Illustrazione concettuale di intelligence economica e sicurezza nazionale, con dati, mappe globali e analisi strategiche

Sicurezza nazionale e intelligence economica

L’intelligence economica rappresenta oggi uno strumento strategico fondamentale nell’attuale scenario internazionale caratterizzato da crescente multipolarità e competizione geoeconomica. La tutela dell’interesse nazionale assume infatti una rilevanza cruciale per gli Stati che devono navigare in un contesto di crescenti interdipendenze asimmetriche. Questo articolo rappresenta il primo approfondimento della serie legata al white paper “La difesa dell’interesse nazionale e gli investimenti cinesi in Italia”, esplorando i concetti fondamentali che regolano le moderne relazioni internazionali e le sfide securitarie del XXI secolo.

Definizione ed evoluzione storica nelle relazioni internazionali

L’interesse nazionale è sicuramente un elemento chiave nel sistema delle moderne relazioni internazionali. La politica estera di ogni Nazione viene formulata sulla base del suo interesse nazionale[1]. Eppure non esiste un’unica concezione onnicomprensiva di ciò che costituisce o di ciò che dovrebbe essere considerato come interesse nazionale. Questa essenza guida lo sviluppo storico del concetto, che dà origine alle espressioni della “ragione di Stato”[2] del cardinale Richelieu, o alla “volontà del principe” di Machiavelli[3], riferendosi a quelli interessi superiori ed essenziali la cui importanza richiede la protezione prioritaria.

Tuttavia, fu con il congresso di Vienna che nacque il concetto di “equilibrio di potere”[4], dove era essenziale realizzare la coesistenza degli interessi nazionali dei Paesi coinvolti, che avrebbe assicurato la pace in Europa dopo le guerre napoleoniche. Successivamente, la Rivoluzione Industriale (1760-1840) ha incorporato le variabili economiche, sociali e tecnologiche nel concetto di interesse nazionale[5].

Nell’odierno contesto internazionale invece, contraddistinto dalla globalizzazione e dalla crescente multipolarità, tutti i Paesi, compresa l’Italia, hanno affrontato il complesso compito di definire e adeguare gli interessi della Nazione. Tuttavia, essendo l’interesse nazionale un concetto vago e ambiguo, è giusto chiedersi: Che cosa intendiamo per interesse nazionale?

Per il realista Morgenthau, “il significato di interesse nazionale è la sopravvivenza: la protezione dell’identità fisica, politica e culturale contro le invasioni di altri Stati-Nazione[6].

Dall’inizio del 21° secolo, gli interessi nazionali sono diventati sempre più una parola d’ordine nella diplomazia e i leader politici hanno sempre più enfatizzato nei loro discorsi gli interessi centrali del Paese. A testimonianza di ciò, vi è la recente diffusione globale del principio della “Nazione prima di tutto”. Vari leader politici in tutto il mondo, infatti, enfatizzano questo concetto: basti pensare all’“America First”, sostenuto dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e agli “interessi fondamentali” che si possono trovare nelle dichiarazioni ufficiali della Repubblica Popolare Cinese.

Secondo Lerche e Said[7] l’interesse nazionale, che governa le relazioni dello Stato con il mondo esterno, ha due scopi principali. In primis, dà alla politica un orientamento generale verso l’ambiente esterno e, in maniera ancora più importante, funge da criterio-guida nel prendere delle decisioni in situazioni immediate. Inoltre, va considerato come l’interesse nazionale aggiunga anche un elemento di coerenza alla politica estera di una Nazione. In quanto un Paese che tiene fede al proprio interesse nazionale in una situazione in rapido cambiamento, ha più probabilità di mantenere una propria stabilità interna e una credibilità esterna, continuando a perseguire i propri obiettivi più di quanto non farebbe se modificasse il proprio interesse adattandosi continuamente a ogni nuova situazione.

Nonostante ciò, il processo di realizzazione degli interessi nazionali è notevolmente complicato. L’interesse è un fenomeno sociale che è influenzato e limitato da molti fattori, come: politica, cultura, società, economia e forza militare. In questo senso, gli interessi nazionali rappresentano i bisogni dello Stato e delimitano i rapporti tra gli Stati. Per determinare il ruolo dell’interesse nazionale nelle moderne relazioni internazionali, è necessario rivolgersi alle teorie tradizionali esistenti. In questo senso, si possono distinguere tre principali scuole di pensiero in merito: realismo, liberalismo e costruttivismo.

Il realismo strutturale ritiene che la chiave dell’interesse nazionale sia la sicurezza nazionale e che quindi le considerazioni sulla sicurezza rappresentino la preoccupazione principale dello Stato[8]. Per i realisti, il sistema internazionale è definito dall’anarchia, ovvero dall’assenza di un’autorità centrale. In un sistema così anarchico, il potere dello Stato è la chiave, anzi, l’unica variabile di interesse, perché solo attraverso il potere gli Stati possono difendersi e sperare di sopravvivere.

Nell’interpretazione del realismo, quest’idea dovrebbe guidare i governanti nella guida dei loro Paesi, perché è ciò che legittima le loro azioni interne e la politica estera che applicano nei loro rapporti con le altre Nazioni, considerato che l’elemento centrale che le sorregge è il potere.

Al contrario, la spiegazione fornita dal rappresentante della scuola neo-istituzionalista liberale, Robert Keohane, si concentra maggiormente sull’interesse nazionale come “benessere” distribuito dal sistema internazionale, coprendo i tre interessi di sopravvivenza, indipendenza e ricchezza economica[9]. Vale la pena prestare attenzione a un’altra teoria nelle relazioni internazionali: Il costruttivismo. I sostenitori di questa scuola di pensiero insistono sul fatto che gli interessi e i metodi della loro attuazione sono un fenomeno sociale, costruito dalla società e attuato da essa.

Pertanto, gli interessi si basano su idee collettive fissate nei contratti e nelle pratiche quotidiane. I costruttivisti sono convinti che il mondo sia governato dalle idee, la cui fonte sono le persone. Alexander Wendt, un rappresentante della scuola costruttivista, considera l’identità come un fattore che determina gli interessi nazionali e ritiene che questi includano anche un quarto tipo di interesse: l’autostima collettiva[10].

Thomas Robinson[11] ha indicato sei tipi di interesse nazionale che le Nazioni cercano di garantire:

  • Interessi primari: Conosciuti anche come interessi fondamentali o vitali rispetto ai quali nessuna Nazione può scendere a compromessi. Includono la conservazione dell’identità fisica, politica e culturale dello Stato contro possibili invasioni da parte di Stati esterni. Questi interessi sono primari e vitali che lo Stato deve difendere costantemente a tutti i costi.
  • Interessi secondari: Sebbene meno importanti dei primi, anche questi interessi sono piuttosto cruciali per l’esistenza di uno Stato. Includono la protezione dei cittadini all’estero e la garanzia delle immunità diplomatiche per il personale diplomatico all’estero.
  • Interessi permanenti: Riguardano gli interessi a lungo termine dello Stato. Il cambiamento in questo tipo d’interesse, se del caso, è piuttosto lento. Un esempio di questo tipo è fornito dall’interesse degli Stati Uniti nel preservare le proprie sfere di influenza o la protezione delle colonie d’oltremare da parte della Gran Bretagna.
  • Interessi variabili: Sono considerati vitali per la Nazione in un determinato insieme di circostanze. Questi interessi mutevoli sono determinati principalmente da fattori come personalità, opinione pubblica, interessi di settore, politica di parte, costumi politici e morali.
  • Interessi generali: Questi si riferiscono a quelle condizioni positive che si applicano a un gran numero di Nazioni o in diversi campi specifici come l’economia, il commercio, i rapporti diplomatici, ecc. Ad esempio, mantenere la pace internazionale è un interesse generale di tutte le Nazioni
  • Interessi specifici: Sono la logica manifestazione degli interessi generali, gli interessi quando essi vengono definiti in termini di tempo e spazio. Ad esempio, garantire i diritti economici e una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo, attraverso la realizzazione di un nuovo ordine economico globale, è un interesse specifico della Cina.

Oltre ai sei tipi di interesse nazionale sopra menzionati, Robinson fa menzione di altri tre interessi che egli descrive come interessi internazionali[12]. Quest’ultimi si dividono in: interessi identici, complementari e contrastanti. La prima categoria comprende gli interessi che sono comuni a un gran numero di Stati; la seconda si riferisce agli interessi che, pur non essendo identici, possono costituire la base di accordo su alcune questioni specifiche; la terza include i rimanenti interessi che non sono né complementari né identici.

Tuttavia, questa classificazione non è né assoluta né completa. Il processo di globalizzazione, attraverso l’apertura dei confini e la liberalizzazione del commercio tra Stati, ha comportato delle nuove sfide per gli Stati e per i loro interessi in favore di una maggiore integrazione internazionale. Il flusso di beni, persone e informazioni si trasferisce facilmente da uno Stato all’altro, determinando profondi cambiamenti nella politica internazionale. Lo Stato non è più considerato un attore unico, perché altri soggetti sono coinvolti nella sfera internazionale, come le società civili, le imprese multinazionali e le organizzazioni internazionali.

Questa condizione, tuttavia, mette in discussione il concetto di interesse nazionale in senso realista, costringendo gli Stati verso l’interazione e un maggiore comunicazione con gli altri. Uno Stato non può semplicemente concentrarsi sulla costruzione della propria difesa.

Nel mondo di oggi, uno Stato non può sopravvivere se dipende solo da sé stesso. Esso ha bisogno di mantenere relazioni con altri Stati e organizzazioni internazionali. Hudson[13] sostiene che il sistema di economia politica globale smette di trattare il confine di uno Stato come limite all’attività economica. Per quanto riguarda l’interesse nazionale, sostengo che sarà difficile identificare una certa attività economica di uno Stato e stabilire se essa sia o meno in stretta relazione con l’interesse nazionale.

Questo perché coinvolge una moltitudine di attori diversi, che hanno anch’essi i propri interessi. Inoltre, questo processo economico non è solo una questione di azione di uno Stato, ma si estende a una sfera più ampia e a un livello più alto. Vi sono infatti tutta una serie di organizzazioni e istituzioni che sono in grado di influenzare i processi decisionali degli agenti primari del sistema internazionale[14]. La loro azione influisce sugli Stati in quanto le politiche adottate da quest’ultimi si devono adattare ai cambiamenti, dovendo spesso modificare i loro interessi nazionali per adattarli alle esigenze globali.

Così, in un’epoca di identità transnazionali e società multiculturali, ad oggi, al di là dei limiti della nozione, l’interesse nazionale resta un riferimento costante per giustificare ufficialmente una decisione di politica estera o per tentare di spiegarla.

