Manager aziendale valuta diverse soluzioni di intelligenza artificiale per capire quale AI scegliere in base a costi, sicurezza dei dati, competenze e necessità operative.

Che tipo di AI decido di assumere? Quale AI scegliere in azienda: costi, limiti e sicurezza dei dati.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa che stiamo vivendo negli ultimi anni ha avuto un impatto estremamente significativo sul modo in cui aziende, professionisti e utenti privati affrontano attività quotidiane, produzione documentale, analisi, sviluppo software, ricerca di informazioni e supporto alle decisioni.

Siamo passati, in pochissimo tempo, dal considerare l’intelligenza artificiale come un tema quasi sperimentale al trovarcela disponibile all’interno di applicazioni di uso quotidiano, motori di ricerca, suite da ufficio, strumenti di sviluppo, piattaforme di collaborazione e servizi cloud.

Questo cambiamento ha portato indubbi vantaggi, ma anche molta confusione. In particolare, si è diffusa l’idea che l’AI possa dare sempre una risposta immediata, possibilmente gratuita, corretta e pronta all’uso.

Ma è davvero così?

Quale AI scegliere: criteri per orientarsi tra modelli, piani e livelli di affidabilità

Quando diciamo “lo chiedo all’AI”, a quale AI ci stiamo riferendo? A quale modello? A quale versione? Con quali limiti? Con quale piano di abbonamento? Con quale livello di attendibilità? E, soprattutto, con quale responsabilità da parte di chi utilizza il risultato?

È bene fermarsi e fare chiarezza, perché l’errore che spesso si rischia di commettere è quello di trattare l’intelligenza artificiale come un unico grande contenitore indistinto, all’interno del quale tutto è equivalente. In realtà, così come non tutte le competenze professionali sono uguali, non tutti gli strumenti di AI sono uguali e non tutti i piani di utilizzo possono essere considerati intercambiabili.

Il mito del “tutto gratis e subito”

Il primo equivoco nasce dall’approccio con cui molti utenti si sono avvicinati all’intelligenza artificiale: avere tutto, subito, possibilmente senza pagare.

Il problema nasce quando questo approccio viene trasferito indistintamente anche in ambito professionale o aziendale. Un conto è chiedere a un sistema di generare una prima bozza, un elenco di idee o un riassunto informale. Altro conto è utilizzare un output per predisporre un documento destinato a un cliente, supportare una decisione organizzativa, scrivere software da portare in produzione, analizzare un contratto o valutare un rischio. Nelle organizzazioni questo si traduce spesso in un uso informale e non autorizzato di strumenti gratuiti da parte dei singoli collaboratori, il fenomeno che viene definito shadow AI: tecnologia che entra in azienda senza passare da una valutazione consapevole.

In questi casi, la domanda non può essere semplicemente: “Qual è l’AI gratuita che mi dà una risposta?”. La domanda corretta dovrebbe essere: “Che livello di supporto mi serve e che rischio sto assumendo utilizzando questo risultato?”.

Nessuna azienda ragionerebbe diversamente nella gestione delle proprie risorse. Non si chiederebbe a una figura appena entrata in azienda di assumersi, senza supervisione, la responsabilità di una decisione strategica. Eppure, con l’AI, spesso facciamo proprio questo errore.

L’AI gratuita come figura junior

La versione gratuita di uno strumento di AI può essere paragonata, con tutte le cautele del caso, a una figura junior o a un neolaureato appena inserito in azienda.

È una risorsa disponibile, veloce, motivata, capace di produrre molto in poco tempo e spesso anche sorprendente per la qualità apparente del risultato. Può aiutare a predisporre una prima bozza, riorganizzare appunti, fare brainstorming, semplificare un testo, generare esempi o impostare una prima analisi.

Ma il fatto che il risultato sia rapido e ben scritto non significa che sia automaticamente corretto, completo o utilizzabile senza revisione.

