Auditabilità dei sistemi AI e catena di custodia digitale: tecniche, artefatti e rischio residuo nella prova
Nel contesto delle indagini digitali contemporanee, la crescente integrazione di sistemi di intelligenza artificiale nei processi di analisi e produzione di contenuti introduce nuove sfide in termini di verificabilità e affidabilità della prova.
Il contributo si inserisce in una serie di approfondimenti a cura di Cosimo de Pinto e affronta il tema dell’auditabilità dei sistemi AI e della catena di custodia digitale, due assi fondamentali per la tenuta metodologica della digital forensics. Attraverso l’analisi delle principali tecniche di attacco ai dati e ai modelli, delle relative contromisure di rilevazione e del concetto di rischio residuo, il testo evidenzia i limiti strutturali degli approcci isolati alla mitigazione.
L’obiettivo è offrire un quadro interpretativo utile a comprendere come l’uso dell’AI stia ridefinendo i criteri di validazione delle evidenze digitali e i presupposti stessi della loro affidabilità in ambito forense.
Sistemi AI e prova digitale: quadro di sintesi tra attacchi, artefatti e contromisure forensi
Una mappa che lega ogni tecnica di attacco all’artefatto colpito, alla contromisura e al rischio residuo.
La tabella seguente riassume il nucleo dell’analisi tecnica, mettendo in relazione ciascuna famiglia di attacco con l’artefatto forense colpito, le principali contromisure di rilevazione disponibili e il grado di tenuta probatoria residua. La colonna del rischio residuo esprime il principio guida dell’intero lavoro: nessuna contromisura, presa isolatamente, neutralizza l’attacco; la tenuta deriva sempre dalla convergenza multi-fonte.
| Tecnica di attacco | Artefatto forense colpito | Contromisura di rilevazione | Rischio residuo / tenuta probatoria |
| Data poisoning / IPI | Dataset, prompt, contesto RAG, conclusioni del modello | Invocation logging, conservazione del dato grezzo, versioning, separazione dato originale/trasformato | Alto: l’output non è valutabile senza l’intera pipeline documentata |
| Log crafting | Log di sistema, applicativi, di rete | Triangolazione con EDR, SIEM, MFT, USN Journal, telemetria cloud, repliche remote | Medio-alto: rischio emergente; vietata la single-source evidence |
| PRNU manipulation / fingerprint-copy | Firma di sorgente del sensore | Triangle test e statistica pooled, analisi CNN, verifica originale + catena di custodia | Alto: nessun metodo è immune; serve convergenza con altri elementi |
| Inpainting / deepfake video | Integrità e provenienza dell’immagine/video | MVFNet, analisi spazio-temporale, C2PA/Content Credentials, ricostruzione del primo upload | Alto: artefatti degradati da compressione e ricodifica |
| Voice cloning | Identità del parlante | Speaker verification, anti-spoofing, analisi del segnale + contesto | Alto: affidabilità ridotta in condizioni realistiche |
| Evasion attacks | Esito del classificatore (file, immagine, testo) | Validazione della pipeline, adversarial training, trattamento come solo triage | Alto: la soglia d’attacco non coincide con la percezione umana |
| Testo AI-generato | Autenticità di documenti e comunicazioni | Watermarking preventivo, analisi statistica, risalita ai sistemi di origine | Alto: i detector sono aggirabili da chi li interroga |
| Codice malevolo AI-assistito | Attribuzione dell’autore | Convergenza tra infrastruttura, telemetria, log, artefatti di compilazione | Alto: lo stile del codice non è più indicatore affidabile |
Auditabilità dei sistemi AI: il nodo gordiano
Non-determinismo, opacità e assenza di firma: perché auditare un sistema AI è il nodo gordiano della prova.
Cosa significa auditare un sistema AI
L’auditabilità, la capacità di verificare a posteriori il comportamento di un sistema, è un prerequisito fondamentale dell’affidabilità probatoria. I sistemi AI moderni violano sistematicamente i criteri tradizionali di auditabilità su quattro dimensioni critiche:
- Non-determinismo: i modelli linguistici con temperatura maggiore di zero producono output diversi per lo stesso input ad ogni esecuzione, rendendo impossibile la riproducibilità, uno dei pilastri del metodo scientifico applicato alla forensics.
- Opacità del processo decisionale: i transformer con miliardi di parametri sono, in senso tecnico, black box; le tecniche XAI (LIME, SHAP, attention visualization) hanno fatto progressi ma rimangono insufficienti per applicazioni ad alto impatto legale.
- Dipendenza dal contesto di addestramento: il comportamento di un LLM dipende da dati spesso proprietari, non documentati e non riproducibili; un fine-tuning successivo può modificare gli output senza garanzia di versioning retroattivo.
- Assenza di firma digitale sull’output: i modelli generativi non firmano crittograficamente i loro output; salvo sistemi con watermarking specifico, non esiste modo di verificare che un testo sia stato generato da un determinato modello in un determinato momento.