Le Nazioni sono sempre al lavoro per salvaguardare i loro interessi nazionali e così facendo adottano una serie di metodi. Palmer e Perkins[15] identificano cinque tipi di strumenti, impiegati dagli Stati, per promuovere i propri interessi nazionali nelle relazioni internazionali:

  1. Quest’ultima è uno strumento universalmente accettato per garantire gli interessi nazionali definiti dalla politica estera. I negoziati diplomatici costituiscono il mezzo più efficace per la risoluzione dei conflitti e per conciliare i diversi interessi degli Stati attraverso il processo reciproco di dare e avere. Tuttavia va ricordato come i negoziati diplomatici si rivelino fruttuosi solo se gli interessi degli Stati interessati sono complementari o compatibili. Pertanto, non tutti gli obiettivi e le finalità di interesse nazionale possono essere garantiti attraverso la diplomazia.
  2. Le alleanze e i trattati sono conclusi da due o più Stati per garantire i loro interessi comuni. Tuttavia, anche interessi conflittuali possono portare ad alleanze con Stati che la pensano allo stesso modo nei confronti di rivali o avversari comuni. Tali intese impongono ai loro membri l’obbligo legale di lavorare per la promozione di interessi comuni concordati. Ad esempio, la necessità di ricostruire economicamente l’Europa alla fine della seconda guerra mondiale, ha portato alla creazione del Mercato comune europeo e di diverse altre istituzioni economiche. Queste alleanze possono essere concluse per raggiungere diversi tipi di interessi nazionali e la loro natura (militare, economica ecc..) dipende dal tipo interesse che si cerca di soddisfare.
  3. Mezzi coercitivi. Nei rapporti internazionali le Nazioni possono usare la forza per garantire i propri interessi. Il diritto internazionale riconosce i mezzi coercitivi, a parte la guerra, come metodi che possono essere utilizzati dagli Stati per raggiungere i loro scopi e obiettivi desiderati[16]. Embarghi commerciali, sanzioni, boicottaggi, rappresaglie e rottura delle relazioni diplomatiche, rientrano nel novero dei mezzi coercitivi più popolari che possono essere utilizzati da uno Stato per costringerne un altro ad accettare un particolare comportamento o ad astenersi dall’intraprendere determinate azioni non particolarmente gradite. Oggi le Nazioni comprendono pienamente l’importanza di mezzi pacifici per la risoluzione dei conflitti come i negoziati e la diplomazia, ideali per promuovere i propri interessi nazionali. Tuttavia, allo stesso tempo questi continuano a fare uso di mezzi coercitivi, incluso il conflitto, ogni volta che lo ritengono opportuno e necessario, come abbiamo visto nella recente invasione russa dell’Ucraina. Il potere militare è ancora considerato una parte importante del potere nazionale ed è spesso utilizzato da una Nazione per garantire i suoi obiettivi.
  4. Mezzi economici. Gli Stati seguono deliberatamente determinate politiche nel perseguimento dei propri interessi nazionali. Uno Stato può perseguire politiche economiche per migliorare il proprio benessere interno senza danneggiare consapevolmente un altro stato. Allo stesso tempo, vi è la possibilità che il perseguimento di tali politiche sia chiaramente dolosa, volta cioè a danneggiare un altro stato. L’esistenza di un divario molto ampio tra i Paesi del nord e del sud del mondo offre una grande opportunità alle Nazioni ricche di promuovere i loro interessi a scapito delle Nazioni povere. La dipendenza di queste ultime per l’importazione di beni industriali, Know–how tecnologico, aiuti esteri e armamenti, è stata responsabile del rafforzamento dell’influenza economico-politica dei Paesi stranieri.
  5. Propaganda. Consiste nel tentativo di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre specifici atteggiamenti e azioni. La propaganda è l’arte di convincere gli altri della giustezza degli obiettivi o dei fini che si desidera perseguire. In termini più generali, qualsiasi tentativo di persuadere le persone ad accettare un certo punto di vista o a compiere una certa azione è propaganda. Il suo significato diventa chiaro quando si vede il suo rapporto con l’istruzione. Lasswell afferma che la propaganda è la manipolazione dei simboli, e di altri mezzi, per trasmettere o, in alternativa, per controllare determinati atteggiamenti[17]. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, la propaganda si condensa nel mero tentativo dei governi di indurre i gruppi interni o gli Stati stranieri ad accettare politiche a sé favorevoli, o quantomeno non sfavorevoli alle proprie.

Per concludere, nel corso della storia ogni Stato ha dovuto affrontare molteplici sfide, grandi o piccole. Dalla sopravvivenza, citata da Morgenthau, alla sicurezza nazionale e crescita economica, ognuna di queste sfide può derivare da dinamiche interne o esterne o da una combinazione di entrambe. Una risposta tempestiva, appropriata e adeguata rappresenta la miglior difesa dell’interesse nazionale.

Sicurezza tradizionale e interdipendenza

La sicurezza nazionale è un concetto ambiguo e versatile[18]. Originariamente concepito come protezione contro la minaccia militare esterna, quella visione è stata presto ampliata, riferendosi alla sicurezza e difesa di uno Stato sovrano da minacce che mettono a repentaglio la sua indipendenza politica, integrità territoriale e coesione socio-politica[19]. In realtà, mentre la sicurezza è composta da varie componenti, una forte prontezza militare è una necessità di base intrinseca, senza la quale qualsiasi discussione sulla sicurezza sarebbe priva di significato. La sicurezza nazionale è una variabile rientrante in una valutazione complessa del livello esistente, desiderato o previsto di protezione degli interessi nazionali e delle condizioni per la loro attuazione.

Dalla fine della guerra fredda, i problemi di sicurezza e le minacce che i Paesi hanno dovuto affrontare sono diventati sempre più numerosi e complessi. Pertanto, il concetto tradizionale di sicurezza, nonché le strategie ad essa connesse, che consistevano principalmente nella sicurezza militare, ne hanno profondamente risentito. In considerazione dell’ampia gamma di rischi, la sicurezza di uno Stato ha diverse dimensioni, tra cui la sicurezza economico-finanziaria, interna, politica, informatica, energetica, ambientale e fisica[20]. Per questo motivo, l’evoluzione nel concetto di sicurezza nazionale è stata strettamente legata allo sviluppo delle minacce, interne ed esterne, che interessano la Nazione.

La visione tradizionale della sicurezza si basa sul realismo, con la sicurezza nazionale protetta dal potere militare. Quest’ultimo, è visto come un elemento cruciale della sicurezza e della sovranità nazionale, nonché uno strumento politico per esercitare il potere, scoraggiare gli attacchi, garantire la sicurezza interna, preservare la pace e raggiungere obiettivi economici.

Tuttavia, l’approccio realista alla sicurezza come “pura lotta per il potere”[21] è obsoleto. Il meccanismo di sicurezza globale e la geopolitica si sono evoluti dopo la guerra fredda e con essi la concezione della sicurezza[22]. In questo nuovo contesto emergente, la sicurezza non è più intesa solo come protezione dello Stato da minacce straniere/esterne (sicurezza militare), ma ha inglobato al suo interno anche la protezione dei singoli cittadini (sicurezza umana) e delle comunità (sicurezza sociale).

In particolare, la scuola di studi sulla sicurezza di Copenaghen[23] si è concentrata principalmente sugli aspetti non militari della sicurezza, che rappresentano un allontanamento dagli studi tradizionali. Barry Buzan propose un’analisi settoriale della sicurezza in cui identificare i diversi soggetti di riferimento a seconda dei settori in questione. Ad esempio, lo Stato è il soggetto referente della sicurezza nel settore militare, le imprese nel settore economico e così via. In Security: A New Framework for Analysis[24] gli autori elencano le seguenti tipologie di sicurezza:

  • La sicurezza politica. Si riferisce alla stabilità organizzativa degli Stati, cioè ai sistemi di governo e alle ideologie che conferiscono ai governi e agli Stati la loro legittimità.
  • Sicurezza economica. Implica la capacità dello Stato di determinare, senza interferenze esterne, i modi e le forme del proprio sviluppo economico.
  • Sicurezza sociale. È la capacità per uno Stato di preservare la propria identità etnica, culturale, religiosa e nazionale. Il suo oggetto di riferimento è costituito da “identità collettive su larga scala che possono funzionare indipendentemente dallo Stato”[25]. La mancanza di sicurezza sociale è una delle principali perturbazioni della stabilità all’interno di uno Stato, ma ha anche enormi implicazioni per il Paese nel suo insieme, come esemplificato dall’ex Jugoslavia e dalle guerre balcaniche degli anni ’90.
  • Sicurezza delle informazioni. Sottintende la capacità dello Stato di proteggere tutte le sfere della vita pubblica dei cittadini dall’impatto negativo delle informazioni, fornendo protezione da accessi, usi, divulgazioni, interruzioni, modifiche o distruzioni non autorizzate dei dati, al fine di garantire riservatezza, integrità e disponibilità delle informazioni possedute preservandole da minacce interne ed esterne.
  • La sicurezza militare. Implica la capacità di uno Stato di difendersi e/o scoraggiare l’aggressione militare. In alternativa, la sicurezza militare implica la capacità di una Nazione di imporre le proprie scelte politiche mediante l’uso della forza militare. La specificità di questo tipo di sicurezza risiede nel fatto che la sicurezza militare serve come condizione per garantire molti altri tipi di sicurezza e, allo stesso tempo, è fondata su di essi.
  • La sicurezza ambientale. Consiste nell’affrontare i rischi ambientali che possono minacciare lo Stato, come problemi di desertificazione, siccità, incendi boschivi o altri disastri naturali, per i quali il Paese deve prepararsi a gestire l’impatto sociale e umano che da essi derivano.

L’aggiunta di nuove dimensioni alla sicurezza, come quella energetica ad esempio, è in linea con l’evoluzione del sistema globale e con le nuove minacce che ne possono derivare. Questo ampliamento della terminologia, ha contribuito a formare una comprensione della sicurezza nazionale più completa e conforme alla realtà[26].

Già negli anni ’70, il primo ministro giapponese Masayoshi Ohira sviluppò un concetto di “sicurezza globale”[27] riconoscendo che per prevenire e affrontare minacce come guerre, crisi energetiche, crisi delle risorse e disastri naturali, sia necessario mettere in campo una combinazione di mezzi economici, politici, militari e diplomatici. Il concetto si basava sulle idee delineate nella Dottrina Nixon del 1969[28], in cui gli Stati Uniti incoraggiavano i propri alleati ad assumersi la “responsabilità primaria” per la propria difesa.

Osservando la situazione internazionale a partire dal dopo Guerra Fredda, possiamo assistere a un mutamento dell’ambiente securitario internazionale, principalmente a causa di tre fattori: l’erosione della sovranità nazionale, il progressivo aumento dell’interdipendenza e il continuo proliferare di conflitti non convenzionali. Queste nuove trasformazioni hanno imposto una riconsiderazione del concetto di sicurezza[29]. Ad esempio, basti pensare all’impatto avuto dall’innovazione tecnologica sulla società contemporanea e, in particolar modo, sulla dimensione securitaria e di intelligence.

