quanto la dignità dei pazienti.

Si avrà comunque modo di analizzare compiutamente le questioni inerenti la cyber-sicurezza nonché il cyber-crimine in ambito sanitario più avanti nella trattazione, a cui si rimanda.

La Telemedicina

Risulta preliminare, per comprendere a pieno gli argomenti che in seguito verranno esaminati, chiarire cosa si debba intendere col termine di medicina a distanza (o telemedicina), anzitutto tramite qualche cenno storico.

È agli inizi del ‘900 che si fanno risalire i primi tentativi di quella che si può definire una telemedicina ante litteram: nel 1906 Willem Einthoven, uno dei padri dell’elettrocardiografia, fu il primo a studiare un elettrocardiogramma attraverso la linea telefonica, nel 1920, negli Stati Uniti, alcuni medici vennero ingaggiati per l’assistenza sanitaria via radio alle navi che avevano emergenze mediche, nel 1955 l’Istituto Psichiatrico del Nebraska, tramite un collegamento che utilizzava la televisione a circuito chiuso, realizzò consulti fra specialisti per finalità didattiche nonché per effettuare terapie di gruppo, e ancora nel 1971 fu utilizzata, per la prima volta, la trasmissione satellitare.[13]

Indubbiamente però fu l’avvento di Internet a determinare una svolta rivoluzionaria: grazie alla rete infatti si è reso possibile registrare ed inviare enormi quantità di immagini, dati e audio consentendone l’accesso ad un numero praticamente illimitato di persone contemporaneamente, ed è così che la telemedicina ha potuto superare la prorpia fase di sperimentazione per radicarsi sempre di più nella quotidianità, modificando e migliorando il sistema socio-sanitario tutto.

Pertanto la telemedicina altro non è che un nuovo modo di concepire l’attività del medico, il quale grazie all’ausilio delle nuove tecnologie, riesce a controllare e monitorare i pazienti senza che questi ultimi siano fisicamente presenti: non è più il paziente a spostarsi, ma le informazioni che lo riguardano.

Seppur risulti difficile darne un’univoca definizione, essendo una disciplina in costante e dinamica evoluzione, si possono richiamare le parole di sintesi utilizzate nel 1997 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La telemedicina è l’erogazione dell’assistenza sanitaria, quando la distanza è un fattore critico, da parte degli operatori sanitari; ed a tal fine sono utilizzate le tecnologie informatiche e le telecomunicazioni per lo scambio di informazioni per la diagnosi, la terapia, la prevenzione di patologie, per l’istruzione permanente degli operatori sanitari e per la ricerca e lo studio in tutti i settori di interesse per il miglioramento dello stato di salute dell’individuo e della comunità”.

Si ricava dunque che la prestazione in telemedicina non sostituisce la prestazione sanitaria tradizionale, ma la integra per potenzialmente migliorarne efficacia, efficienza ed appropriatezza, pur conservando le implicazioni di un qualsiasi atto medico dal punto di vista professionale, etico, nonché legale.

Per provvedere ivi ad una rapida classificazione, i servizi di telemedicina possono essere suddivisi in tre differenti macro-categorie: la telemedicina specialistica, la telesalute e la teleassistenza.[14]

Per quanto concerne la prima macro-categoria, a seconda del tipo di attori coinvolti (che siano medico-paziente od anche medico-altri operatori sanitari) la telemedicina specialistica segue tre distinte modalità:

  1. La televisita: che consente al medico di vedere ed interagire a distanza col paziente, in tempo reale o differito, e ciò che scaturirà da tale rapporto sarà proprio un atto diagnostico contenente prescrizioni di farmaci o di terapie;
  2. Il teleconsulto: un’attività di consulenza a distanza fra medici finalizzata ad ottenere pareri e consigli, in ragione di una specifica competenza medica, nella scelta di una terapia legata alla presa in carico di un paziente;
  3. La telecooperazione sanitaria: ossia l’assistenza concreta fornita da un medico (od altro operatore sanitario) ad un altro medico impegnato in un determinato atto sanitario, ed è il termine utilizzato soprattutto per la consulenza fornita a quanti prestano un soccorso d’urgenza.

