Tecniche anti-forensics assistite dall’AI: da deepfake e data poisoning ai rischi per l’attribuzione della prova
L’evoluzione dell’intelligenza artificiale sta ridefinendo in modo profondo non solo le capacità di analisi dei dati, ma anche le modalità con cui le informazioni possono essere alterate, simulate o rese indistinguibili dall’autentico. In questo scenario emergono le tecniche anti-forensics assistite dall’AI, che spaziano dal data poisoning alla manipolazione della firma fotografica PRNU, fino ai deepfake e agli evasion attacks, mettendo in crisi la stabilità epistemologica della prova digitale.
Il contributo, che fa parte di una serie dedicata all’impatto dell’intelligenza artificiale sui sistemi probatori e sulle dinamiche del processo penale contemporaneo, analizza le principali categorie di attacchi e manipolazioni, mostrando come l’AI possa essere utilizzata sia per alterare i dati in ingresso ai modelli sia per falsificare log, immagini, contenuti multimediali e output algoritmici. L’obiettivo è evidenziare le implicazioni forensi di queste tecniche e la necessità di approcci probatori fondati su catene di verifica multiple e indipendenti.
Tecniche anti-forensics assistite dall’AI
Data poisoning, PRNU manipulation, deepfake ed evasion attacks: l’arsenale operativo dell’anti-forensics assistita dall’AI.
Data shaping e data poisoning
Il modellamento del dato (data shaping) consiste nell’alterare il dato prima che venga analizzato, senza renderlo necessariamente sospetto all’occhio umano o agli strumenti tradizionali. L’avvelenamento del dataset (data poisoning) colpisce invece i dati di addestramento, aggiornamento o affinamento del modello (fine-tuning), inducendo il sistema ad apprendere correlazioni errate o comportamenti distorti.
Goldblum et al. hanno sistematizzato questa categoria di attacchi in uno studio pubblicato su IEEE Transactions on Pattern Analysis and Machine Intelligence, distinguendo tra avvelenamento della disponibilità, volto a degradare le prestazioni generali, e avvelenamento per inserimento di backdoor, che induce comportamenti malevoli specifici attivabili da un innesco (trigger) predefinito.
Il caso Microsoft Tay (2016), benché non forense in senso stretto, rimane il riferimento emblematico: il chatbot fu ritirato dopo circa sedici ore perché un attacco coordinato sfruttava la sua capacità di apprendimento online per contaminarlo con contenuti offensivi e ideologicamente connotati. Il caso (documentato in un episodio reale) dimostra che un sistema AI può essere compromesso non perché difettoso nella propria architettura, ma perché esposto deliberatamente a un ambiente informativo ostile.
In ambito forense il parallelo è diretto: un modello linguistico impiegato per riassumere, classificare o correlare chat, messaggi di posta elettronica o documenti sequestrati potrebbe incontrare un corpus previamente manipolato con testi orientati, istruzioni ambigue o dati semanticamente falsificati. A ciò si aggiunge il rischio dell’iniezione di prompt indiretta (indirect prompt injection, IPI): un documento apparentemente innocuo, processato da un sistema AI nell’ambito di un’analisi forense, può contenere istruzioni nascoste capaci di alterare le conclusioni del modello senza lasciare tracce evidenti nei log applicativi ordinari. Per questo la letteratura sulla forensic readiness dei sistemi LLM insiste sull’invocation logging: registrazione strutturata dell’inferenza, con timestamp, identificatori di sessione, prompt completo, contesto utilizzato, parametri rilevanti e output generato.
Implicazione forense: ogni dato in ingresso a un sistema AI deve essere conservato nella forma grezza originale, autenticato con firma crittografica, sottoposto a controllo delle versioni e mantenuto separato dal dato trasformato. L’output del sistema AI non è mai valutabile in modo autonomo senza conoscere il dataset di partenza, il prompt esatto, il contesto operativo e l’intera catena delle trasformazioni subite dal dato.