Nuovi fenomeni nel campo della sicurezza internazionale, come il rapido sviluppo della globalizzazione, l’arrivo dell’era dell’informazione, l’ascesa del ruolo degli attori non statali, l’importanza delle questioni globali hanno influenzato gli studi e i metodi di ricerca inerenti alla sicurezza. Pertanto, la ricerca di sicurezza da parte degli Stati, alla luce del contesto internazionale, deve muoversi in equilibrio tra la vecchia logica e la nuova realtà.

Dalla fine della guerra fredda a globalizzazione economica ha rappresentato il tratto distintivo delle attività economiche internazionali. L’eliminazione dei controlli nazionali sui flussi finanziari transfrontalieri, unita alla rivoluzione informatica, ha fatto sì che i capitali a breve termine entrassero e uscissero dai mercati nazionali molto rapidamente. Poiché questo capitale è tanto ingente quanto volatile, è in grado di creare scompiglio in un’economia che potrebbe non avere i meccanismi per gestirlo.

Dato che il sistema finanziario internazionale è “disordinato, inaffidabile e distruttivo”, tende a esporre la valuta e l’economia di una Nazione agli attacchi speculativi[30]. L’internazionalizzazione della politica economica trasforma spesso i Paesi in territori economici aperti e le economie nazionali in “riserve” di manodopera e risorse naturali a basso costo. In un mondo globalizzato, la capacità con cui gli Stati riusciranno a navigare in queste reti di interessi, determinerà la misura in cui essi saranno avvantaggiati o meno dalla globalizzazione.

Come abbiamo ricordato, gli Stati agiscono all’interno di un sistema internazionale anarchico[31]. Di conseguenza, diventa necessario prendere in considerazione l’ambiente dentro il quale ciascuno Stato opera. In questo ambiente si producono infatti gli input esterni (minacce esterne e interessi internazionali) a cui lo Stato deve rispondere.

Secondo la teoria del Regional Security Complex[32], le minacce viaggiano più facilmente attraverso brevi distanze, motivo per cui gli Stati si preoccupano, e per questo agiscono, all’interno di un’area “regionale”. Buzan afferma che “la sicurezza è un fenomeno relazionale”.

Quindi, “poiché la sicurezza è relazionale, non si può comprendere la sicurezza nazionale di un determinato Stato senza comprendere il modello internazionale di interdipendenza in cui è inserito”[33]. Per regione non ci si riferisce a un’area propriamente geografica, bensì a un’area definita da relazioni di sicurezza tra le unità esistenti. Una relazione di sicurezza significa che un’azione prodotta da un’unità produce effetti sulle altre unità presenti nel sistema. Un RSC è quindi una regione formata da attori interdipendenti, in cui la sicurezza di un attore è legata alle scelte degli altri.

Nella sua analisi della sicurezza regionale, Buzan offre diversi spunti interessanti. Il primo è quello di “amicizia e inimicizia tra gli Stati “[34], ovvero le alleanze tra Stati che possono essere il frutto di un’amicizia reciproca e valori condivisi o al contrario da cooperazioni segnate dalla paura, messe in atto per pura sopravvivenza, quali ad i patti di non aggressione.

Tuttavia, sempre secondo Buzan, i concetti di amicizia e inimicizia possono essere influenzati da numerosi elementi, siano essi di natura ideologica, territoriale, etnica e storica, in aggiunta al tradizionale equilibrio di potere tra potenze. Questo pensiero è importante in quanto il concetto di amicizia/inimicizia porta all’idea di quello che Buzan definisce “complesso di sicurezza”, ovvero “un gruppo di Stati le cui preoccupazioni primarie in materia di sicurezza sono collegate tra loro in un modo talmente stretto che le dimensioni securitarie dei singoli Stati non possono essere realisticamente separate l’una dall’altra”[35].

Questo assunto ci porta al punto più importante del concetto di sicurezza regionale concepito da Buzan: ovvero il fatto che la sicurezza regionale rientra in una sorta di gerarchia della sicurezza, collocandosi tra la sicurezza nazionale e quella globale. Le conseguenze di non prendere in considerazione la sicurezza regionale nelle proprie strategie di sicurezza potrebbero essere disastrose per qualsiasi Stato che decida di farlo.

Pertanto, la pianificazione della sicurezza nazionale dovrebbe adattarsi alla continua evoluzione della sicurezza internazionale e allo sviluppo e ai cambiamenti della società civile, in modo da stimolare il rinnovamento del pensiero strategico. Va considerato infatti che l’attuale dimensione securitaria nazionale e regionale è maggiormente complicata rispetto al passato, anche per via della proliferazione di una vasta gamma di attori violenti non statali.

Pertanto, un’efficiente strategia di sicurezza nazionale dovrebbe individuare le “zone rosse” connesse agli interessi nazionali in cui lo Stato è chiamato a operare per difendersi dalle minacce e per promuovere i propri interessi. Queste zone rosse sarebbero generate dall’interazione tra gli input provenienti dal sistema internazionale e la capacità dello Stato di rispondere a tali input[36]. In altre parole, l’efficienza di tale strategia dipenderà dal potere dello Stato di influenzare il sistema circostante.

In conclusione, il concetto di sicurezza nazionale rimane una nozione ambigua che necessita una costante ridefinizione dovuta al continuo mutamento dello scenario internazionale. Come analizzato, i problemi del XXI secolo sono di natura meno militare e più economica, con una forte enfasi sulla dimensione umana della sicurezza. Il tradizionale discorso sulla sicurezza militare e incentrato sullo Stato, con la sovranità e l’integrità territoriale come obiettivi prioritari, difficilmente riesce a cogliere gli odierni problemi di sicurezza fondamentali per la maggior parte dei Paesi.

La diffusione della globalizzazione supera di gran lunga la capacità delle società e dei loro sistemi politico-istituzionali di adattarsi al cambiamento della situazione della sicurezza globale. Pertanto, le connotazioni e le estensioni degli interessi di sicurezza nazionale si stanno ampliando, l’influenza degli attori non statali sulla sicurezza nazionale sta diventando più preminente e le questioni di sicurezza stanno crescendo in modo significativo. La complessità dei processi e dei fenomeni oggetto di studio, la loro natura eterogenea e il loro livello di imprevedibilità determinano la necessità di sviluppare un sistema integrale di metodi di ricerca prognostici corretti e fondati sull’evoluzione della sicurezza nazionale in connessione con l’intensificarsi dei processi di globalizzazione.

Intelligence: definizione, principi e ciclo operativo

Sebbene il concetto di intelligence, un termine generalmente ambiguo e dal misterioso fascino, abbia mostrato cambiamenti strutturali in varie epoche, esso esiste fin dalla storia antica ed ha un’importanza vitale per gli Stati. Oltre 2.500 anni fa in Cina, Sun Tzu scrisse l’arte della guerra[37], il primo trattato di strategia militare.

In esso Sun Tzu riconobbe l’importanza di disporre di informazioni accurate e attendibili sulle intenzioni e le capacità del nemico al fine di ottenere la vittoria. Col passare del tempo, l’attività dei servizi di intelligence è diventata più professionale e si è affermata come supporto alle esigenze politiche e militari. Pertanto, il concetto di intelligence può essere definito come “lo strumento di cui lo Stato si serve per raccogliere, custodire e diffondere ai soggetti interessati, siano essi pubblici o privati, informazioni rilevanti per la tutela della sicurezza delle Istituzioni, dei cittadini e delle imprese”[38].

Le informazioni, d’altra parte, denotano una conoscenza dell’ambiente che ci circonda, di cui si ha bisogno per prevedere il cambiamento in tempo ed eventualmente intervenire al riguardo. Tale capacità implica lungimiranza e intuizione ed è intesa a identificare il cambiamento imminente che può essere positivo, rappresentando un’opportunità, o negativo, rappresentando una minaccia. In altre parole, è necessario conoscere e agire per raggiungere gli obiettivi di sicurezza nazionale, e questo processo è legato alla strategia dell’informazione. Si potrebbe pertanto argomentare come “l’intelligence sia informazione”, ma sarebbe una definizione in realtà fuorviante e palesemente falsa in quanto se è vero che l’intelligence riguarda le informazioni, è altrettanto vero che le informazioni da sole non costituiscono l’intelligence[39].

Nel complesso, la sicurezza nazionale è suddivisa in sicurezza esterna che si occupa di minacce provenienti dall’estero e sicurezza interna che si occupa di minacce interne. Tuttavia, una tale divisione delle diverse aree di sicurezza è solo artificiale. Recentemente, la sicurezza informatica è entrata a far parte di questi due ambiti securitari, a causa dell’emergere del cyber spazio come ambiente di sicurezza significativo e critico.

Realisticamente, i diversi tipi di sicurezza sono spesso correlati e non chiaramente delimitati. È il fenomeno relativo alla sicurezza del 21° secolo. La strategia e l’intelligence sono due pilastri fondamentali delle pratiche e della gestione della sicurezza nazionale. La strategia è correlata al “come”, ovvero il metodo per raggiungere l’obiettivo di sicurezza. Il compito dell’intelligence consiste nel conoscere l’ambiente e le minacce che ci circondano al fine di realizzare una strategia mirata. In questo contesto, il ciclo intelligence-strategia è di fondamentale importanza per il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza nazionale.

Gli obiettivi sono molteplici: difendere la sicurezza interna ed esterna dello Stato, ma anche influenzare surrettiziamente la politica e le relazioni di altri Paesi. Per fare ciò, i servizi devono contrastare le minacce sempre più diffuse, sotterranee e disseminate, poste non solo dallo spionaggio tradizionale, come intelligence militare, politica o economica, ma anche da attività più subdole come la disinformazione o l’ingerenza negli affari politici, economici e culturali.

“L’intelligence come attività può essere definita come quella componente della lotta tra avversari che si occupa principalmente di informazioni”[40]. Essa svolge un ruolo fondamentale nell’assicurare informazioni preventive a sostegno del sistema istituzionale, necessarie per lo sviluppo di politiche e strategie di sicurezza nazionale.

Quindi, se “la conoscenza è potere” si può anche dedurre che l’intelligence è essa stessa una forma di potere. “L’informazione può supportare l’esercizio di altre forme di potere, come ad esempio quello coercitivo. L’intelligence fornisce la base per decidere: le persone, le organizzazioni e gli Stati, se devono agire in modo razionale, lo faranno dopo aver esaminato le linee di azione alternative a loro disposizione in relazione ai loro costi e benefici”[41].

Ciascuna amministrazione, infatti, fissa le proprie linee guida per le attività di intelligence e, all’interno di tali linee guida, stabilisce tempestivamente specifici requisiti e priorità per lo svolgimento di tali attività. Questi ultimi fluttueranno in base alla situazione mondiale, alla disponibilità di risorse e alle esigenze del governo. Tali fluttuazioni rendono necessario che i decisori politici dedichino un’attenzione frequente, se non costante, all’aggiornamento delle priorità e delle capacità di raccolta delle informazioni al fine di assicurare una solida sicurezza nazionale.