Chiunque abbia avuto esperienza nella gestione di risorse junior sa bene che un documento prodotto da una figura alle prime esperienze può essere interessante e formalmente gradevole, ma spesso deve essere rivisto, integrato o corretto. In alcuni casi manca il contesto, in altri manca l’esperienza, in altri ancora manca la conoscenza del cliente o la sensibilità rispetto alle conseguenze operative.

Con l’AI gratuita accade qualcosa di molto simile. Può produrre un output utile, ma non sempre affidabile. Può scrivere con sicurezza, ma questo non garantisce che quanto scritto sia corretto. Può essere un ottimo punto di partenza, ma difficilmente dovrebbe essere considerata il punto di arrivo, soprattutto quando il contenuto ha un impatto professionale.

Il piano a pagamento come figura con esperienza

Il livello successivo è rappresentato dai piani a pagamento più diffusi, quelli che molti professionisti e utenti aziendali iniziano a utilizzare con abbonamenti mensili relativamente contenuti.

In questo caso il paragone può essere quello di una risorsa con qualche anno di esperienza. Non siamo più di fronte al neolaureato che deve ancora capire pienamente le dinamiche aziendali, ma a una persona che ha già affrontato diversi casi, ha acquisito metodo e produce risultati mediamente più solidi.

Allo stesso modo, un piano AI a pagamento offre generalmente maggiore qualità, modelli più performanti, migliore capacità di ragionamento, tempi di risposta più adeguati, possibilità di caricare documenti, analizzare file, utilizzare strumenti aggiuntivi o lavorare con contesti più ampi.

Una figura con due o tre anni di esperienza può certamente produrre buoni risultati, ma non è automaticamente una figura senior. Può aiutare molto, può ridurre il carico di lavoro, può predisporre documenti migliori rispetto a una figura junior, ma può ancora non avere la visione complessiva o la capacità di cogliere tutte le eccezioni.

Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Il piano a pagamento può essere adeguato per molte attività quotidiane, ma il risultato deve comunque essere letto, verificato e contestualizzato. Non basta dire: “L’ha fatto l’AI”. Bisogna chiedersi: “Io lo avrei approvato se lo avesse scritto una persona con quel livello di esperienza?”.

Il modello avanzato come figura senior o manager

Vi sono poi strumenti, modelli e piani più evoluti, con costi superiori, maggiore capacità elaborativa, finestre di contesto più ampie, funzioni avanzate e possibilità di affrontare attività più articolate.

Una figura senior non si limita a svolgere un compito. Porta esperienza, metodo, capacità di valutazione, consapevolezza degli errori ricorrenti, attenzione ai rischi e comprensione degli impatti. Un manager, oltre a produrre contenuti, aiuta a impostare un percorso, ordinare le priorità, individuare le criticità e ragionare in termini di risultato complessivo.

Alcuni strumenti di AI avanzata iniziano ad avvicinarsi a questo tipo di supporto, almeno per alcune attività. Possono aiutare a strutturare un documento complesso, confrontare scenari, predisporre una matrice decisionale, analizzare grandi quantità di testo, supportare attività di sviluppo software o evidenziare rischi.

Ma anche in questo caso non bisogna confondere lo strumento con la responsabilità. Il senior digitale può essere estremamente utile, ma non conosce automaticamente la storia dell’azienda, le dinamiche interne, i rapporti con i clienti, le eccezioni contrattuali o i vincoli non scritti.

C’è poi un ulteriore elemento: il limite operativo. Molti piani, anche avanzati, prevedono limiti di utilizzo, messaggi, capacità, crediti, token o finestre temporali. In altre parole, anche lo strumento più performante può avere un limite. È un po’ come avere una risorsa senior che produce un ottimo lavoro, ma che a un certo punto termina il proprio carico giornaliero. Per usare una metafora semplice, alle 17 o alle 18 “casca la penna”.

Lo stesso accade, con modalità meno prevedibili, quando utilizziamo l’AI. Se chiediamo troppo a una risorsa umana, prima o poi ce ne rendiamo conto: cala la qualità, aumentano gli errori, oppure la persona si ferma.