Costruzione artificiosa dei log: fabbricare una realtà tecnicamente plausibile
Il log crafting consiste nella creazione o manipolazione di registrazioni di sistema formalmente coerenti: sintassi corretta, timestamp credibili, sequenze compatibili, messaggi verosimili. Il rischio specifico è che un sistema AI, addestrato al riconoscimento di pattern statistici, accetti come autentica una sequenza artificiale non perché difettoso, ma perché quella sequenza è stata confezionata per soddisfare esattamente i criteri di validità che il sistema impara a riconoscere.
Il caso Stuxnet rimane il riferimento storico più documentato di manipolazione sistematica della percezione dello stato di un sistema. Il malware modificava segretamente il funzionamento dei PLC Siemens S7-315 e S7-417 inviando agli operatori letture false che mostravano condizioni operative normali, mentre i macchinari venivano progressivamente danneggiati. Falliere, Murchu e Chien descrivono la componente rootkit come un replay attack sul canale di comunicazione PLC, rappresentando il primo caso documentato di malware capace di manipolare la percezione dello stato fisico di un impianto industriale. La logica sottostante, mostrare al sistema di monitoraggio una realtà diversa da quella effettiva, è la medesima che governa il log crafting assistito da AI in contesto forense.
In assenza di una fonte sperimentale univoca e stabilizzata, il log crafting assistito da AI deve essere qualificato come rischio metodologico emergente, non come risultato forense già consolidato. La capacità dei modelli linguistici di generare sequenze sintatticamente corrette e temporalmente plausibili impone comunque una cautela processuale precisa: i log sono spesso una fonte primaria in indagini su accessi non autorizzati, frodi informatiche ed esfiltrazione di dati, ma non devono essere valutati isolatamente.
Sul piano operativo, essi devono essere sistematicamente triangolati con fonti indipendenti non controllate dalla stessa parte: sistemi EDR, piattaforme SIEM, log di firewall e proxy, telemetria cloud, Master File Table (MFT), USN Journal ($UsnJrnl), Event Log di Windows, dati di flusso di rete (netflow e netcap), timeline applicative e repliche su sistemi remoti. La single-source evidence, ossia la prova che poggia su una sola fonte, in particolare se filtrata da un sistema AI, è strutturalmente fragile e non può fondare, da sola, una pronuncia di condanna.
PRNU manipulation: alterazione della firma della sorgente fotografica
Fondamenti della tecnica. La Photo Response Non-Uniformity (PRNU) costituisce, allo stato attuale della disciplina forense, il riferimento metodologico più robusto per l’attribuzione di un’immagine digitale a uno specifico dispositivo di acquisizione. Il suo impiego sistematico trova fondamento nel lavoro seminale di Lukáš, Fridrich e Goljan, che dimostrarono come le imperfezioni microscopiche introdotte in fase di fabbricazione del sensore CMOS o CCD generino un pattern di risposta fotoelettrica statisticamente univoco e riproducibile. La firma PRNU è indipendente dai metadati EXIF e non eliminabile attraverso la semplice rimozione degli header del file.
Il fingerprint-copy attack e le sue evoluzioni. L’attacco più documentato è il fingerprint-copy attack: l’avversario, disponendo di un campione di immagini scattate con il dispositivo bersaglio, estrae la stima del PRNU di quel sensore e la sovrappone a immagini provenienti da un dispositivo diverso, inducendo l’algoritmo di identificazione a classificare erroneamente la sorgente.
Li, Luo, Rao e Huang hanno proposto un attacco migliorato che opera con un metodo a blocchi (block-wise), sovrapponendo la firma in maniera dispersa e non uniforme sull’immagine bersaglio. La calibrazione dell’intensità della firma iniettata è vincolata alla qualità oggettiva dell’immagine risultante, riducendo così la componente non-PRNU rilevabile dal triangle test. Gli esperimenti, condotti su 2.900 immagini provenienti da quattro fotocamere distinte, confermano l’efficacia dell’attacco (risultato dimostrato sperimentalmente).
