istituto penitenziario con interferenze radio che mostrano l’impatto dei jammer nelle carceri e sulle comunicazioni cellulari, di emergenza e sui dispositivi medici.

Perché i jammer nelle carceri sono inefficaci (e pericolosi)

I jammer nelle carceri rappresentano davvero una soluzione efficace e sicura? Dopo l’adozione di questi dispositivi nel 2018, promossa come risposta rapida al problema delle comunicazioni illecite dei detenuti, emergono oggi criticità così gravi da mettere in discussione l’intera strategia. I disturbatori di segnale, progettati per bloccare le comunicazioni cellulari attraverso l’emissione di disturbi radio, si sono rivelati non solo inefficaci ma potenzialmente pericolosi per la sicurezza operativa e la salute delle persone.

Questo è il secondo approfondimento della serie a cura di Stefano Cangiano dal titolo “Jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative”.

In questo articolo vengono analizzati in dettaglio i limiti tecnici, sanitari e normativi dei jammer. Dall’impatto indiscriminato sulle comunicazioni di emergenza e sui dispositivi medici salvavita, ai rischi per la salute derivanti dall’esposizione prolungata a campi elettromagnetici ad alta potenza, fino alle gravi implicazioni legali che espongono l’amministrazione penitenziaria a sanzioni amministrative e penali.

L’impiego di apparati jammer, seppur concepito come soluzione “rapida” per bloccare le comunicazioni non autorizzate in carcere, si è dimostrato in diverse occasioni né selettivo né affidabile. Oltre all’efficacia limitata in contesti fortemente schermati come quelli penitenziari, i rischi associati al loro utilizzo superano di gran lunga i benefici attesi. Analizziamo nel dettaglio le principali criticità.

Impatto dei jammer nelle carceri su sicurezza operativa, comunicazioni di emergenza e salute

Il primo e più evidente limite dei jammer è la loro totale incapacità di discriminare tra comunicazioni legittime e illegittime. Questi dispositivi bloccano tutte le comunicazioni RF – LTE, GSM, Wi-Fi, Bluetooth – nel raggio d’azione, senza alcuna distinzione tra traffico lecito e illecito. Si tratta di una caratteristica intrinseca della tecnologia, non di un difetto risolvibile con migliorie tecniche.

Le conseguenze di questa indiscriminatezza sono molteplici e gravi, e investono sia la sicurezza operativa dell’istituto sia la tutela dei diritti delle persone che vi operano o vi transitano.

I jammer possono interferire con le comunicazioni di emergenza (112, 118, forze dell’ordine), ostacolando l’invio o il ricevimento di chiamate urgenti in situazioni che potrebbero richiedere interventi salvavita. Si pensi a un detenuto colto da malore cardiaco: il personale sanitario interno potrebbe trovarsi nell’impossibilità di chiamare il 118 per richiedere un’ambulanza, con conseguenze potenzialmente fatali. Analogamente, in caso di sommossa o evasione, le comunicazioni con le forze dell’ordine esterne potrebbero risultare compromesse proprio nel momento di massima necessità.

I dispositivi medici rappresentano un’altra area di rischio critico. Pacemaker di ultima generazione, defibrillatori impiantabili, pompe insuliniche e altri dispositivi salvavita utilizzano sempre più spesso tecnologie wireless per la trasmissione di dati clinici e per la ricezione di comandi di regolazione. L’interferenza dei jammer con questi dispositivi può avere conseguenze che vanno dal semplice malfunzionamento temporaneo fino a situazioni di pericolo di vita. Il problema riguarda non solo i detenuti ma anche il personale e i visitatori che potrebbero essere portatori di tali dispositivi.

I jammer creano inoltre “zone d’ombra” per colleghi e visitatori in aree adiacenti all’istituto. Gli istituti penitenziari sono spesso situati in contesti urbani o semi-urbani, con abitazioni, esercizi commerciali e uffici nelle immediate vicinanze. L’effetto dei jammer non si ferma alle mura del carcere ma si estende, sia pure con intensità decrescente, alle aree circostanti, creando disservizi per cittadini estranei alla vicenda penitenziaria.