Con l’intelligenza artificiale il confine è meno visibile. Possiamo continuare a chiedere, elaborare, caricare documenti, generare analisi, fino a quando, di punto in bianco, ci troviamo davanti a una sorta di un blocco improvviso: il servizio non è più disponibile per le prossime cinque ore, per ventiquattro ore o, in alcuni casi, fino al rinnovo del piano. Anche questo deve entrare nella valutazione: non basta sapere quanto costa un abbonamento, bisogna capire quanto lo possiamo realmente utilizzare e cosa succede quando lo utilizziamo oltre i limiti previsti.

Se l’AI è usata saltuariamente, un determinato piano può essere sufficiente. Se invece diventa parte integrante dei processi aziendali, se supporta team interi o se viene utilizzata per attività continuative o critiche, allora i limiti del piano non sono più un dettaglio tecnico, ma diventano un aspetto organizzativo e, quando l’AI è inserita in un flusso critico, di continuità operativa: un blocco improvviso può fermare un’attività nel momento meno opportuno.

Il super consulente: quando serve il massimo livello

Infine, vi sono modelli, strumenti o configurazioni particolarmente avanzati, spesso più costosi, che possono essere utilizzati per attività ad alto valore, specialistiche o particolarmente complesse.

Nessuna organizzazione chiama un consulente di altissimo livello per svolgere un’attività ordinaria, ripetitiva o facilmente gestibile internamente. Sarebbe poco efficiente. Ma vi sono situazioni in cui il costo di una competenza elevata è ampiamente giustificato: una decisione strategica, una crisi, un incidente di sicurezza, una due diligence, una revisione architetturale o un progetto complesso.

Lo stesso ragionamento dovrebbe essere applicato all’intelligenza artificiale. Non sempre serve il modello più potente. Non sempre serve il piano più costoso. Non sempre serve l’integrazione più evoluta. Ma in alcuni casi può essere miope fermarsi al costo mensile senza valutare il beneficio prodotto.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere solo: “Quanto costa questo strumento?”. La domanda dovrebbe essere: “Quanto tempo mi fa risparmiare? Quale qualità aggiuntiva mi consente di ottenere? Quale rischio mi aiuta a ridurre? Quale attività riesco a svolgere meglio o più velocemente rispetto a prima?”. Ricordando sempre che anche lo strumento di più evoluto non sostituisce completamente la necessità di una supervisione umana.

I dati che affidiamo all’AI

C’è un aspetto che, nel ragionamento sui costi e sui livelli di servizio, viene spesso trascurato: cosa accade alle informazioni che immettiamo. Quando carichiamo un documento, incolliamo il testo di un contratto o descriviamo una situazione interna, stiamo trasferendo dati a un sistema esterno. In molti piani gratuiti o di base, i contenuti immessi possono essere conservati e, in alcuni casi, utilizzati per l’addestramento dei modelli. È un po’ come affidare materiale riservato a una figura junior appena arrivata, senza sapere con chi lo condividerà.

Per un privato che chiede un riassunto o un’idea il tema può essere marginale. Per un’organizzazione che tratta dati personali, informazioni commerciali sensibili o materiale coperto da riservatezza diventa invece centrale: si intrecciano obblighi sulla protezione dei dati, vincoli contrattuali e, per i soggetti interessati, gli adempimenti previsti dalla normativa, dal GDPR fino al perimetro NIS2. Prima ancora di chiedersi quale piano scegliere, è opportuno verificare quali garanzie offre il fornitore in termini di trattamento dei dati, conservazione, possibilità di escludere i contenuti dall’addestramento e localizzazione delle informazioni. La regola pratica è semplice: non si affida a uno strumento, qualunque sia il suo livello, un’informazione che non si sarebbe disposti a vedere uscire dal perimetro aziendale.