Il triangle test, introdotto da Goljan e Fridrich per contrastare il fingerprint-copy, sfrutta la correlazione anomala tra immagini sottratte e immagini falsificate. Marra et al. hanno dimostrato che anche questo test è attaccabile. Sul versante delle contromisure, Barni, Santoyo García e Tondi hanno proposto una statistica pooled migliorata per rafforzare il triangle test contro l’attacco fingerprint-copy mentre un successivo studio, con compagine d’autore parzialmente diversa, ne ha mostrato il superamento, evidenziando i limiti del test pooled nell’identificazione PRNU. L’approccio Universal Wavelet Relative Distortion (UWRD), documentato da Sameer e Naskar, offre infine un attacco counter-forensic basato su trasformata wavelet che mira a sopprimere l’impronta PRNU senza introdurre artefatti visibili macroscopici.
Deep learning: dualismo offensivo-difensivo. Le medesime architetture di apprendimento profondo che hanno rafforzato la capacità di identificazione della sorgente vengono ora impiegate anche come strumenti di attacco. Sul versante difensivo, reti convoluzionali (CNN), strutture residuali e contrastive learning estraggono l’impronta PRNU con maggiore robustezza rispetto ai metodi statistici tradizionali. Sul versante offensivo, le stesse architetture possono essere addestrate per sopprimere, falsificare o sostituire l’impronta in modo impercettibile: un approccio definibile adversarial fingerprint manipulation, che opera in modo automatizzato, scalabile e adattivo rispetto alle contromisure forensi note. La letteratura più recente conferma che nessun metodo di identificazione, tradizionale o neurale, può essere considerato immune ad attacchi mirati condotti con strumenti di deep learning.
Principio processuale: l’attribuzione di un’immagine a uno specifico dispositivo non può fondarsi esclusivamente su una correlazione PRNU positiva ottenuta mediante algoritmo automatico. Ogni perizia deve soddisfare condizioni concorrenti:
- disponibilità dell’immagine originale con catena di custodia verificabile;
- dataset di riferimento statisticamente significativo;
- verifica di coerenza temporale e integrità crittografica dei metadati;
- esclusione di ricampionamento o ricompressione;
- analisi manuale integrativa da parte di un esperto.
La forza probatoria della PRNU risiede nella convergenza con altri elementi, non nella sua autonomia.
Content-aware fill, inpainting e deepfake: l’evidenza visiva come simulazione persuasiva
Tassonomia delle tecniche di manipolazione sintetica. Il content-aware fill e l’inpainting computazionale rimuovono o sostituiscono porzioni di un’immagine attraverso algoritmi di completamento contestuale basati su GAN o modelli di diffusione, producendo riempimenti visivamente coerenti. Il deepfake video sostituisce o sintetizza il volto di un individuo in sequenze video mediante architetture encoder-decoder. Il voice cloning replica le caratteristiche acustiche della voce (timbro, cadenza, intonazione, pattern prosodici) da campioni audio anche molto brevi, producendo sintesi difficilmente distinguibile dall’originale in condizioni di ascolto non specialistico. Sistemi come VALL-E hanno mostrato la possibilità di generare una voce sintetica a partire da campioni di circa tre secondi.
In contesto forense, il problema non risiede soltanto nella distinzione tra autentico e falsificato, ma nella capacità di provare, con standard processuali, tre elementi distinti: l’origine del file, la sua integrità nel tempo e il contesto della sua produzione e diffusione.
Il caso Arup (Hong Kong, 2024). Nel gennaio 2024 un dipendente della filiale di Hong Kong della società di ingegneria britannica Arup eseguì quindici bonifici bancari per un importo complessivo di circa 200 milioni di dollari di Hong Kong (circa 25,6 milioni di dollari statunitensi), distribuiti su cinque conti correnti, a seguito di una videoconferenza nella quale tutti i partecipanti, ad eccezione della vittima, erano rappresentazioni deepfake di dirigenti reali.