Possiamo illustrare brevemente i principi di base[42] nell’operato dell’intelligence come segue:

  1. Rapidità. L’intelligence deve essere veloce. Tutte le informazioni ottenute devono essere rapidamente comunicate all’autorità competente, evitando che la formulazione delle politiche o l’assunzione di una decisione sia ostacolata da ritardi. Questo concetto è stato magistralmente condensato nella teoria di John Boyd del ciclo OODA[43].
  2. Attendibilità. L’intelligence deve essere costituita da informazioni precise e verificate al fine di evitare che i decisori formulino delle politiche errate, e per questo motivo vi è la necessità di informazioni precise.
  3. L’intelligence deve essere preparata in linea con il fabbisogno informativo richiesto dai decisori, allo scopo di soddisfare pienamente le esigenze di quest’ultimi nella formulazione delle decisioni e delle politiche di interesse nazionale.
  4. Flessibilità. L’intelligence deve assumere un approccio flessibile nell’esercizio delle sue funzioni, oltre ad avere una capacità di riorientare rapidamente le proprie priorità, dato un contesto nazionale, regionale e globale in continua evoluzione.
  5. I servizi di informazione rappresentano una parte molto importante della società e ne garantiscono la sicurezza. Per questo motivo devono essere molto preparati, dotati di competenze funzionali ai compiti richiesti, con un approccio scettico, una mente creativa e votati alla riservatezza.
  6. L’intelligence non è solo l’attività di monitoraggio del nemico. Allo stesso tempo, impedisce a un potenziale nemico di avere informazioni riservate. In questo caso, si può dire che l’intelligence è anche un’attività di contrasto all’intelligence nemica. È in questo contesto che si inseriscono le funzioni di protezione degli interessi economici, scientifici, tecnologici e industriali del Paese.

Va tuttavia sottolineato come, nel contesto attuale, l’attività d’intelligence si debba confrontare con una pletora di informazioni spesso contrastanti, vaghe o incomplete. Essendo la raccolta informativa di fondamentale importanza, negli anni è stata oggetto di ampi studi teorici. Ciò ha portato all’elaborazione e anche alla diffusione del concetto di “ciclo dell’intelligence”, che intende raffigurare come venga originata la raccolta di notizie, come si sviluppi e infine come generi le informazioni utili[44] (Figura.1).

Figura 1: Il ciclo dell’intelligence

intelligence economica
Fonte: Alessandra Nicolosi, “Il ciclo di Intelligence”, CRIMINT, 26 luglio 201

L’immagine sopra ci descrive meglio l’analisi nel processo decisionale di intelligence, ovvero il processo di raccolta e sviluppo delle informazioni grezze in informazioni finite che i responsabili politici o militari possono utilizzare nel processo decisionale e nell’azione. Le fasi del processo sono: pianificazione e definizione degli obbiettivi, ricerca e raccolta, elaborazione, analisi e produzione, diffusione, utilizzazione e valutazione dei feedback.

Pertanto, l’attività di informazione per la sicurezza si può scomporre idealmente in una serie di momenti, che tuttavia non sempre si svolgono in successione, che vedono entrare in gioco attori e procedimenti diversi: dalla pianificazione e definizione degli obbiettivi, ad opera delle autorità decisionali competenti, alla ricerca e analisi delle informazioni raccolte, fino all’effettivo utilizzo e, infine, alla loro valutazione; volta a definire in che misura l’informativa abbia soddisfatto le esigenze conoscitive dell’Autorità di governo o di altri interlocutori istituzionali[45].

In risposta agli obbiettivi informativi prefissati, uno staff di intelligence sviluppa un piano di raccolta[46] delle informazioni applicando fonti e metodi disponibili e anche attraverso la ricerca di informazioni da altre agenzie. Ciò detto, esistono sei diverse fonti[47] di intelligence di base o discipline di raccolta:

  • HUMINT (Human Intelligence) Raffigura una “categoria di intelligence derivata da informazioni raccolte e fornite da fonti umane”[48]. Una tipica attività HUMINT consiste in interrogatori e conversazioni con persone che hanno o potrebbero avere accesso alle informazioni necessarie. È il metodo più antico per raccogliere informazioni e, fino alla rivoluzione tecnica della metà e della fine del XX secolo, è stata la principale fonte di intelligence.
  • SIGINT (Signals Intelligence) Tale disciplina riguarda la raccolta di informazioni tramite l’intercettazione di segnali, sia che si tratti di comunicazioni tra persone (COMINT), di segnali elettronici non utilizzati direttamente nella comunicazione (ELINT) o di segnali provenienti da una strumentazione esterna (FISINT)[49]. Negli Stati Uniti, la National Security Agency è responsabile della raccolta, elaborazione e segnalazione di SIGINT.
  • IMINT (Imagery Intelligence) Questa disciplina include rappresentazioni di oggetti riprodotti elettronicamente o con mezzi ottici su pellicola, dispositivi di visualizzazione elettronici o altri supporti. Le immagini possono essere derivate dalla fotografia visiva, immagini satellitari, sensori radar e da fotografia aerea. In quanto disciplina di raccolta di informazioni, la produzione IMINT dipende fortemente da un solido sistema di gestione nella raccolta delle informazioni.
  • MASINT (Measurement and Signature Intelligence) Questa branca “deriva dall’analisi dei dati ottenuti da strumenti di rilevamento allo scopo di identificare qualsiasi caratteristica distintiva associata alla fonte, all’emittente o al mittente, per facilitare la misurazione e l’identificazione di quest’ultimo”[50]. MASINT sfrutta una varietà di fenomenologie, da una varietà di sensori e piattaforme, per supportare lo sviluppo e l’analisi delle firme, per eseguire analisi tecniche e per rilevare, caratterizzare, localizzare e identificare obiettivi, fonti target fisse o dinamiche ed eventi. MASINT deriva da misurazioni specializzate e derivate tecnicamente di fenomeni fisici intrinseci a un oggetto o evento e include l’uso di firme quantitative per interpretare i dati.
  • OSINT (Open-Source Intelligence) Questo settore riguarda la raccolta di “informazioni disponibili al pubblico, nonché altre informazioni non classificate che hanno una distribuzione o un accesso pubblico limitato”[51]. Sono informazioni pubblicamente disponibili che appaiono in formato cartaceo o elettronico tra cui radio, televisione, giornali, riviste, Internet, letteratura grigia, database commerciali e video, grafica e disegni.
  • GEOINT (Geospatial Intelligence) Questa categoria descrive, valuta e rappresenta visivamente le caratteristiche fisiche e le attività geograficamente referenziate legate alla sicurezza sulla Terra. GEOINT è un modo di analizzare e correlare i dati e le informazioni che provengono dalle discipline di raccolta esaminate: essa presenta i dati di intelligence di varie fonti, legandoli ad una posizione sulla terra in un tempo specifico attraverso l’integrazione di immagini e informazioni geospaziali.

Come già detto in precedenza, la sicurezza è un concetto vago per natura e non esiste una definizione precisa condivisa[52]. Pertanto, le persone interpretano il concetto di sicurezza in base all’ambiente, al momento e alla situazione in cui si sentono insicure[53].

Ciò detto, nel mondo odierno, esiste anche la possibilità che le persone si sentano sicure nonostante si trovino in un ambiente pericoloso o che si trovino in realtà in un ambiente estremamente sicuro nonostante si sentano insicure. In un mondo in rapida globalizzazione, anche la percezione della sicurezza si sta globalizzando. Sebbene la tecnologia offra nuove opportunità ai decisori e ai funzionari di intelligence, essa offre anche opportunità ad attori ostili almeno sulla stessa scala.

La tecnologia, che si sta diffondendo rapidamente, ridefinisce il livello di minaccia e gli ambienti di conflitto, trasformando gli ambienti di guerra in ambienti di guerra per procura e guerra ibrida[54]. Nel processo decisionale, i decisori necessitano di informazioni obiettive e accurate in modo tempestivo. Per questo motivo, gli Stati hanno bisogno di analisti di intelligence in grado di raccogliere le informazioni necessarie e di analizzarle in modo rapido, obiettivo e accurato.

A tal riguardo, la National Intelligence Strategy degli Stati Uniti[55] descrive sette obiettivi prioritari necessari per fornire informazioni tempestive, approfondite, oggettive e pertinenti ai decisori. Tali obiettivi sono progettati per affrontare la totalità delle questioni regionali e funzionali alla sicurezza nazionale. Tre di questi obiettivi si riferiscono a missioni di intelligence fondamentali che devono essere compiute, indipendentemente dalla minaccia o dall’argomento:

  1. Intelligence strategica: riguarda la raccolta, l’elaborazione, l’analisi e la promozione dell’intelligence necessaria per la formazione di piani politici e militari a livello nazionale e internazionale.
  2. Intelligence preventiva: definita come la capacità di percepire, anticipare e avvertire le condizioni, le tendenze, le minacce e le opportunità emergenti che potrebbero richiedere un rapido cambiamento nella posizione, nelle priorità o nell’enfasi della sicurezza nazionale.
  3. Operazioni in corso: supporta le azioni in corso e le operazioni di intelligence e militari.

Vengono poi identificati altri quattro obiettivi attuali che i servizi di informazione devono compiere:

  1. Cyber sicurezza: attività che ha lo scopo di aiutare a mitigare potenziali attacchi ed eventi dannosi che si verificano nel cyberspazio.
  2. Antiterrorismo: attraverso l’individuazione e il contrasto a coloro che sono coinvolti nel terrorismo e nelle attività correlate.
  3. Controproliferazione: attività volta a prevenire, rilevare e contrastare la realizzazione e il traffico di armi di distruzione di massa come: ordigni nucleari, armi chimiche, biologiche e radiologiche nonché le tecnologie e il know-how ad esso correlato.
  4. Controspionaggio: attività d’intelligence per il contrasto allo spionaggio condotto da una fazione ostile straniera all’interno del territorio nazionale.

Sebbene questa breve elencazione non completi la cerchia di tutte le attività esperibili da un servizio d’informazione, essa delinea, tuttavia, due campi d’azione fondamentali: quello relativo alla raccolta e gestione delle informazioni (primi tre punti dell’elenco) e quello del contrasto all’attività nemica (ultimi quattro punti, declinati nelle attività di individuazione e contrasto di attività ostili alla sicurezza nazionale).

La ricerca di informazioni segrete è il cardine dell’attività di intelligence. Allo stesso tempo, riflettendo la trasformazione politica ed economica determinata dalla fine della guerra fredda e dal progresso tecnologico, sono ora accessibili quantità crescenti di informazioni un tempo segrete. A seguito dell’emergere di queste nuove vulnerabilità, gli Stati sono obbligati a mantenere l’integrità delle loro reti e sistemi informatici non mediante difese fisiche, come l’uso delle forze armate, ma riducendo le vulnerabilità nei loro sistemi informativi, proteggendo i propri dati e interessi strategici[56].

