Jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative
Il fenomeno dei telefoni cellulari di contrabbando nelle carceri italiane ha assunto dimensioni allarmanti: i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria documentano sequestri più che raddoppiati tra il 2022 e il 2024, con oltre 2.250 dispositivi intercettati nell’ultimo anno. Un trend esponenziale che riflette la crescente sofisticazione delle reti criminali nel far entrare smartphone e micro-telefoni negli istituti di pena, attraverso droni, pacchi postali con doppi fondi, e dispositivi ormai ridotti alle dimensioni di un accendino.
Il paper “Jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative“, di Stefano Cangiano – esperto in sicurezza elettronica e bonifiche ambientali – ripercorre la genesi della scelta compiuta nel 2018 dall’amministrazione penitenziaria di puntare sui jammer, dispositivi di disturbo radio progettati per inibire le comunicazioni cellulari all’interno degli istituti. Una decisione maturata sotto la spinta convergente di pressioni mediatiche, rivendicazioni sindacali della polizia penitenziaria e urgenze politiche legate a inchieste che documentavano boss mafiosi ancora operativi dalle celle di massima sicurezza. L’autore ne analizza sistematicamente il fallimento, articolando la sua critica su quattro piani distinti.
Sul piano tecnico, i jammer non garantiscono una copertura uniforme: i muri in calcestruzzo armato, le strutture metalliche e le configurazioni planimetriche complesse tipiche degli edifici penitenziari, spesso costruzioni storiche, generano inevitabili zone d’ombra in cui il segnale di disturbo non arriva o risulta insufficiente. A ciò si aggiunge la rapida obsolescenza degli apparati, incapaci di tenere il passo con l’evoluzione delle reti 4G/5G e con la continua riassegnazione delle bande di frequenza.
Sul piano operativo, il funzionamento intrinsecamente indiscriminato dei jammer rappresenta il loro limite più grave: questi dispositivi bloccano ogni comunicazione radio nel raggio d’azione, senza distinguere tra traffico illecito dei detenuti e comunicazioni legittime. Le conseguenze investono le linee di emergenza 112 e 118, le comunicazioni istituzionali del personale, i dispositivi medici salvavita come pacemaker e defibrillatori impiantabili, e paradossalmente gli stessi sistemi di videosorveglianza e sicurezza interni che operano su frequenze suscettibili di interferenza.
Sul piano sanitario, l’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici ad alta potenza emessi dai jammer solleva preoccupazioni serie, documentate da una crescente letteratura scientifica internazionale. Studi su modelli animali hanno evidenziato alterazioni della contrattilità muscolare, dei parametri ematologici e delle funzioni cognitive, mentre le linee guida dell’ICNIRP e la normativa italiana sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008) impongono soglie di esposizione che, nel caso di apparati operanti in ambienti chiusi, possono essere significativamente superate.
Sul piano giuridico, infine, l’assenza di deroghe specifiche per le strutture penitenziarie nel Codice delle comunicazioni elettroniche (D.Lgs. 259/2003) e la potenziale configurazione dei reati di interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.) e di installazione di apparecchiature atte a impedire comunicazioni (art. 617-bis c.p.) espongono l’amministrazione e i singoli responsabili a un quadro sanzionatorio multiplo, amministrativo, civile e penale, di notevole rilevanza.
A questo scenario di criticità, Cangiano contrappone i sistemi di rilevazione passiva basati su Software-Defined Radio (SDR): una tecnologia che ribalta radicalmente l’approccio al problema. Questi dispositivi non emettono alcun segnale di disturbo, ma monitorano costantemente lo spettro radio captando le trasmissioni in uplink dei telefoni attivi. Sono in grado di identificare e classificare automaticamente il tipo di comunicazione, chiamata vocale, SMS, traffico dati, e di localizzare il punto di trasmissione con una precisione fino a 5 metri, sufficiente a individuare la singola cella detentiva. Un case study sperimentale condotto dall’autore in un ambiente controllato e isolato, privo di copertura cellulare legittima, ha validato concretamente l’efficacia di questo approccio, dimostrando la capacità del sistema di rilevare, classificare e tracciare ogni attività cellulare non autorizzata senza alcuna interferenza con le comunicazioni legittime, con risultati pienamente replicabili in contesto penitenziario reale.
Il testo si chiude con raccomandazioni operative dettagliate per un’implementazione graduale dei sistemi passivi, dalla mappatura preliminare del rischio RF al pilotaggio in istituti campione, fino al roll-out esteso, e con una riflessione sulla necessità di un cambio di paradigma nella sicurezza penitenziaria: abbandonare la logica del “bloccare tutto” in favore di quella del “comprendere per intervenire”. Una transizione che, come sottolinea l’autore, non è più una questione tecnica ma di volontà politica e organizzativa.



