L’accesso iniziale era avvenuto tramite spear-phishing impersonante il CFO; i deepfake erano stati costruiti da materiali video e audio prelevati da conferenze aziendali pubblicamente accessibili. La Hong Kong Police Force ha confermato che nessun soggetto è stato arrestato, i fondi non sono stati recuperati e l’attribuzione dell’attacco rimane aperta (caso reale documentato). L’episodio documenta tre vulnerabilità sistemiche:
- l’assenza di un canale di autenticazione out-of-band per le disposizioni finanziarie;
- l’assenza di protocolli di verifica dell’identità del chiamante nelle videoconferenze;
- la mancanza di formazione specifica del personale sull’identificazione di segnali visivi e vocali di sintesi artificiale.
Il caso Zelensky (Ucraina, marzo 2022). Il 16 marzo 2022 fu diffuso un video deepfake del presidente Zelensky che simulava un appello alla resa. Il professore Hany Farid (UC Berkeley) identificò anomalie nella proporzione testa-corpo, incongruenze nell’accento e artefatti di temporizzazione caratteristici delle architetture di face-swapping. Il video fu smentito e rimosso dalle principali piattaforme. Si tratta di uno dei primi episodi documentati di impiego operativo del deepfake in un contesto bellico attivo con finalità di disinformazione strategica.
Metodologia forense e protocollo di autenticazione. Le metodologie attualmente più consolidate analizzano le inconsistenze spazio-temporali tra fotogrammi consecutivi. Il modello MVFNet estrae congiuntamente feature forensi spaziali e temporali per rilevare inpainting, deepfake, splicing e re-encoding. Metodi basati sulla trasformata di Fourier sull’asse temporale pixel per pixel consentono di individuare periodicità artificiali introdotte dai generatori nella dimensione temporale. Una rassegna sistematica dei metodi forensi per l’identificazione multimodale di deepfake sui social media conferma che l’affidabilità di questi strumenti dipende fortemente dalla qualità del campione e che nessuno di essi è, da solo, conclusivo.
Sul piano della provenienza, il C2PA (Coalition for Content Provenance and Authenticity) ha rilasciato la specifica 2.2 nel 2025. Le Content Credentials costituiscono un meccanismo promettente di provenance tracking, ma non sono una garanzia assoluta: i manifest possono essere rimossi in fase di upload, ricodifica o distribuzione, e l’assenza di credenziali non consente, da sola, alcuna inferenza conclusiva sull’origine artificiale o autentica del contenuto. Per il voice cloning, uno studio del 2025 ha documentato criticità significative dei sistemi di speaker verification e degli strumenti anti-spoofing in condizioni realistiche, tra rumore, compressione e variabilità degli algoritmi di clonazione.
Principio fondamentale: un video convincente non è una prova; è un artefatto digitale che richiede autenticazione indipendente. Il protocollo forense prevede:
- ricostruzione del primo upload verificabile (timestamp, piattaforma, URL, hash);
- analisi della catena di diffusione;
- esame dei metadati embedded e delle codifiche successive;
- confronto con fonti indipendenti coeve;
- valutazione del contesto di pubblicazione.
Come rilevato da Farid, nessuna tecnica di rilevamento può essere trattata come prova autonoma e definitiva in assenza di un contesto probatorio convergente.
Evasion attacks: modifiche minime, effetti massimi
Fondamenti teorici. Gli evasion attacks operano in fase di inferenza: il modello è già addestrato, i parametri sono fissi, e la manipolazione riguarda esclusivamente l’input. Si distinguono dagli attacchi di data poisoning, che agiscono in fase di addestramento, e dagli attacchi di model extraction o membership inference. Il principio fondante fu formalizzato da Szegedy et al.: perturbazioni di ampiezza impercettibile, ottimizzate tramite L-BFGS, sono sufficienti a indurre l’errore di classificazione con confidenza elevata.
Goodfellow, Shlens e Szegedy fornirono la spiegazione meccanicistica attraverso il Fast Gradient Sign Method (FGSM): la linearità delle reti negli spazi ad alta dimensione è la causa strutturale della vulnerabilità. Carlini e Wagner hanno proposto tre metodi di ottimizzazione per le norme L0, L2 e L-infinito, diventati il benchmark di riferimento per la valutazione della robustezza adversarial.