Infine, paradossalmente, i jammer possono ridurre l’efficacia degli stessi sistemi di sicurezza interni. Molti istituti hanno implementato sistemi di videosorveglianza con trasmissione wireless, sensori antintrusione collegati via radio, e altri dispositivi di sicurezza che utilizzano frequenze suscettibili di interferenza. L’attivazione dei jammer può quindi degradare proprio quegli strumenti pensati per garantire la sicurezza dell’istituto.

I rischi per la salute

Sul fronte sanitario, le preoccupazioni sono altrettanto serie e documentate da una crescente letteratura scientifica. L’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici generati dai jammer solleva questioni che non possono essere ignorate, soprattutto considerando che il personale penitenziario trascorre in questi ambienti l’intera giornata lavorativa, giorno dopo giorno, per anni.

I jammer emettono onde elettromagnetiche a potenza elevata per coprire distanze ampie e superare il segnale delle celle telefoniche legittime. Questa potenza di emissione può facilmente superare i limiti di sicurezza raccomandati da organismi internazionali quali l’ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection) e il CEI (Comitato Elettrotecnico Italiano). Le linee guida internazionali stabiliscono soglie di esposizione che, nel caso dei jammer operanti in ambienti chiusi, possono essere superate in modo significativo, soprattutto nelle aree più vicine agli apparati.

Gli studi epidemiologici disponibili, pur non essendo ancora conclusivi, suggeriscono possibili correlazioni tra esposizione prolungata a radiofrequenze e una serie di disturbi: mal di testa cronici, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, alterazioni cognitive e neurologiche. Alcuni studi su modelli animali hanno evidenziato effetti sulla contrattilità muscolare e sui parametri ematologici in seguito a esposizione a campi elettromagnetici generati da jammer. Sebbene la trasposizione di questi risultati all’uomo richieda cautela metodologica, il principio di precauzione suggerirebbe di evitare esposizioni non strettamente necessarie.

In presenza di campi RF intensi si possono inoltre generare correnti parassite nei tessuti biologici, con rischio di danni termici localizzati dovuti a sovrariscaldamento. Questo fenomeno è particolarmente rilevante per soggetti portatori di impianti metallici o dispositivi elettronici impiantati, che possono fungere da “antenne” concentrando l’energia elettromagnetica.

Particolarmente a rischio risultano i soggetti vulnerabili: detenuti con patologie cardiache o impianti metallici (pacemaker, neurostimolatori, protesi metalliche), donne in gravidanza, e personale sanitario che opera in prossimità degli apparati. Per questi soggetti, l’esposizione ai campi generati dai jammer può comportare rischi aggiuntivi che meriterebbero una valutazione caso per caso, praticamente impossibile da realizzare in un contesto operativo.

Le emissioni dei jammer, se non accuratamente calibrate e certificate, possono peraltro violare il Decreto Legislativo 81/2008 sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. La normativa italiana impone al datore di lavoro – in questo caso l’amministrazione penitenziaria – di valutare tutti i rischi per la salute dei lavoratori, compresi quelli derivanti dall’esposizione a campi elettromagnetici, e di adottare le misure necessarie per eliminarli o ridurli al minimo. L’installazione di jammer senza un’adeguata valutazione del rischio e senza le necessarie misure di mitigazione espone l’amministrazione a responsabilità civili e penali in caso di danni alla salute del personale.

L’adozione di jammer in ambienti chiusi come le carceri comporta dunque non solo una perdita di efficacia operativa, ma anche seri rischi per la salute e la sicurezza di tutti gli occupanti, rendendoli uno strumento non sostenibile nel medio-lungo termine. La questione non è solo tecnica ma anche etica: è accettabile esporre centinaia di persone (personale e detenuti) a rischi sanitari significativi per contrastare un fenomeno che potrebbe essere affrontato con strumenti alternativi privi di questi effetti collaterali?