Un percorso in continua evoluzione

A complicare ulteriormente il quadro vi è un elemento fondamentale: ad oggi non sappiamo quali potranno essere le evoluzioni future dell’intelligenza artificiale, dei modelli disponibili e delle modalità di fruizione.

Il mercato è in continua evoluzione. Nuovi modelli vengono rilasciati con frequenza sempre maggiore, le funzionalità cambiano rapidamente, i costi vengono rimodulati, alcuni limiti vengono superati, altri vengono introdotti, nuovi operatori entrano sul mercato e strumenti che oggi sembrano avanzatissimi potrebbero essere considerati ordinari tra pochi mesi.

La storia della tecnologia ci ha già abituato a cambiamenti di percezione molto rapidi. Pensiamo, ad esempio, agli SMS e a strumenti come la Christmas Card, che qualcuno certamente ricorderà. In un periodo in cui eravamo abituati a centellinare i messaggi inviati agli amici, perché ogni SMS aveva un costo percepito e concreto, la possibilità di inviare messaggi durante il periodo natalizio a un prezzo convenzionale rappresentava un’opportunità interessante.

Poi sono arrivati strumenti come WhatsApp e, progressivamente, abbiamo perso quasi completamente il senso del valore del singolo messaggio. Oggi inviamo testi, vocali, immagini, video e documenti senza porci la stessa domanda che ci ponevamo quando ogni SMS aveva un costo unitario evidente.

Questo esempio, apparentemente lontano dal mondo dell’intelligenza artificiale, è invece molto utile. Oggi ragioniamo su token, messaggi disponibili, piani mensili, limiti di utilizzo e differenze tra modelli. Domani potremmo trovarci in uno scenario diverso, in cui alcune capacità oggi considerate premium saranno date per scontate e il vero valore si sposterà su integrazione nei processi, qualità delle fonti, sicurezza, tracciabilità, governance e responsabilità.

Non sappiamo ancora quale sarà l’equivalente di WhatsApp nel mondo dell’AI. Proprio per questo, è importante non innamorarsi dello strumento in sé, ma ragionare sul metodo di utilizzo.

Il vantaggio e il rischio degli abbonamenti

A differenza di una risorsa assunta a tempo indeterminato, uno strumento di AI viene spesso scelto attraverso un piano mensile. Questo consente una grande flessibilità: se lo strumento non è più adeguato, se un concorrente offre funzionalità migliori, se un modello diventa più efficace o se cambiano le esigenze dell’organizzazione, è possibile rivedere la scelta.

Allo stesso tempo, però, molti fornitori spingono sempre più verso piani annuali, scontistiche di lungo periodo o pacchetti integrati. Anche questo è comprensibile, perché in un mercato in rapida evoluzione fidelizzare l’utente significa ridurre il rischio che, al primo miglioramento di un concorrente, l’abbonamento venga spostato altrove.

Per le organizzazioni, quindi, la scelta dell’AI non dovrebbe essere fatta una volta per tutte. Come avviene per altri strumenti tecnologici, cloud, software aziendali o sistemi di sicurezza, anche le piattaforme di intelligenza artificiale dovrebbero essere rivalutate periodicamente: il piano adeguato oggi potrebbe non esserlo domani.

“Me l’ha detto l’AI” non è una giustificazione

Sempre più spesso, nei contesti lavorativi, si sente dire: “Me l’ha detto l’AI”, “L’ha scritto l’AI”, “L’ho chiesto all’AI”. Frasi comprensibili, ma pericolose se vengono utilizzate come forma di giustificazione.

L’AI può sbagliare. Può produrre una risposta non aggiornata, può fraintendere il contesto, può generare un testo formalmente corretto ma sostanzialmente incompleto, può non distinguere correttamente tra fonti, può non cogliere un vincolo specifico, può proporre una soluzione non applicabile al caso concreto.

Se un documento, un’analisi, un codice, una valutazione, una presentazione o una decisione escono dall’organizzazione, non escono “dall’AI”. Escono sotto la responsabilità di chi li ha prodotti, verificati e approvati. L’intelligenza artificiale può essere un supporto straordinario, ma non può diventare un alibi.