Lo sviluppo di internet ha cambiato il panorama dell’informazione, facilitando l’accesso e la condivisione di informazioni e comunicazioni, il che ha comportato anche più efficienti processi di smistamento e archiviazione delle suddette informazioni. L’aumento del flusso informativo e dalla facilità di accesso alle medesime ha generato nuove problematiche che necessitano di essere affrontate dallo Stato. Questa nuova sfida è emersa in quanto i servizi di intelligence e di sicurezza hanno generato un enorme quantità di dati da classificare e preservare. Tuttavia, la raccolta di informazioni non si traduce automaticamente in migliori risultati nel processo decisionale.

Come si può allora determinare l’importanza dell’intelligence? Per capirlo bisognerebbe comprendere se i decisori, politici o militari, avrebbero fatto scelte diverse con o senza il contributo fornito loro dall’intelligence. Per quanto una risposta a questa domanda possa sembrare non di facile soluzione, possiamo tuttavia affermare che l’intelligence abbia certamente contribuito a ridurre l’incertezza su determinate questioni, fornendo avvertimenti e una comprensione sulle vicende correlate alla salvaguardia degli interessi nazionali.

Questa riduzione dell’incertezza dovrebbe essere vista come un servizio prezioso anche se, per via del particolare contesto in cui gli agenti operano, non sempre le informative d’intelligence sono prive di errori. Di fronte a questi riscontri, i servizi di informazione devono essere intesi come un complesso sistema adattativo in cui i processi di costruzione, produzione e gestione delle informazioni e della conoscenza possono essere ottimizzati attraverso l’upgrading tecnologico a livello nazionale e internazionale[57].

Stiamo quindi assistendo a una chiara trasformazione dell’intelligence nel suo processo operativo, poiché l’efficacia dei servizi di informazione è direttamente correlata al processo di sviluppo e miglioramento della produzione, dell’approvvigionamento, della gestione e trasmissione di informazioni ritenute strategiche per gli Stati. Di fronte alle riflessioni fatte, si palesa pertanto la necessità, per i servizi informativi e di sicurezza, di diventare maggiormente agili, innovativi e creativi[58].

La sicurezza economica nell’era della geoeconomia

Il potere economico è sempre stato un fattore di potere decisivo nel sistema mondiale. Dopo la fine della Guerra Fredda, l’economia mondiale è passata dal bipolarismo (ordine liberale a guida statunitense v. sfera di influenza sovietica) a un’era di regionalizzazione[59], multipolarismo e integrazione regionale che si influenzano a vicenda. Il coordinamento, la regolamentazione e la gestione dell’economia globale, mediante l’utilizzo di un insieme di meccanismi e regole di coordinamento, funzionamento e gestione, ha fatto sì che la politica economica abbia acquisito un ruolo sempre più significativo nelle relazioni internazionali contemporanee.

Tuttavia, recenti fattori come il conflitto russo-ucraino, la competizione strategica tra USA e Cina e la pandemia da Covid-19 hanno accelerato l’instabilità economica e acuito l’egoismo nazionale, richiamando l’attenzione sulla sicurezza economica[60]. Le interdipendenze economiche tra gli Stati, impersonificate dalle catene di approvvigionamento globali[61], che hanno guidato la crescita dell’economia mondiale, vengono ora additate come fattori destabilizzanti che possono indebolire la competitività nazionale e, pertanto, minacciarne la sicurezza interna. Poiché l’ordine economico internazionale sta cambiando così rapidamente, viene sollevata da più parti la necessità di stabilire una strategia di sicurezza economica.

In un recente passato, le regolamentazioni che sostenevano i trattati commerciali e di investimento perseguivano obbiettivo di mutuo vantaggio economico nel commercio e negli investimenti, piuttosto che una diretta strategia di difesa della propria sicurezza. Questa relativa divergenza tra la dimensione economica e quella securitaria si è verificata in parte perché gli Stati Uniti, dal Secondo dopo-guerra in poi, non ritenevano vi fosse un concorrente economico e, al contempo, strategico.

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica era un concorrente strategico ma, nel tempo, divenne chiaro che economicamente non poteva competere con gli Stati Uniti. Secondo Micheal Mastanduno[62], il principale sfidante alla sicurezza non era uno sfidante economico, e i principali sfidanti economici erano alleati della sicurezza, si pensi al Giappone degli anni 80, o alla Comunità Europea. Pertanto, sempre secondo l’autore, “le relazioni economiche e di sicurezza internazionali sembravano essere giochi diversi che coinvolgevano attori principali diversi”[63].

Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno raggiunto il predominio sia strategico sia economico. La minaccia comunista svanì, lasciando sul campo il capitalismo come l’ideologia economica dominante dell’epoca. Secondo Luttwak, le rivalità ideologiche della guerra fredda furono sostituite dalla competizione economica, in cui il commercio e la finanza mettono in ombra la potenza militare[64].

Il modello economico neoliberista si espanse rapidamente a livello internazionale con l’istituzione della WTO e la diffusa firma di trattati, volti a separare il mercato dall’interferenza politica[65] e a istituire un controllo giudiziario internazionale sulle controversie commerciali e di investimento. Per realizzare l’obiettivo di una maggiore efficienza economica, i trattati commerciali e di investimento miravano a superare il nazionalismo economico, ad esempio riducendo il protezionismo e stabilendo il principio di non discriminazione[66].

Ciò ha portato a complesse catene di approvvigionamento globali che hanno creato profonde interdipendenze tra Stati, sia amici sia potenziali nemici. Sulla base di questa premessa e mossi dai guadagni economici, gli Stati Uniti hanno accolto la Cina e gli ex Stati sovietici nell’economia mondiale come un modo per promuovere sia la pace sia la prosperità. Pertanto, il periodo successivo alla guerra fredda ha visto sia la Cina sia la Russia aderire alla WTO e stipulare numerosi accordi di investimento con risoluzione vincolante delle controversie[67].

Dunque, a seguito del nuovo equilibrio di potere dopo la guerra fredda, sono emersi nuovi attori economici globali. Tuttavia, l’intensificarsi della globalizzazione ha anche esacerbato le rivalità commerciali tra le diverse zone economiche. L’aumento dell’interdipendenza ha alimentato la globalizzazione, ma d’altro canto gli Stati hanno cercato di raggiungere e conservare una posizione privilegiata nell’economia mondiale.

Da questo punto di vista, la posizione geografica e le risorse naturali di un Paese hanno un impatto importante sullo sviluppo e sulla strategia economica nazionale. La logica della prossimità geografica e le pressioni legate all’interdipendenza economica hanno dato vita a numerose entità regionali quali l’accordo di libero scambio del Nord-America (NAFTA), il Mercato comune dell’America Latina (MERCOSUR) e la stessa Unione Europea, solo per citarne alcune.

La Cina, dal canto suo, insieme ai Paesi BRICS, sta promuovendo un sistema alternativo di governance economica globale[68], rispetto a quella neoliberista, tramite il supporto di nuove organizzazioni e iniziative create appositamente come ad esempio la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (AIIB) o la BRI. Attraverso la Belt and Road Initiative, la Cina crea dipendenze economiche e le sfrutta politicamente.

Gli strumenti utilizzati sono molteplici: investimenti, accordi commerciali e di materie prime, cospicui finanziamenti per lo sviluppo di progetti energetici e infrastrutturali in tutto il mondo. A differenza dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, la Cina è un rivale sia strategico sia economico degli Stati Uniti. I crescenti legami commerciali e finanziari di Pechino con il Sud del mondo aiutano meglio a capire il crescente interesse mostrato alle iniziative cinesi da un cospicuo numero di Stati[69].

Questa crescente divisione geopolitica ed economica tra superpotenze ha indotto un cambio di paradigma nel pensiero economico e securitario. Pertanto, è necessario riorganizzare il nostro orientamento di politica estera in un’ottica di sicurezza economica. Dopo decenni di costante intensificazione della globalizzazione economica, oggi emergono alcune tendenze contrarie.

Se grandi potenze come Cina e Stati Uniti utilizzano strumenti economici come tariffe, investimenti, sanzioni, manipolazioni valutarie o flussi di risorse e dati, ciò avrà conseguenze di vasta portata per il sistema economico internazionale. Lo stesso vale per i nuovi meccanismi di controllo come lo screening sugli investimenti diretti esteri, la parziale disgregazione delle catene del valore globali e gli sforzi statali nelle strategie industriali nazionali o regionali. Tutto ciò accade in una situazione in cui l’economia globale sta crescendo solo moderatamente, le banche centrali svolgono un ruolo sempre più importante e il debito sovrano è in aumento, il che a sua volta crea delle dipendenze crescenti e delle situazioni di vulnerabilità.

Con il tempo, i cambiamenti nel potere economico causati dalla globalizzazione hanno portato a un ripensamento delle teorie economiche classiche fondate sul libero scambio in favore di una maggiore sicurezza relativa degli Stati al fine di proteggere le proprie industrie e sostenere una politica industriale e militare olistica: in altre parole, il mercantilismo sembra essere in ascesa.

Questo cambiamento ha fatto sorgere un’altra consapevolezza: l’interdipendenza può aumentare l’efficienza economica, ma può anche generare vulnerabilità strategiche, come dipendenze da Stati stranieri per la fornitura di tecnologie critiche necessarie per il progresso economico e militare o l’uso di forniture fabbricate in Stati esteri che potrebbero essere state manomesse. La pandemia di Covid-19 ha evidenziato la vulnerabilità causata dall’eccessiva dipendenza delle catene di approvvigionamento globali[70] e dal fallimento del coordinamento nell’affrontare i rischi sanitari globali. Inoltre, come sostenuto da Farrel e Newman[71], l’interdipendenza raramente è simmetrica, pertanto, tali asimmetrie possono essere sfruttate come leva, sfruttando le reti globali di scambio informativo e finanziario per ottenere un vantaggio strategico.

Le preoccupazioni sull’interdipendenza vengano amplificate quando il concorrente economico viene considerato anche un concorrente strategico[72]. Invece di dare priorità all’interdipendenza per un guadagno in termini di efficienza economica, i concorrenti strategici potrebbero cercare di isolarsi, in una certa misura, per limitare le vulnerabilità che derivano dalla connessione. La tendenza è evidente in settori quali: microchip e tecnologia delle telecomunicazioni, energia e industria della difesa.

Va considerato poi come la frammentazione delle catene di approvvigionamento sia per i beni sia per i servizi potrebbe aumentare ulteriormente a causa di barriere non tariffarie quali norme di sicurezza, privacy e fitosanitarie o problemi legati all’interoperabilità delle apparecchiature elettroniche e digitali.