Jammer e normativa italiana: divieti, sanzioni e responsabilità penali

L’impiego di jammer in Italia è soggetto a una disciplina molto restrittiva, priva di alcuna deroga per strutture penitenziarie o reparti interforze. Questo aspetto, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, rappresenta un vincolo insormontabile per qualsiasi ipotesi di utilizzo sistematico di questi dispositivi.

In base al D.Lgs. 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), qualsiasi dispositivo che emetta onde radio in banda non licenziata – compresi i jammer – è vietato se non rientra nelle “autorizzazioni generali” o non possiede un provvedimento ministeriale ad hoc. La norma è chiara e non ammette interpretazioni estensive: l’emissione di segnali radio è un’attività soggetta a licenza, e l’emissione finalizzata a disturbare comunicazioni altrui è doppiamente vietata.

Contrariamente a quanto talvolta si ritiene, non esistono esenzioni automatiche per carceri, forze di polizia o reparti militari. L’unico uso legittimo di jammer è quello previsto da leggi primarie o da decreti ministeriali specifici, con vincoli stringenti su potenza, durata e modalità d’impiego. In assenza di tali provvedimenti – che nel caso delle carceri italiane non risultano essere stati emanati con la necessaria completezza – l’utilizzo rimane tecnicamente illegale.

Sul fronte delle sanzioni amministrative, l’art. 102 del D.Lgs. 259/2003 prevede che chi installa o esercisce un dispositivo di trasmissione radio (inclusi i jammer) senza diritto d’uso della frequenza sia punito con sanzione pecuniaria da 1.000 a 10.000 euro. Chi esercisce senza autorizzazione generale incorre in sanzioni da 300 a 3.000 euro. Queste sanzioni possono essere applicate per ogni singolo apparato installato e per ogni periodo di funzionamento, con effetti potenzialmente molto rilevanti sul piano economico. La violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008) può inoltre comportare ulteriori multe e responsabilità civili per gli enti pubblici che non rispettano i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici.

Sul piano penale, l’art. 340 del Codice Penale punisce con la reclusione fino a un anno chiunque cagiona un’interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità. L’interferenza non selettiva dei jammer, qualora raggiunga reti civili, servizi di emergenza (118, polizia, vigili del fuoco) o sistemi di trasporto (ad esempio radiocomunicazioni ferroviarie), può configurare questo reato. Non si tratta di un’ipotesi teorica: un jammer installato in un carcere situato in area urbana può facilmente interferire con le comunicazioni di emergenza nel raggio di diverse centinaia di metri, interessando abitazioni, esercizi commerciali e strade pubbliche.

L’art. 617-bis c.p., che punisce l’installazione di apparecchiature atte a impedire comunicazioni telegrafiche o telefoniche, rappresenta un’ulteriore fattispecie potenzialmente applicabile. La norma tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni, diritto costituzionalmente garantito dall’art. 15 della Costituzione, e la sua violazione può comportare conseguenze penali significative.

Qualora l’installazione sia disposta da figure apicali (direttore di istituto, provveditore regionale, dirigenti del DAP), anche la “catena di comando” può essere chiamata a rispondere, sia penalmente sia civilmente, per abuso d’ufficio o omissione di cautele. È quindi obbligatorio che ogni provvedimento comprenda un atto formale di autorizzazione da parte del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (ex Ministero dello Sviluppo Economico), con definizione chiara delle aree di copertura, delle caratteristiche tecniche degli apparati, e delle misure di mitigazione adottate.

In sintesi, l’uso di jammer al di fuori delle casistiche espressamente previste dalla legge espone a un quadro sanzionatorio multiplo (amministrativo, civile e penale) e richiede garanzie procedurali stringenti che, nella pratica, si sono rivelate difficilmente realizzabili nel contesto operativo dell’amministrazione penitenziaria.

Alternative ai jammer: rilevamento passivo delle comunicazioni cellulari

L’impiego di sistemi di monitoraggio passivo delle attività radio consente di superare radicalmente le criticità insite nei jammer, offrendo un approccio selettivo, sicuro e pienamente conforme alle normative vigenti. In particolare, i rilevatori basati su software-defined radio (SDR) rappresentano oggi lo stato dell’arte tecnologico e garantiscono vantaggi significativi su tutti i fronti critici analizzati nei capitoli precedenti.