La seconda macro-categoria, quella della telesalute, comprende i sistemi che collegano i pazienti, in particolar modo coloro affetti da malattie croniche, con gli stessi medici affinché questi ultimi possano prestare loro assistenza a livello diagnostico, di monitoraggio, di gestione e di responsabilizzazione. Si rende necessario allora tanto un ruolo attivo del medico quanto del paziente che monitorerà e trasmetterà i propri dati (solitamente i parametri vitali di base) provvedendo alla propria autocura, autonomamente o con l’ausilio di un operatore sanitario.

Infine la terza macro-categoria è quella della teleassistenza, un sistema socio-assistenziale per la presa in carico di una persona anziana o fragile, che vedrà la gestione di allarmi, l’attivazione di servizi di emergenza o chiamate di supporto, chiaro è come quest’ultima abbia contenuto prevalentemente sociale, con confini prettamente sfumati sul versante sanitario, con cui si dovrà in ogni caso connettere al fine di garantire una vera e propria continuità assistenziale.

Ancora una volta appaiono chiari e manifesti i benefici sottesi allo sviluppo e all’adozione di tecniche e strumenti di telemedicina, quali: l’equità di accesso all’assistenza sanitaria (si pensi alle aree rurali poco collegate alla città di riferimento, alle aree di montagna, alle piccole isole; od anche al miglioramento dell’assistenza sanitaria in carcere), una migliore qualità dell’assistenza atta a garantire continuità delle cure (si pensi al telemonitoraggio come strumento per migliorare la vita dei pazienti cronici attraverso soluzioni di auto-gestione), una migliore efficacia, efficienza ed appropriatezza delle cure prestate (si pensi al confronto multidisciplinare fra medici, all’ausilio per i servizi di emergenza-urgenza), la riduzione dei tempi di attesa e del ricorso alla ospedalizzazione, nonché la possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse disponibili.

Altrettanto ovvia però appare l’esigenza di evitare un uso improprio della telemedicina: è indispensabile che i professionisti sanitari ed i pazienti siano adeguatamente formati e preparati a riguardo, così da garantire in primo luogo la sicurezza dei dati e di conseguenza la privacy degli individui.

Si può già anticipare in questa sede che il semplice utilizzo di ICTs per il trattamento di informazioni sanitarie o la condivisione online di tali dati non costituiscono di per sé strumenti di telemedicina, per esser più chiari: non rientrano nella telemedicina social network, forum, newsgroup, posta elettronica od altri canali non autorizzati.

A tal proposito si riportino a seguire le parole di Peter Zeggel, CEO di arztkonsultation.de, il principale fornitore di telemedicina in Germania: “L’utilizzo di app che non sono progettate specificatamente per il settore sanitario comporta dei rischi. Le applicazioni di telemedicina sono progettate e certificate specificatamente per salvaguardare i dati personali sensibili. Bypassare questo alto livello di protezione significa rischiare di incorrere in una perdita di fiducia, nonché in misure disciplinari e sanzioni pesanti”.

Da ultimo si sottolinei come ad oggi questo tipo di problematiche appaiano del tutto attuali: un report del 2021 commissionato da Kaspersky ad Arlington Research, condotto a livello globale e composto da 389 interviste fra coloro che operano nel campo della telemedicina ha dato alla luce tali risultati: il 54% dei fornitori di servizi di telemedicina concordano sul fatto che alcuni dei propri medici conducano abitualmente sessioni di medicina a distanza utilizzando app non specificamente progettate a tal fine quali FaceTime, Facebook Messenger, WhatsApp e Zoom.

Inoltre sentimento diffuso fra gli operatori sanitari risulta essere proprio il timore di non riuscire a garantire la sicurezza e riservatezza dei dati sensibili: solo tre intervistati su dieci (30%) si dichiara infatti fiducioso che la propria azienda sanitaria sia in grado di intervenire efficacemente e bloccare eventuali intrusioni e violazioni informatiche.