I compromessi tra efficienza economica e sicurezza nazionale sono enormi[73]. I disordini geopolitici ed economici odierni, come la guerra in Ucraina, stanno incidendo negativamente sull’efficienza economica globale, alimentando l’inflazione, ed esacerberanno ulteriormente le tensioni tra Paesi alimentando divisioni. I problemi della catena di approvvigionamento mostrano certamente dove siamo attualmente vulnerabili. Per ora, è importante identificare i punti deboli e cercare soluzioni, ma i preparativi dovrebbero essere fatti con particolare attenzione sull’innovazione tecnologica per garantire la competitività futura degli Stati.

In questo nuovo ambiente in cui la sicurezza dell’approvvigionamento è diventata fondamentale, la progettazione delle catene del valore dovrà ridurre al minimo i rischi. Pertanto, sarà necessario un ripensamento in relazione al raggio d’azione e all’efficacia della tradizionale politica estera e di sicurezza.

In termini di catena di approvvigionamento, dovrebbe essere perseguito al tempo stesso un approccio universale, come la diversificazione delle fonti di approvvigionamento per rafforzare la sicurezza economica nazionale. Affrontare la crescente frammentazione economica e contenerne i costi richiederà indubbiamente agli Stati di affrontare le ragioni alla base di queste divisioni. Generare fiducia reciproca e al contempo limitare l’incertezza globale rappresenterà la principale sfida futura per l’ordine economico internazionale.

L’intelligence economica

Negli ultimi due decenni, l’economia è senza dubbio diventata il principale campo di battaglia nella lotta per la supremazia globale tra le grandi potenze. Con la fine della Guerra Fredda e l’inizio di una nuova era caratterizzata dalla multipolarità e dalla crescente globalizzazione, le sfide per i servizi d’intelligence sono notevolmente aumentate, diventando più complesse e difficili. La tendenza odierna vede gli Stati perseguire i loro obiettivi nazionali in un’arena poco conosciuta: la cosiddetta “zona grigia”[74]tra pace e conflitto aperto.

Apparentemente (come abbiamo visto nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina) una reliquia dell’ordine mondiale della Guerra Fredda, le campagne militari convenzionali hanno lasciato il posto a una guerra ibrida che coinvolge attacchi informatici, campagne di disinformazione, sanzioni economiche e commerciali e tutta una altra serie di pressioni non violente. La progressiva integrazione delle economie nazionali col sistema internazionale ha indubbiamente offerto numerose opportunità, ma ha anche comportato la genesi di nuove minacce.

Acquisizioni e investimenti in infrastrutture vitali o in tecnologie nazionali di alta qualità possono creare una dipendenza indesiderata da altri Stati, comportando un rischio per la sovranità nazionale. Vi è poi la possibilità di poter far trapelare informazioni riservate o sensibili. Pertanto, accanto alla disciplina tradizionale dell’intelligence, se ne sta sviluppando un’altra: l’intelligence economica.

Prima di analizzare questo concetto, è utile capire il contesto in cui i servizi di informazione operano. Empiricamente, l’intelligence economica non è affatto un fenomeno nuovo. Ad esempio, nel medioevo, la Repubblica di Venezia[75]fu tra le prime realtà italiane a dotarsi di un comparto d’intelligence volto al controspionaggio e, soprattutto, alla raccolta di informazioni economiche per meglio supportare i suoi scambi commerciali, vista la competizione con le altre città portuali europee. Dunque, l’intervento dei servizi a livello economico non è mai stato un tabù.

Questo ruolo esiste ed è giustificato da questioni di sicurezza nazionale, poiché gli imperativi securitari si estendono non solo alla difesa del territorio, della popolazione e delle risorse nazionali, ma anche alla conservazione delle capacità economiche della Nazione. Pertanto, il concetto di sicurezza nazionale tiene conto della tutela delle imprese[76], poiché un’impresa che prospera e innova è una fonte di ricchezza per l’economia statale nel suo complesso. In quanto tale, quindi, lo Stato mobilita tutti i mezzi a sua disposizione per proteggere i propri interessi e consolidare il proprio potere economico.

Oggi, appare chiaro come relazioni internazionali e la politica estera siano sempre più spesso modellate dagli interessi economici degli Stati, piuttosto che da approcci ideologici o da riflessi nazionalistici. Si ritiene che le ragioni di questo stato di cose vadano ricercate nella crescente globalizzazione economica e innovazione tecnologica, con il contemporaneo inasprimento della concorrenza internazionale.

Se gli Stati hanno preso coscienza della necessità di mettersi in gioco a fianco delle imprese, ciò è certamente avvenuto dalla fine della Guerra Fredda, in un contesto mondiale sempre più competitivo. Dalla fine del mondo bipolare, le preoccupazioni commerciali sono diventate un importante elemento motivante della politica estera. L’investimento economico è divenuto uno dei principali strumenti a disposizione per portare avanti la politica estera e promuovere gli interessi strategici all’estero.

Inoltre, va segnalato come l’interdipendenza e la concorrenza economica si siano rivelate degli importanti fonti di tensione e di possibile conflitto tra Stati. Nel contesto della globalizzazione, quindi, la competizione si è trasformata in una vera e propria “guerra economica”[77]. Per questo motivo, riconoscendo che le nuove condizioni dell’economia mondiale sono importanti per la propria situazione economica interna, gli Stati cercano di proteggere i propri interessi nazionali, anche attraverso una migliore comprensione della situazione internazionale.

A queste condizioni, la conquista dei mercati prende il posto dell’invasione territoriale: l’interdipendenza economica tende a ridurre lo spazio disponibile di un conflitto militare, ma l’obiettivo finale, ovvero l’accumulazione di potere e ricchezza, rimane immutato. Secondo Gillyboeuf “la competizione economica si ispira ai metodi usati dai militari per ottenere, elaborare, diffondere e proteggere informazioni che assicurano un vantaggio competitivo, tanto che si parla di guerra economica”[78].

L’intelligence economica, lo spionaggio industriale e le attività di lobbying sono tutti strumenti utilizzati all’interno di questo contesto di guerra. La guerra economica richiama quindi un insieme di valori incentrati sulla nozione di patriottismo economico e può spingersi fino a rivendicare uno stato di autodifesa economica[79].

In questo mutato contesto, con minacce in continua evoluzione, il bisogno di intelligence da parte dei governanti è apparso diverso ma ugualmente essenziale. L’uso dell’intelligence in ambito economico varia da un Paese all’altro ed è associato a molti fattori, tra cui la necessità di competere e differenziarsi. Ad esempio, secondo l’economista Paolo Savona[80], sono tre i principali problemi da affrontare nell’organizzazione dei servizi di Intelligence economica, ovvero:

  1. individuare attentamente le minacce economiche per la sicurezza dello Stato;
  2. fissare rigorosamente i limiti di competenza tra i vari Servizi d’intelligence (Servizi di informazione e di sicurezza, Servizi di lotta alla criminalità e di ordine pubblico e Servizi di politica economica a fini di competizione internazionale);
  3. stabilire l’organizzazione più adatta a conseguire l’obbiettivo, individuando il lavoro che va svolto necessariamente all’interno e ciò che può essere ottenuto dall’esterno.

L’informazione, da sempre risorsa strategica, è diventata oggi una condizione essenziale per la competitività. Secondo il Rapporto Martre del 1994[81], “l’intelligence economica può essere definita come l’insieme delle azioni coordinate di ricerca, elaborazione e diffusione, in vista della sua valorizzazione, di informazioni utili agli attori economici”.

Tale rapporto presuppone l’utilizzo dell’informazione come arma, per il raggiungimento degli obiettivi di mercato di un’impresa, rispetto alle sue concorrenti. Pur operando in un ambito di segretezza, queste azioni servono a realizzare un disegno strategico generale concordato con le autorità politiche e finanziarie nazionali. Pertanto, il successo della singola impresa nel suo segmento di mercato rappresenta un singolo tassello, all’interno di un piano generale, che è di affermazione economica di una Nazione rispetto ai suoi concorrenti in settori prestabiliti[82].

Questo rapporto è stato considerato come l’atto di fondazione dell’intelligence economica francese. Di fatto, molti Stati hanno creato delle istituzioni per la ricerca strategica in campo economico e finanziario. Primi fra tutti, appunto, la Francia, con la fondazione, nell’Ottobre 1997, dell’Ecole de Guerre Economique con insegnamenti che si basano su logiche strategico-militari.

Secondo tali dettami, lo Stato ha il compito di assistere le proprie imprese nel processo d’internazionalizzazione e negli organismi sovranazionali che regolano il contesto della globalizzazione come l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), l’Unione Europea, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ecc. In Francia, l’azione dei servizi d’intelligence in materia economica si articola attorno a tre assi[83]:

  • garantire una vigilanza strategica che faciliti il processo decisionale degli attori pubblici in materia economica;
  • sostenere la competitività delle imprese e la capacità di trasferimento tecnologico degli istituti di ricerca, in via prioritaria a vantaggio delle imprese francesi ed europee;
  • garantire la sicurezza economica delle imprese e degli istituti di ricerca.

Data l’importanza delle informazioni strategiche nei processi decisionali legati all’economia, alla finanza, al commercio e all’industria, la prima dimensione elencata è di primaria importanza. Essa comprende la varietà di metodi di raccolta di dati strategici in conformità con le leggi e i regolamenti vigenti. L’accesso sistematico a conoscenze credibili su processi e fenomeni cruciali per gli interessi economici dello Stato permette di ridurre al minimo l’insicurezza nel processo decisionale e quindi di migliorare la competitività economica di Stati e aziende nell’economia globale.

Le operazioni offensive costituiscono la seconda dimensione dell’intelligence economica francese. Il loro obiettivo primario è rafforzare la presenza dello Stato e delle entità nazionali nell’economia mondiale, in particolare nei mercati di importanza strategica per l’interesse nazionale. Grazie alla comprensione dei fenomeni e dei processi economici forniti dai servizi d’informazione, lo Stato è in grado di stimolare l’efficienza dell’economia nazionale e competere nel mercato, assicurandosi risorse naturali e incoraggiando gli investimenti.

La terza dimensione è legata alla sicurezza, il che significa, fondamentalmente, monitorare i settori cruciali dell’economia. Il suo compito è quello di neutralizzare le minacce che potrebbero inficiare l’efficienza della politica economica, come le esternalità negative che influenzano i mercati finanziari globali e disturbano il corretto funzionamento dei meccanismi di mercato. Il sistema di intelligence economica risulta fondamentale anche per contrastare gli effetti negativi della criminalità organizzata transnazionale e del terrorismo.

Intelligence economica vs spionaggio industriale: metodi legali e illegali

Nel frattempo, come detto, le informazioni economiche possono essere acquisite non solo dagli Stati ma anche da organizzazioni economiche (imprese nazionali e multinazionali), utilizzando a tal fine i servizi di intelligence statali e privati che operano all’interno e al di fuori di un Paese. Questo tipo di intelligence viene condotto con tutti i metodi disponibili, siano essi legali o illegali.