La catena di custodia digitale nell’era AI
La chain of custody è il principio forense secondo cui ogni elemento di prova deve avere una storia documentata e verificabile dal momento del sequestro a quello della presentazione in giudizio. Nell’informatica forense classica ciò si traduce in: imaging forense con hash crittografico (SHA-256 o SHA-3), documenti di trasferimento firmati, ambienti di analisi isolati, write blocker per prevenire alterazioni.
L’AI introduce vulnerabilità in ogni anello di questa catena, secondo il quadro metodologico della ISO/IEC 27037:2012, la norma internazionale di riferimento per l’identificazione, raccolta, acquisizione e preservazione di prove digitali potenziali. In fase di acquisizione, un sistema compromesso potrebbe presentare all’operatore una vista alterata o incompleta dei dati, secondo logiche già note nel rootkitting e nell’occultamento a livello di sistema, con i rischi propri dell’analisi live su sistema potenzialmente compromesso.
In fase di analisi, i tool forensi che incorporano classificatori automatici o moduli AI devono essere trattati come componenti della pipeline da validare, non come oracoli tecnici. In fase di presentazione, un report generato con assistenza AI potrebbe contenere errori o interpretazioni distorte non rilevabili senza competenza tecnica specifica. Il punto metodologico, dunque, non è presupporre la compromissione del tool, ma documentare e verificare ogni trasformazione introdotta dalla pipeline analitica. La ISO/IEC 27042:2015 definisce i criteri di analisi e interpretazione delle prove digitali che devono applicarsi a prescindere dallo strumento utilizzato, inclusi quelli basati su AI.
Il punto metodologico non è presupporre la compromissione del tool, ma documentare e verificare ogni trasformazione introdotta dalla pipeline analitica.
Framework esistenti e lacune: un’analisi comparativa
Il Regolamento UE 2024/1689 (AI Act), entrato in vigore nel 2024, impone obblighi di logging (art. 12) e trasparenza verso gli utilizzatori (art. 13) per i sistemi ad alto rischio. Ai sensi dell’Allegato III rientrano tra i sistemi ad alto rischio, tra gli altri, quelli destinati a essere utilizzati dalle autorità competenti per valutare l’affidabilità delle prove nel corso delle indagini o del perseguimento di reati, salve le condizioni e le eccezioni previste dall’art. 6 del Regolamento. La formulazione corretta non consente quindi di affermare che ogni sistema AI genericamente impiegato in ambito investigativo sia automaticamente ad alto rischio. Tuttavia, il Regolamento non affronta specificamente l’uso forense dei sistemi AI né la questione dell’evidenza sintetica.
Il NIST AI Risk Management Framework (AI RMF 1.0) include l’auditabilità come requisito nella categoria MEASURE, ma rimane volontario e privo di specifiche tecniche sufficientemente granulari per applicazioni forensi. La ISO/IEC 42001:2023, standard per il sistema di gestione dell’AI, è orientata alla gestione organizzativa e non fornisce indicazioni operative per la forensics.
Le norme ISO specificamente dedicate alle prove digitali (ISO/IEC 27037 su identificazione, raccolta, acquisizione e conservazione; ISO/IEC 27041 sull’assurance metodologica; ISO/IEC 27042 su analisi e interpretazione; ISO/IEC 27043 su principi e processi di indagine) costituiscono il quadro metodologico di riferimento per la digital forensics. Nessuna di esse, tuttavia, include ancora disposizioni specifiche per la gestione di prove prodotte o mediate da sistemi AI. Le linee guida ENFSI e SWGDE non hanno parimenti sistematizzato la problematica, e la lacuna fondamentale rimane invariata: nessuno dei framework esistenti risponde alla domanda centrale che si pone il giudice, ossia se ci si possa fidare di un dato digitale generato o mediato da un sistema AI.
L’analisi mette in luce come l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi di gestione e valutazione della prova digitale stia ridefinendo i criteri stessi di affidabilità forense. Tecniche di attacco, contromisure e rischio residuo vengono letti in chiave sistemica, evidenziando la necessità di una reale convergenza multi-fonte delle evidenze.
Al centro del quadro emergono le fragilità dell’auditabilità dei sistemi AI e della catena di custodia digitale, oggi messe in crisi da opacità, non-determinismo e assenza di firme verificabili sugli output generativi.
Il tema continua nel prossimo approfondimento su diritto alla prova, protezione dei dati e libertà della persona nell’era dell’AI, con casi reali che mostrano l’impatto concreto di queste trasformazioni.
Per uno sguardo più tecnico e operativo, il white paper di Cosimo de Pinto “Quando l’AI mente bene: deepfake, prova digitale e anti-forensics nel processo penale” approfondisce le principali tecniche di manipolazione dell’evidenza digitale e le strategie anti-forensics, offrendo una lettura essenziale per comprendere i limiti attuali della prova nell’era dei sistemi AI.

Informatico Forense, socio IISFA, socio ONIF, certificato CIFI, è Perito e Consulente Tecnico presso il Tribunale Ordinario di Roma. Laureato in Beni Culturali, è stato un pioniere della Digital Forensics, espletando il suo primo incarico come ausiliario di P.G. presso la Procura di Bari nel lontano 1990.Titolare di uno studio professionale, presta la propria consulenza a studi legali, aziende, Procure e FF.OO., in materia di Digital Forensics e CyberCrime.