Ciò inevitabilmente si riverbera anche sul versante dei pazienti: il 52% degli operatori sanitari ha sperimentato infatti casi di pazienti che si sono rifiutati di tenere videochiamate proprio per la diffidenza verso le tecnologie ed il timore in ambito di sicurezza e protezione dei dati.[15]

Il Fascicolo sanitario elettronico

Un referto scaturito da una sopraccitata prestazione di telemedicina e firmato digitalmente dal medico, dovrà poter essere condiviso, su richiesta del paziente, con altri sanitari in formato digitale, usando le più aggiornate soluzioni tecnologiche, fra cui il Fascicolo sanitario elettronico (d’ora in avanti indicato in breve come FSE). Decisive appaiono in materia nozioni quali la comunicabilità e l’interconnessione: le prestazioni sanitarie a distanza e il FSE possono e devono comunicare l’un l’altro in modo tale da innescare un flusso continuo di informazioni tali da consentire ai sanitari di poter sempre disporre di un quadro clinico corretto e il più esaustivo possibile rispetto i dati clinici di un paziente.

Il FSE è stato istituito con il decreto legge 179/2012, coordinato con la legge di conversione 221/2012, che si vuol qui richiamare a livello definitorio: “Il fascicolo sanitario elettronico è l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito, riferiti anche alle prestazioni erogate al di fuori del Servizio sanitario nazionale”. [16]

La normativa de quo prosegue poi delineandone in dettaglio le finalità : “Il Fascicolo sanitario elettronico è istituito dalle regioni e province autonome […] nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, a fini di: prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione; studio e ricerca scientifica in campo medico, biomedico ed epidemiologico; programmazione sanitaria, verifica delle qualità delle cure e valutazione dell’assistenza sanitaria”. Si noti come delle tre finalità, soltanto la prima sia rivolta propriamente alla cura del cittadino, le rimanenti due riguardano invece la gestione della sanità pubblica, sia nella accezione di ricerca e sviluppo, sia per quanto riguarda la governance nazionale del sistema sanitario.[17]

Nel FSE confluiranno pertanto sia dati sanitari che amministrativi riferibili all’assistito, quali: dati identificativi del paziente; documenti sanitari e socio-sanitari (referti di laboratori, prescrizioni di medicinali, terapie, anamnesi, verbali di pronto soccorso etc.); il Patient Summary (anche “profilo sanitario sintetico”) documento atto a riassumere la storia clinica del paziente e la sua situazione corrente, curato ed aggiornato dal medico di medicina generale; ed ancora vi sarà una autonoma sezione dedicata specificatamente al cittadino in cui inserire dati ed informazioni personali (dati sul nucleo famigliare, attività sportiva etc.).[18]

Il sopraindicato decreto legge 179/2012 all’art 12, comma 3-bis prevedeva che il FSE potesse essere alimentato esclusivamente sulla base del consenso libero e informato da parte dell’assistito, il quale avrebbe avuto quindi la facoltà di permettere o meno la costituzione del proprio FSE, come anche di decidere se e quali dati relativi alla propria salute inserire nel fascicolo medesimo.

Tale comma è stato tuttavia abrogato dal decreto legge 34/2020 recante “Misure urgenti in materia di salute e di sostegno al lavoro e all’economia” (c.d. decreto “Rilancio”), con simile abrogazione si è voluta facilitare l’alimentazione del FSE, in precedenza “limitata” dalla necessità del consenso, permettendo che in esso vadano a confluire direttamente i documenti sanitari appartenenti all’interessato (anche se generati da strutture sanitarie private o situate al di fuori della propria regione di appartenenza).[19]