Analisi passiva, non invasiva

La differenza fondamentale tra jammer e rilevatori passivi sta nel principio di funzionamento. Un rilevatore SDR passivo (quale ad esempio HackRF abbinato a software di analisi dedicato) non emette alcun segnale, limitandosi ad “ascoltare” le trasmissioni presenti nel raggio d’azione. Non disturba, non interferisce, non blocca: osserva.

Questa caratteristica apparentemente semplice ha implicazioni profonde. Grazie al campionamento diretto dello spettro RF, un sistema di rilevazione passiva può identificare in tempo reale la presenza di terminali LTE/UMTS/GSM anche se criptati o dotati di SIM non registrate. Il sistema non ha bisogno di “conoscere” il telefono per rilevarlo: è sufficiente che il dispositivo tenti di comunicare con una cella telefonica perché la sua presenza venga registrata.

L’analisi dell’attività in uplink – ovvero delle trasmissioni dal telefono verso la cella – consente di identificare ping di rete, SMS, handshake di sessione dati e chiamate voce attraverso l’analisi dei pattern caratteristici di ciascun tipo di comunicazione. Ogni tecnologia (GSM, UMTS, LTE) ha una “firma” riconoscibile che consente al sistema di classificare automaticamente il tipo di attività rilevata.

Particolarmente importante è la capacità di determinare il luogo e l’orario di prima attivazione del dispositivo. Mediante correlazione dei livelli di potenza rilevati da più sensori (triangolazione) o attraverso l’uso di antenne direzionali e array, è possibile localizzare con precisione crescente il punto di trasmissione. Nei test condotti, l’accuratezza ha raggiunto i 5 metri, sufficiente per identificare la cella detentiva o il settore dell’istituto da cui proviene il segnale.

Questo approccio non altera né interrompe le comunicazioni legittime – quelle del personale, dei visitatori, dei sistemi di emergenza e dei dispositivi medici – eliminando alla radice tutti i problemi di interferenza che affliggono i jammer. Permette inoltre di costruire un log cronologico dettagliato di tutti gli eventi radio rilevati, creando una base documentale solida per eventuali procedimenti disciplinari o penali. Gli interventi di bonifica possono così essere concentrati esclusivamente sui segnali sospetti, riducendo drasticamente tempi, costi e rischi per la salute e la sicurezza complessiva dell’istituto.

Intelligenza operativa

Gli avanzati sistemi di rilevazione passiva non si limitano a “sentire” il segnale grezzo, ma integrano moduli di analisi sofisticati in grado di trasformare i dati RF in informazioni operative immediatamente utilizzabili dal personale di sicurezza.

Gli algoritmi di correlazione con celle telefoniche note rappresentano una delle funzionalità più utili. Ogni operatore mobile gestisce una rete di celle (BTS/NodeB/eNodeB) le cui caratteristiche sono note e mappabili. Il sistema può associare ogni trasmissione rilevata al sito cellulare di appartenenza, permettendo di identificare non solo la presenza di un telefono attivo ma anche l’operatore utilizzato e, in alcuni casi, di stimare la direzione verso cui il dispositivo sta comunicando.

La configurazione di soglie e alert su attività sospette consente di generare notifiche immediate quando si verificano pattern anomali. È possibile, ad esempio, impostare allarmi per attività notturne (quando teoricamente i detenuti dovrebbero dormire), per picchi di traffico SMS (che potrebbero indicare coordinamento di attività illecite), o per la comparsa di nuovi dispositivi non precedentemente rilevati. Il personale di sorveglianza può così concentrare l’attenzione sugli eventi più significativi, senza dover monitorare continuamente un flusso indifferenziato di dati.