A questo punto vale la pena aggiungere che l’intelligence economica vista dalla posizione del Paese da cui si acquisiscono le informazioni economiche, può configurarsi come spionaggio industriale. Entrambi i termini indicano delle attività volte a ottenere ed elaborare informazioni preziose nel campo economico che non sono facilmente reperibili. Tuttavia, vale la pena distinguere tra questi due concetti. Sebbene differiscano nelle modalità, entrambi hanno un obiettivo comune, ovvero ottenere informazioni che consentano alle aziende di acquisire un vantaggio competitivo sul mercato. Al contrario, la principale differenza[84] concerne i metodi e i mezzi per ottenere informazioni.

L’intelligence economica consiste nella raccolta di informazioni strategiche su un concorrente commerciale o industriale, perlopiù utilizzando mezzi legali. Una perfetta conoscenza dell’ambiente, grazie alle informazioni, consente per esempio a un’impresa di anticipare le minacce relative al proprio patrimonio immateriale come: Know-how, brevetti ecc… Al contrario, lo spionaggio industriale si riferisce ad attività illecite volte ad appropriarsi illegalmente di informazioni strategiche su un concorrente commerciale.

Le spie industriali, infatti, non esitano a utilizzare, se necessario, metodi illegali e riprovevoli per ottenere le informazioni ricercate come: furto di documenti, manipolazione, corruzione, violenza, ricatto o hacking. Inoltre, lo spionaggio industriale prevede la solo raccolta di informazioni, solitamente indicate in modo abbastanza chiaro dal cliente. L’intelligence, invece, si concentra non solo sulla raccolta e l’analisi di vari dati, ma anche sullo sviluppo di raccomandazioni e decisioni di gestione, nonché sulla previsione di eventuali azioni, difensive o offensive, da poter intraprendere.

In altre parole, l’intelligence economica serve come meccanismo di “legge e ordine”, attenuando il ricorso allo spionaggio economico e monitorando gli accordi commerciali.

Quest’assunto deriva dai quattro punti di Philip Zelikow[85]che delineano come i sistemi d’informazione dovrebbero operare efficacemente, ovvero: 1) facendo leva sulle proprie capacità uniche, 2) operando in aree in cui non ci sono informazioni liberamente accessibili, 3) adattando le informazioni a determinati requisiti considerati speciali e 4) operando dove il settore privato non è in grado di farlo. Ciò è in linea con l’idea che il settore privato sia il principale creatore dell’informazione economica e della base tecnologica dell’informazione, come sostenuto da Berkowitz e Goodman[86], che collocano le attività governative nelle aree in cui il settore privato non dimostra un’adeguata competenza.

In conclusione, l’obiettivo dell’intelligence economica, intesa come strumento chiave della rivalità geoeconomica, è promuovere gli interessi economici nazionali nell’economia globale. Ciò si ottiene perseguendo ed elaborando le informazioni raccolte attraverso diversi mezzi (legali e illegali), al fine di proteggere e promuovere la propria competitività. Date le loro capacità e il loro ruolo fondamentale, le agenzie di intelligence nazionali hanno assunto un ruolo centrale in questo sforzo. Tuttavia, il coordinamento con le imprese private rimane un elemento cruciale di questo dispositivo nazionale.

Pertanto, lo sviluppo del sistema di intelligence economica richiede non solo soluzioni istituzionali governative, ma anche lo stimolo di altri attori non governativi, che sono cruciali per il successo del progetto. Inoltre, vale la pena sottolineare l’importanza degli esperti, del mondo accademico e delle aziende private che forniscono servizi legati alla cosiddetta intelligence competitiva[87].

Questo fenomeno è un equivalente dell’intelligence economica a livello privato e aziendale. Il suo compito principale è quello di soddisfare le esigenze e i requisiti del settore privato. Date le limitate capacità delle istituzioni pubbliche e delle agenzie di intelligence, anche i Paesi più sviluppati non sono in grado di fornire tutte le informazioni necessarie a tutti gli agenti economici. Nel complesso, quindi, l’intelligence economica si configura come “una strategia collettiva, un approccio complesso, alla ricerca di una strategia adeguata a gestire le sfide dell’ultima fase della globalizzazione”[88].

Questo articolo ha esplorato l’evoluzione dei concetti di interesse nazionale e sicurezza nell’era contemporanea, evidenziando come la globalizzazione e la crescente interdipendenza economica abbiano trasformato radicalmente il panorama delle minacce e delle opportunità strategiche.

Nel prossimo approfondimento della serie, dedicato agli investimenti cinesi tra interesse economico e proiezione strategica, analizzeremo specificamente le modalità attraverso cui la Repubblica Popolare Cinese utilizza gli strumenti economici come leva di influenza geopolitica, con particolare focus sull’esperienza italiana e le implicazioni per la sicurezza nazionale europea.

Per una comprensione più approfondita di queste tematiche, è disponibile il white paper gratuito elaborato da Matteo Marras dal titolo La difesa dell’interesse nazionale e gli investimenti cinesi in Italia”, che offre un’analisi dettagliata delle sfide e delle opportunità legate alla presenza economica cinese nel nostro Paese.

Fonti:

[1] Donal Nuechterlein, “National interests and foreign policy: conceptual framework for analysis and decision-making”, in British Journal of International studies, vol.2, no.3, 1976, pag. 246-266.

[2] Nel 1630 Richalieu affermava “Non ho altri nemici che quelli dello Stato”. Secondo il cardinale, coloro che cospiravano contro di lui attentavano alla monarchia e contro gli interessi dello Stato. Tali priorità possono quindi indurre il decisore politico a giustificare un’azione considerata illecita per salvaguardare la sicurezza dello Stato.

[3] Il Principe è un vero e proprio “manifesto politico”, il cui fine fu quello di innalzare l’Italia a diventare uno stato, dopo averla liberata dallo straniero. Insomma, lo scopo di quest’opera non era il tornaconto individuale, ma l’interesse nazionale. Il Principe è la risposta machiavelliana alla crisi italiana, che poteva essere risolta soltanto grazie all’intervento di un principe redentore che avrebbe dovuto fondare uno Stato italiano e aprire la strada alla repubblica.

[4] L’equilibrio delle potenze sostituiva la consapevolezza dell’appartenenza ad un’unica comunità; l’interesse dello Stato o della dinastia, con cui si identificava la nazione, diventava il metro d’ogni iniziativa.

[5] Alejandro Salas Maturana, “El interes nacional: teoria y realidad”, Academia nacional de estudios politicos y estrategicos, 21 agosto 2020. https://anepe.cl/el-interes-nacional-teoria-y-realidad/

[6] Hans Morgenthau, “Another great debate: the national interest of the United States”, in The American Political Sciences Review, vol. 46, no.4, 1956, pag 972

[7] Charles Lerches & Abdul Said, Concepts of International Politics, (Englewood Cliffs: Prentice-hall Publisher, 1972), pag 25.

[8] Kenneth Waltz, Theory of International Politics, (Reading: Addison-Wesley Series in Political Sciences, 1979).

[9] Robert Keohane & Alexander George, “The Concept of National Interest: Uses and Limitation”, in Presidential Decision Making in Foreign Policy: The Effective Use of Information and Advise a cura di Alexander George, (Boulder: Westview Press, 1980).

[10] Alexander Wendt, Social Theory of International Politics, (Cambridge: Cambridge University Press, 1st edition, 1999), pag. 235-237.

[11] Thomas Robinson, “National interest”, in International Politics and Foreign Policy: A Reader in Research and Theory a cura di James Rosenau, (New York: New York Free Press, 1961), pag. 184-185.

[12] Ibidem.

[13] Alan Hudson, “NGOs’ transnational advocacy networks: from legitimacy to political responsability?”, in Global Networks, vol.1 no.4, 2002, pag.331-352.

[14] Marieke Louis, “Who Decides? Representation and Decision-Making at the International Labour Organization”, in International Development Policy, no.11, 2019, pag. 40-58.

[15] Norman Dunbar Palmer & Howard Cecil Perkins, International relations. The world community in transition, (Boston: Houghton Mifflin, 3rd edition, 1970).

[16] Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite è imperniato su un divieto generale dell’uso della forza armata (esteso anche alla sua minaccia) stabilito dall’art. 2, par. 4 della Carta (che si riflette nell’obbligo di soluzione pacifica delle controversie tra Stati membri) e che prevede come un’unica eccezione quella della legittima difesa individuale e collettiva.

La possibilità di ammettere autorizzazioni all’uso della forza in diritto internazionale è subordinata alla duplice condizione dell’esistenza di un divieto per gli Stati di ricorrere alla violenza bellica e della presenza di un organo centralizzato incaricato di gestire le eccezioni al divieto. Ambedue le condizioni si trovano in linea di principio realizzate nella Carta ONU, la quale da un lato afferma il dovere per gli Stati di astenersi dall’uso della forza nelle loro relazioni internazionali (art. 2 e 4), dall’altro predispone un apparato (cd. sistema di sicurezza collettiva) facente capo al Consiglio di sicurezza, incaricato di prendere efficaci misure collettive per prevenire minacce alla pace e reprimere atti di aggressione.

[17] Harold Lasswell & Dorothy Blumenstock, World revolutionary propaganda, (North Stratford: Ayer Co Pub, 1939), pag 10.

[18] Joseph Romm, Defining national security: the non military aspects, (New York: Council on Foreign Relations Press, 1933).

[19] Edoardo Camilli, “Sicurezza nazionale: tra concetto e strategia”, Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, 2014, pag. 1-12.

[20] Hans Gunter Brauch, “Concepts of Security Threats, Challenges, Vulnerabilities and Risks”, in Coping with Global Environmental Change, Disasters and Security, (Berlin: Hexagon Series on Human and Environmental Security and Peace, Springer, vol. 5, 2011), pag. 61-106.

[21] Barry Buzan, People, State and Fear: An Agenda for International Security in the Post-Cold War Era, (Colchester: ECPR Press, 2nd edition, 2008).

[22] Alem Saleh, “Broadening the Concept of Security: Identity and Societal Security”, in Geopolitics Quaterly, vol. 6, issue 4, 2011, pag. 228-241.

[23] Ali Diskaya, “Towards a Critical Securitization Theory: The Copenaghen and Aberystwyth Schools of Security Studies”, E-international Studies, 1 February 2013.

[24] Barry Buzan, OleWaever & Jaap de Wilde, Security: A New Framework for Analysis, (Boulder, London: Lynne Rienner Publishers, 1998).

[25] Ivi, pag. 22.

[26] Edoardo Camilli, op cit. pag.4.

[27] Ken Jimbo & Bryan Tan, “In Search of a New Securtiy Strategy for Japan”, East Asia Forum, 23 September 2022.

[28] Richard Samuels, “Nixon doctrine”, Encyclopaedia Britannica, 5 September 2019.