Con tale mutamento allora si è voluta garantire una maggior completezza del FSE, ma di certo ciò non andrà ad incidere in alcun modo sul versante della privacy poiché l’accesso al FSE potrà comunque avvenire solamente previo consenso del soggetto interessato: sarà il cittadino invero a dover fornire l’autorizzazione affinché gli esercenti professioni sanitarie, sia pubblici che privati, possano accedere ai contenuti del FSE che lo riguardano, senza il suo consenso pertanto il FSE rimarrebbe comunque inaccessibile. A ciò fanno ovvia eccezione le Regioni ed il Ministero della Salute, che potranno trattare tali dati sanitari per finalità di governo e di ricerca, purchè in forma anonima e nel rispetto dei principi di indispensabilità, necessità, pertinenza e non eccedenza.

Ad ogni modo si specifichi ancora come la normativa privacy non sarà mai di intralcio alla tutela della salute: sia il decreto legge 179/2012, sia il GDPR prevedono infatti la possibilità di accedere al FSE nel caso in cui il paziente non sia nelle condizioni di prestare il suo consenso, ma l’accesso risulti comunque necessario per salvaguardare la propria vita o quella di terzi.

I brevi cenni che si sono fin qui voluti fornire miravano essenzialmente a presentare il FSE quale il vero e proprio fulcro della connected care italiana, un nodo di aggregazione e condivisione di dati, documenti, analisi e statistiche.

Ciò tornerà senz’altro utile al prosieguo della trattazione dal momento che, come si vedrà, i dati sanitari protetti, quali informazioni altamente sensibili, non sono immuni da possibili interessi di mercato e possono pertanto rivelarsi ricco bacino di approvvigionamento per il cybercrimine.[20]

Nuovi scenari nell’e-Health: la Telechirurgia

Dal nome dall’aviatore americano, Charles Lindbergh, che effettuò il primo volo senza scalo attraverso l’Oceano Atlantico, è passata alla storia come “Operazione Lindbergh”, uno dei primi interventi chirurgici a distanza eseguito nel Settembre 2001 da un team di chirurghi con sede a New York su di un paziente ospedalizzato a Strasburgo.[21]

È dalla dimostrazione della fattibilità di tale procedura transatlantica che si sono poste le basi per la globalizzazione delle procedure chirurgiche: l’impiego della chirurgia robotica è ad oggi una realtà clinica invero pienamente inserita nella telemedicina, che va guadagnandosi sempre maggiori consensi.

Per telechirurgia in particolare si intende in una tecnica operatoria che consente al medico di eseguire un intervento chirurgico a distanza, ossia su di un paziente che non si trova fisicamente nello stesso luogo. L’operatore umano infatti si servirà di una apposita console, fornita di un monitor atto a consentire l’osservazione continua della regione operatoria, andando ad eseguire così tutte le varie manovre necessarie dell’intervento che, teletrasmesse, verranno con estrema precisione ripetute sul paziente da un robot chirurgico.[22]

La chirurgia a distanza allora, avvalendosi di reti wireless e tecnologie robotiche, potrebbe consentire la realizzazione di interventi chirurgici di alta qualità in luoghi con scarsa assistenza medica (si pensi ad aree rurali, o zone di guerra) eliminando la necessità di viaggi a lunga distanza; o permettere la collaborazione in tempo reale fra chirurghi situati in diversi centri medici; od ancora permettere di migliorare l’accuratezza chirurgica (ad esempio il tremore fisiologico dell’operatore può essere annullato).[23]

Si è pensato di inserire anche tale argomento in trattazione dal momento che il cyber-crimine in ambito sanitario non va ad esaurirsi nella mera violazione e sottrazione di dati ed informazioni sanitarie ultrasensibili, ma anzi la stessa telesurgery non si presenta immune da diversi aspetti critici legati proprio alla sua cyber-sicurezza.