Scegliere l’AI come si sceglie una competenza

Il principio generale dovrebbe quindi essere semplice: prima di scegliere uno strumento di AI o un piano di abbonamento, dobbiamo chiederci quale livello di competenza ci serve.

Serve una figura junior per attività semplici, esplorative, ripetitive e facilmente verificabili? Un piano gratuito o base può essere sufficiente.

Serve una risorsa con un po’ di esperienza, capace di aiutare nella produzione di documenti, analisi ordinarie, sintesi e attività professionali quotidiane? Un piano a pagamento può rappresentare un buon compromesso.

Serve una figura senior o manageriale, in grado di supportare ragionamenti articolati, analisi complesse, documenti rilevanti, sviluppo software o valutazioni con impatti organizzativi? Saranno necessari strumenti più evoluti e una maggiore attenzione alla qualità del modello.

Serve un super consulente per attività critiche, strategiche o ad alto valore? Allora il costo dello strumento deve essere valutato rispetto al beneficio, al tempo risparmiato e al rischio ridotto.

In tutti i casi, però, deve rimanere chiaro un punto: l’AI è uno strumento di supporto, non la risoluzione automatica del problema.

Conclusioni

L’intelligenza artificiale è entrata in modo prepotente nella nostra vita quotidiana e nei processi aziendali. La sua evoluzione è rapida, continua e, per molti aspetti, ancora imprevedibile.

Ad oggi non sappiamo quali saranno i modelli dominanti nei prossimi anni, quali funzionalità diventeranno standard, quali costi saranno considerati normali e quali strumenti oggi centrali saranno superati da nuove soluzioni. Come è accaduto per gli SMS, per le Christmas Card e poi per WhatsApp, il valore percepito di una tecnologia può cambiare radicalmente in poco tempo.

Proprio per questo, il tema non può essere affrontato solo in termini di entusiasmo o di costo. Non si tratta di chiedersi genericamente se usare o meno l’AI. Si tratta di capire quale AI usare, per quale attività, con quale piano, con quali limiti, con quale livello di controllo e con quale responsabilità.

Ripensare l’intelligenza artificiale attraverso la metafora delle figure aziendali – junior, risorsa con esperienza, senior, manager, super consulente à – può aiutare a rendere più chiaro il ragionamento.

Non tutto richiede il massimo livello. Non tutto può essere affidato al livello gratuito. Non tutto deve essere pagato senza valutazione. Non tutto può essere accettato senza revisione.

La vera competenza, in questa fase, non sarà solo saper usare l’intelligenza artificiale, ma saper scegliere quando usarla, quale usare, quanto pagarla e quando fermarsi a verificare.

Perché, alla fine, anche quando l’output è generato da una macchina, la responsabilità di utilizzarlo resta sempre umana.

Profilo Autore

Paolo Sferlazza è Fondatore di Bespoke AIDA, società innovativa dedicata allo sviluppo e all’applicazione dell’intelligenza artificiale nei contesti aziendali. È inoltre CEO di Gerico Security e Gerico Lab, realtà specializzate in cybersecurity, consulenza strategica, gestione del rischio e sicurezza delle organizzazioni.
Affianca aziende, istituzioni e percorsi executive nella comprensione e nell’adozione consapevole delle tecnologie emergenti, con un approccio che unisce visione strategica, governance, compliance e concretezza operativa. Il suo lavoro si concentra in particolare sull’impatto dell’AI sui processi decisionali, sulla sicurezza, sulla responsabilità organizzativa e sull’evoluzione delle competenze professionali.
È Direttore del Master Executive sull’Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi di Torino, Membro del Comitato Tecnico Scientifico del Master in Cybersecurity e auditor di terza parte per lo standard ISO/IEC 42001, dedicato ai sistemi di gestione per l’intelligenza artificiale

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