[29] Dawid Fusiek, “Rethinking Security: The Limits of the Traditional Concept of Security in a World of Non-Traditional Threats”, in HAPSc Policy Brief Series, vol. 1, issue 2, 2020, pag. 265-272.

[30] Himanshi Sherawatt, “Implications of globalization on national security”, in International Journal of Economic Perspective, vol.15, no.1, 2021, pag 460-461.

[31] Kenneth Waltz, Theory of International Politics, op. cit. chapter 6.

[32] Barry Buzan & Ole Waever, Regions and Power, The Structure of International Security, (Cambridge: Cambridge University Press, 2018).

[33] Barry Buzan, People, State and Fear: An Agenda for International Security in the Post-Cold War Era, op. cit. pag. 187.

[34] ivi, pag.189.

[35] ivi, pag.190.

[36] Edoardo Camilli, op cit. pag.9.

[37] Maio Conti, Sun Tzu, L’arte della guerra, (Milano: Feltrinelli, 2013).

[38] Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, “L’intelligence”.

[39] Kristan Wheaton & Micheal Beerbower, “Toward a new definition of Intelligence”, in Stanford Law & Policy review, vol.17, 2006, pag 321.

[40] Abram Shulsky, Silent warfare: Understanding the world of Intelligence, (McLean, VA: Brassey’s Inc, 1992), pag. 2.

[41] Peter Gill & Mark Phythian, Intelligence in an Insecure world, (Cambridge: Cambridge Polity Press, 2006), pag. 33.

[42] Kim Homes, “What is National Security”, The Heritage Foundation, 7 October 2014.

[43] OODA acronimo di: Osservazione, Orientamento, Decisione e Azione. Frans Osinga, L’arte della guerra di John Boyd, (Gorizia: LEG Edizioni, 1 gennaio 2012).

[44] Dario Antiseri & Adriano Soi, Intelligence e metodo scientifico, (Soveria Mannelli: Rubbettino Editore, 2014).

[45] Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, “Lezione sull’intelligence”, 2014.

[46] Un piano di raccolta delle informazioni è un metodo sistematico utilizzato dalla maggior parte delle forze armate e dei servizi di informazione per soddisfare gli obbiettivi prefissati attraverso l’assegnazione delle risorse disponibili al recupero di dati e informazioni pertinenti entro un limite di tempo richiesto.

[47] Office of the Director of National Intelligence, “What is intelligence”.

[48] NATO Glossary of Terms and Definitions, “AAP-06 Edition 2013”, pag. 109.

[49] National Security Agency/Central Security Service, “Signals Intelligence (SIGINT) overview”.

[50] AAP-06 Edition 2013, op. cit. pag. 134.

[51] Ivi, pag. 152.

[52] Barry Buzan, People, State and Fear: An Agenda for International Security in the Post-Cold War Era, op. cit. pag. 6-7.

[53] Ken Booth, Theory of world security, (Cambridge: Cambridge University Press, 2007).

[54] Sami Eker, “The trasformation of war: new wars and the case of syrian crisis”, in Turkiye Ortadogu Calismari Dergisi, vol. 2, issue 1, 2015, pag. 31-66.

[55] The National Intelligence Strategy of the United States of America, 2019, pp. 1-36.

[56] Dqi Bureau, “Cyberspace as global commons: the challenges”, Data Quest, 27 July 2012.

[57] Camila de Asis, “The new era of infomation as power and the field of cyber intelligence”, in URVIO, Revista Latinoamericana de Seguridad, no. 20, 2017, pag. 94-109.

[58] The National Intelligence Strategy, op. cit. pag.30.

[59] Mikael Wigell, “Conceptualizing Regional Powers Geoeconomic Strategies: Neo-imperialism, Neo-mercantilism, Hegemony and Liberal Institutionalism”, SpringerLink, 14 November 2015.

[60] A livello nazionale, la sicurezza economica si riferisce alla capacità di un Paese di perseguire i propri obbiettivi di sviluppo per la propria economia, in relazione alla sicurezza nazionale. Ciò comprende ampie preoccupazioni inerenti alla bilancia commerciale, l’impatto sull’economia nazionale degli investimenti diretti esteri e le partnership pubblico-private.

[61] World Economic Forum, “Enabling trade valuing growth opportunities”, Geneva, 2013.

[62] Micheal Mastanduno, “Economics and security in statecraft and scholarship”, in International Organization, The MIT Press, vol. 52, no. 4, 1998, pag. 825-854.

[63] Ivi, pag. 839.

[64] Edward Luttwak, “From geopolitics to geoeconomics: logic of conflict, grammar of commerce”, in The National Interest, no. 20, 1990, pag 17-23.

[65] Craig VanGrasstek, The history and the future of the World Trade Organization, (Geneva: World Trade Organization Publications, 2013, pag 24.

[66] Il principio di non discriminazione prevede che le parti contraenti di un trattato economico internazionale non trattino gli attori del mercato interno in modo più favorevole rispetto agli attori del mercato estero, né si applichi una distinzione tra attori esteri in base alla loro origine favorendo uno piuttosto che un altro.

[67] Anthea Roberts, Henrique Moraes & Victor Ferguson, “Geoeconomics: The Variable Relationship Between Economics and Security”, Lawfare, 27 November 2018.

[68] Council of foreign relations, “China’s Approach to Global Governance”. https://www.cfr.org/china-global-governance/

[69] Dorothy Guerrero, “Il ruolo mondiale della Cina”, Treccani, 2009.

[70] Tarek Sultan, “5 ways the covid 19 pandemic has changed the supply chain”, World Economic Forum, 14 January 2022.

[71] Henry Farrell & Abraham Newman, “Weaponized Interdependece: How Global Economic Networks Shape State Coercion”, in International Security, vol.44, no.1, 2019, pag. 42-79.

[72] Demetri Sevastopulo, “Trump labels china a strategic competitor”, Financial Times, 18 December 2017.

[73] Rabah Arezki, “Economics in the New Age of National Security”, Project Syndicate, 26 August 2022.

[74] Atlantic Council Gray Zone Task Force, “Scoping the gray zone: Defining terms and policy priorities for engaging competitors below the threshold of conflict”, in Atlantic Council, 22 December 2022.

[75] Domenico Vecchiarino, “A lezione di intelligence economica dalla Serenissima Repubblica di Venezia”, in Formiche.net, 02 gennaio 2021. https://formiche.net/2021/01/intelligence-economica-repubblica-di-venezia/

[76] UNCTAD, The Protection of National Securtiy in IIAs, (Switzerland: United Nations Publication, 2009), pag. 7.

[77] La guerra economica è una strategia economica utilizzata dalle Nazioni belligeranti con l’obbiettivo di indebolire l’economia avversaria e quindi ridurne il potere politico e militare. La guerra economica comprende l’utilizzo di alcuni mezzi economici come il boicottaggio, l’embargo commerciale, le sanzioni, la discriminazione tariffaria, il congelamento di capitali esteri, l’esproprio e il divieto di investimento o di altri flussi di capitale. Queste misure sono volte a costringere l’avversario a cambiare le proprie politiche o il proprio comportamento o anche per minare le relazioni diplomatiche con altri Paesi. Tristan Routier, “Guerre et économie: une relation fusionelle?”, in Ireness.net, Paris, 2009.

[78] Jean Paul Gillyboeuf, “Enjeux methodes et moyens du reinseignement et economique”, in Quel renseignement pour le XXI siecle? a cura di Fabienne Mercier-Bernadet, (Beychac-et-Caillau: Lavauzelle, 2001), pag. 87.

[79] Bernard Carayon & Charles Villeneuve, Patriottisme economique. De la guerre a la paix economique, (Monaco: Editions du Rocher, 2006).

[80] Paolo Savona, “Riflessioni sui contenuti e sull’organizzazione dell’intelligence economica per la sicurezza dello Stato”, Per Aspera ad Veritatem n°19, GNOSIS Rivista italiana di intelligence, 2001.

[81] Henri Martre, Philippe Clerc & Christian Harbulot, Intelligence economique et strategie des entreprises, (Paris: La Documentation Francaise, 1994).

[82] Suplicia, “Guerra economica – Il rapporto Martre e la nascita dell’intelligence economica francese”, Scenari Economici, 3 novembre 2018.

[83] Hugo Zunzarren, “Les actions de l’Etat francais en metiere d’Intelligence economique”, Portail de l’Intelligence Économique, 8 mars 2012.

[84] Eric Denece, “L’Intelligence economica e lo spionaggio”, Centre Francais de Recherche sur le Reseignement, 2020.

[85] Philip Zelikow, “American economic intelligence: past practice and future principles”, in Intelligence and national security, vol 12, no.1, 1997, pag. 164-177.

[86] Bruce Berkowitz & Allan Goodman, Best Truth: Intelligence in the Information Age, (New Haven: Yale University Press, 2002).

[87] La competitive intelligence si riferisce al processo per cui un’azienda raccoglie e analizza informazioni sul proprio settore, ambiente aziendale, concorrenti e prodotti con l’obbiettivo di dirigere la propria strategia aziendale futura.

[88] Laris Gaiser, “L’intelligence economica per un nuovo ordine mondiale”, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 20 luglio 2016, pag 2.

Profilo Autore

Ho iniziato il mio percorso accademico conseguendo una laurea triennale in Amministrazione e Organizzazione presso l'Università di Cagliari, periodo durante il quale ho sviluppato un particolare interesse per le dinamiche internazionali attraverso la redazione di una tesi incentrata sull'immigrazione irregolare via mare. Successivamente, ho proseguito gli studi con una laurea magistrale in Scienze Internazionali, curriculum China and Global Studies, presso l'Università di Torino con una votazione finale di 105 su 110. La mia passione per gli studi sulla sicurezza e per le relazioni internazionali rappresenta una delle principali motivazioni per cui ho intrapreso questo progetto di tesi intitolato: La difesa dell’interesse nazionale e gli investimenti cinesi in Italia. Il lavoro è risultato essere tra i vincitori della sesta edizione del premio “Una tesi per la sicurezza nazionale” indetto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il percorso accademico si è sviluppato in un contesto multidisciplinare che ha integrato le relazioni internazionali, l’economia politica, la sicurezza e l’analisi dei rischi con una particolare attenzione ai rapporti tra Italia e Cina e alle nuove sfide inerenti alla sicurezza economica. Negli anni ho maturato competenze nel monitoraggio e nella valutazione delle dinamiche politico-economiche nazionali e internazionali, nella redazione di report e approfondimenti. Ho partecipato a tavoli di lavoro e progetti formativi che hanno rafforzato la mia attitudine al lavoro di squadra, all’organizzazione e nell’analisi geopolitica. In futuro ambisco a contribuire allo sviluppo di analisi, strategie e progetti che operino in contesti pubblici o privati, supportando le organizzazioni nella valutazione delle dinamiche globali e nella mitigazione dei rischi legati agli scenari geopolitici ed economici.

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