A tal proposito, già in questa sede, si può riportare una sperimentazione portata avanti nel 2015 dalla ricercatrice Tamara Bonaci e dal suo team dell’Università di Washington, mirante ad analizzare le possibili minacce legate al settore della telechirurgia, in particolar modo guardando ai possibili attacchi informatici che possono andare ad interferire direttamente sul comportamento di un Telerobot.[24]

Bonaci e i suoi collaboratori hanno in tale sede testato il robot per la telechirurgia denominato Raven II, analizzandone la capacità operativa sotto attacco informatico.

Il sopradetto sistema Raven II risulta composto da due bracci chirurgici, controllati a distanza dall’operatore umano, progettato con l’obiettivo di lavorare con la massima efficienza in condizioni estreme, ed è proprio tale connotato a far sorgere una prima complicazione: i sistemi di telesurgery, dovendo operare in aree a rischio dispongono infatti di connessioni condivise, nonché di bassa qualità, con ovvie ripercussioni per quanto concerne privacy e sicurezza.

Nel condurre la sperimentazione il team di ricerca de quo è riuscito ad intromettersi nei comandi del robot, verificando la possibilità di prenderne il controllo, come anche di modificarne comandi ed operazioni effettuate nel corso dell’intervento chirurgico simulato.

Così spiega Bonaci: “A causa della natura aperta e incontrollabile delle reti di comunicazione diventa facile per malintenzionati od hacker interrompere o interferire con la comunicazione tra un robot e un chirurgo”.

Simulando un possibile attacco hacker pertanto i ricercatori sono stati quindi in grado di cancellare, riordinare e ritardare i comandi inviati tramite la console, di portare il telerobot ad uno stato di blocco ed altresì di prenderne il completo controllo.

Non può che essere allora una attuale preoccupazione quella di garantire requisiti minimi di sicurezza anche e soprattutto nell’ambito della telechirurgia, perché gravi ed irreversibili sarebbero le conseguenze di un reale cyber attack laddove vi sia concretamente la vita di un paziente sul tavolo operatorio.

L’analisi ha evidenziato come l’e-Health sia ormai un pilastro imprescindibile della sanità moderna, capace di migliorare cure, accessibilità ed efficienza, ma al tempo stesso vulnerabile alle minacce del cybercrime sanitario. Le nuove sfide riguardano la protezione dei dati ultrasensibili, la continuità dei servizi e la fiducia dei pazienti. Nel prossimo approfondimento della serie ci concentreremo proprio sul tema cruciale del trattamento dei dati sanitari, per comprendere come la gestione, la sicurezza e la governance delle informazioni cliniche possano garantire il futuro della sanità digitale.

Per un inquadramento più completo, invitiamo a consultare il white paper gratuito di Maria Vittoria Zucca dal titolo “La cybercriminalità nel settore sanitario: anamnesi, diagnosi e prognosi di una ‘patologia’ informatica”.

Fonti:

[1] R. Brischetto, F. Cosmi, Imparare il metodo scientifico. Da Ippocrate a Garattini, Edizioni LSWR, Milano, 2022.

[2] Jean-Charles Sournia, Storia della Medicina, Edizioni Dedalo S.r.l., Bari, 1994.

[3] A. Antonilli, “Sicurezza informatica e trattamento dei dati in ambito sanitario”, in Salute e società, XVI, suppl. 3/2017, pp. 84-100.

[4] M. Moruzzi, “La nuova cultura della sanità dematerializzata”, in Recenti Progressi in Medicina, vol. 105, n.11, 2014, pp. 407-409.

[5] C. Cipolla, A. Ardissone, “Un paradigma cittadino-centrico nella m-Health”, in Salute e società, XVI, n.2, 2017, pp. 12-28.

[6] Ivi, p.15.

[7] G. Eysebench, “What is e-Health”, in Journal of Medical Internet Research, 3(2), 2001.

[8] Ibidem.

[9] Con l’espressione “web 1.0” si suole indicare un primordiale flusso comunicativo di tipo unidirezionale in cui viene fortemente limitata la possibilità di interazione tra una azienda ed i propri clienti, invece col passaggio allo stadio del “web 2.0” si approda ad una comunicazione di tipo partecipativo, contraddistinta dai tre pilastri di: interazione, condivisione e partecipazione.