L’analisi cronologica per la ricostruzione di pattern d’uso rappresenta uno strumento investigativo di grande valore. Correlando l’attività rilevata nel tempo, è possibile evidenziare orari ricorrenti di utilizzo, identificare possibili turni di “passaggio” del telefono tra detenuti, riconoscere finestre temporali che coincidono con determinati eventi (cambio turno del personale, orari dei pasti, visite dei familiari). Queste informazioni possono orientare sia le attività di perquisizione sia eventuali indagini su complicità interne.

Rispetto delle norme

L’adozione di rilevatori passivi garantisce piena conformità al quadro legislativo vigente e tutela i diritti fondamentali di tutte le persone coinvolte, aspetto che – come abbiamo visto – rappresenta uno dei punti più critici nell’impiego dei jammer.

Non emettendo alcuna trasmissione, i sistemi di rilevazione passiva non ostacolano in alcun modo le chiamate d’emergenza, le reti civili o i sistemi sanitari di monitoraggio remoto. Un rilevatore passivo è, dal punto di vista elettromagnetico, equivalente a una radio FM che si limita a ricevere le stazioni senza trasmetterne di proprie. Non serve alcuna autorizzazione per l’ascolto dello spettro radio, così come non serve autorizzazione per possedere un apparecchio radio.

Sul fronte della tutela della privacy, l’analisi si limita all’identificazione di tecnologia attiva (MAC address RF, livelli di potenza, celle di appartenenza) senza intercettare contenuti o conversazioni. Il sistema non “ascolta” cosa viene detto al telefono, ma solo che un telefono sta trasmettendo. Questa distinzione è fondamentale: l’intercettazione del contenuto delle comunicazioni richiede autorizzazione dell’autorità giudiziaria, mentre la mera rilevazione della presenza di un dispositivo trasmittente è un’attività di sicurezza che non presenta profili di illegittimità.

La compatibilità con le infrastrutture esistenti rappresenta un ulteriore vantaggio operativo. I sistemi di rilevazione passiva possono essere integrati con reti di videosorveglianza IP, sistemi di controllo accessi e piattaforme di sicurezza già in uso negli istituti penitenziari, confluendo in un’unica console di monitoraggio centralizzato. L’investimento richiesto può così essere ottimizzato, evitando duplicazioni e sfruttando competenze già presenti nell’organizzazione.

L’analisi approfondita delle criticità dei jammer rivela un quadro inequivocabile: questi dispositivi rappresentano una soluzione tecnicamente inadeguata, operativamente pericolosa e legalmente problematica. L’incapacità di discriminare tra comunicazioni legittime e illegittime comporta rischi concreti per le chiamate d’emergenza, i dispositivi medici salvavita e i sistemi di sicurezza interni. L’esposizione prolungata a campi elettromagnetici ad alta potenza solleva preoccupazioni sanitarie documentate, mentre il quadro normativo italiano vieta l’uso di disturbatori radio senza specifiche autorizzazioni, esponendo l’amministrazione a sanzioni amministrative e penali.

Nel prossimo articolo della serie presenteremo un case study concreto: test sperimentali condotti in ambiente controllato utilizzando hardware HackRF One presso un sito isolato appositamente predisposto. Verranno illustrate nel dettaglio le capacità del sistema di rilevare, classificare e localizzare attività cellulare non autorizzata in condizioni che simulano quelle operative di un vero istituto penitenziario, dimostrando concretamente l’efficacia del rilevamento passivo.

Per una trattazione completa e approfondita del tema, con tutti i riferimenti tecnici e normativi, scarica gratuitamente il white paper di Stefano Cangiano dal titolo “Jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative”.

Profilo Autore

Titolare delle licenze EJPT e ECPPT (Professional Penetration Tester) della società eLearnSecurity. Svolge attività di Network Security in particolare Penetration Test & VA – Vulnerability Assessment.
Nel 2019 fonda la società ISK (www.isksecurity.it), partner strategico ed esterno per attività di Security specializzata. Svolge attività di bonifiche ambientali da microspie, attività di Security Assessment e Mobile Security.

Condividi sui Social Network:

Ultimi Articoli