[10] “Internet delle cose” è una espressione coniata nel 2011 da Dave Evans, il quale ne parlava in questi termini “L’internet delle cose indica semplicemente il momento in cui a Internet hanno incominciato ad esser più cose (o oggetti) che persone”.

[11] C. Cipolla, A. Ardissone, op. cit. supra a nota 5, p.21.

[12] A. Antonilli, op. cit. supra a nota 3, p. 88.

[13] E. Manzi, S. Selvaggi, V. Sica, “Tecnologie informatiche e delle comunicazioni in medicina: la telemedicina”, in V. Sica, S. Selvaggi (a cura di), La telemedicina. Approccio multidisciplinare alla gestione dei dati sanitari, Springer-Verlag, Milano, 2010, pp. 1-9.

[14] Linee di indirizzo nazionali sulla Telemedicina approvate nella seduta del 10 Luglio 2012, dall’Assemblea generale del Consiglio Superiore di Sanità.

[15] Kaspersky, Telehealth take-up: the risks and opportunities, healthcare report 2021.

[16] Legge 17 Dicembre 2012 n. 221, “Conversione in legge con modificazioni del decreto-legge 18 Ottobre 2012 n. 179, recante ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, entrata in vigore il 19 Dicembre 2012.

[17] NETPATROL, “Sanità digitale e telemedicina: privacy, cybersicurezza e intelligenza artificiale nella sanità digitale”, in GDPR insight series, n° 6, 2020, pp. 2-16.

[18] G. Ducci, “Pianificare la comunicazione dei servizi di e-health: attori, sistemi, relazioni. Il caso del fascicolo sanitario elettronico”, in Sociologia della comunicazione, fascicolo 48, 2014, pp. 26-37.

[19] Decreto legge 19 Maggio 2020, n. 34, “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro ed all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, convertito con modificazioni dalla legge 17 Luglio 2020, n.77.

[20] Peraltro non si confonda il Fascicolo sanitario elettronico con il diverso strumento del Dossier sanitario elettronico (o DSE), la cui gestione viene affidata di norma ad un unico titolare del trattamento, con la finalità di rendere più efficienti i processi di diagnosi e di cura del paziente all’interno di un’unica struttura sanitaria, consentendo ai diversi professionisti che vi operano di accedere a tutte le informazioni cliniche relative a precedenti interventi (ricoveri, visite ambulatoriali etc.) purché siano effettuati dall’assistito presso quella medesima struttura.

[21] J. Marescaux, J. Leroy et al., “Transatlantic robot-assisted telesurgery”, in Nature, vol. CDXIII, n. 6854, September 2001, pp. 379-380.

[22] E. Santoro, V. Pansadoro, La chirurgia robotica in Italia : indagine nazionale, 2011.

[23] Ovvio è che il chirurgo a sua volta riceverà informazioni dal campo operatorio, come immagini stereoscopiche tridimensionali e stimoli pressocettivi, che gli permetteranno di operare avendo l’illusione di essere in sala operatoria.

[24] T. Bonaci, To make a robot secure: An experimental analysis of cyber security threats against teleoperated surgical robotics, Department of Engineering, University of Washington, 2015.

Profilo Autore

Maria Vittoria Zucca, laureata con lode in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Trento, è attualmente dottoranda nel Programma di Dottorato di Interesse Nazionale in Cybersecurity, con istituzione capofila la Scuola IMT Alti Studi di Lucca, ed è affiliata alla Scuola Superiore Sant’Anna, presso l’Istituto Dirpolis (Diritto, Politica e Sviluppo).
La sua attività di ricerca si concentra sulla prevenzione, l’indagine ed il contrasto della criminalità informatica, includendo le discipline del diritto penale dell’informatica e della criminologia digitale. Su questi temi è autrice di diverse pubblicazioni scientifiche e partecipa regolarmente a conferenze nazionali e internazionali.

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