Brown et al. hanno introdotto il concetto di adversarial patch: un pattern visivo stampabile e applicabile fisicamente che produce misclassification indipendentemente da posizione, scala e orientamento. Eykholt et al. hanno dimostrato che sticker applicati a segnali stradali, visivamente percepibili come atti vandalici ordinari, inducevano misclassification nel 100% delle immagini in laboratorio e nell’84,8% dei fotogrammi catturati da un veicolo in movimento per il classificatore bersaglio (risultato dimostrato sperimentalmente). Il principio forense diretto è di rilevanza immediata: la soglia di plausibilità di un attacco adversarial non coincide con quella della percezione umana.
Il caso Tencent Keen Security Lab – Tesla Autopilot, 2019. Il documento tecnico Experimental Security Research of Tesla Autopilot dimostrò sperimentalmente che l’apposizione di tre piccoli sticker sulla carreggiata era sufficiente per indurre il sistema di riconoscimento delle corsie del Tesla Model S a generare un comando di sterzo nella corsia opposta. Il rapporto documentava ulteriori superfici di attacco: attivazione dei tergicristalli tramite adversarial example fisico e controllo dello sterzo mediante gamepad wireless. L’esperimento dimostra che la frontiera dell’attacco include la manipolazione dell’ambiente percepito dal sistema, aprendo scenari di rischio che i modelli tradizionali di threat modeling non contemplano.
Evasion attacks nel dominio malware. Demetrio et al. hanno dimostrato che la modifica funzionalmente neutrale di sezioni inutilizzate dei file Windows PE, con iniezione di contenuto adversarial ottimizzato, può indurre misclassification nel classificatore MalConv. La letteratura successiva ha esteso il problema sia agli attacchi contro classificatori malware sia alla generazione di falsi positivi sistematici, ma i tassi di evasione dipendono fortemente da modello, dataset, vincoli funzionali del file e scenario sperimentale. In un contesto processuale è quindi metodologicamente scorretto trasferire percentuali ottenute in laboratorio direttamente al caso concreto senza validazione specifica.
Implicazione processuale: un classificatore AI che dichiara un file benigno, una conversazione non rilevante o un’immagine autentica deve essere trattato esclusivamente come strumento di triage. La sua pronuncia è condizionata dall’insieme di pattern appresi durante l’addestramento, dalla distribuzione del dataset, dall’assenza di esempi adversarial nel training set e dall’assenza di attacchi attivi al momento dell’inferenza: quattro condizioni non verificabili a posteriori senza documentazione rigorosa della pipeline di sviluppo del modello.
Ulteriori superfici di attacco nella catena della prova
Documenti, comunicazioni e codice malevolo AI-generato spostano il problema sull’attribuzione e sulla catena della prova.
Documenti testuali e comunicazioni
La generazione di documenti testuali è la capacità più consolidata dei sistemi AI attuali. Un LLM di qualità commerciale può generare contratti, email e messaggi di testo con stile linguistico personalizzato (voice cloning testuale); completare documenti lacunosi in modo stilisticamente coerente; tradurre mantenendo artefatti linguistici che simulano autenticità; generare metadati credibili per file Office.
Kirchenbauer et al. hanno proposto tecniche di watermarking per LLM, ma senza marcatori preventivi l’identificazione del testo AI rimane statisticamente fragile. Sadasivan et al. hanno evidenziato un limite strutturale dei sistemi di rilevazione del testo generato da AI: quando chi produce il testo conosce, o può interrogare, il detector utilizzato per valutarlo, può progressivamente modificare l’output fino a renderlo meno riconoscibile come artificiale. Ne deriva che tali strumenti possono avere utilità orientativa o di triage, ma non possono essere impiegati, da soli, come prova dell’origine artificiale di un documento in sede processuale.
Implicazione processuale: un documento presentato come prova non può essere autenticato basandosi esclusivamente sull’analisi del testo; è necessario risalire ai sistemi di origine, verificare i log dei server, analizzare la trasmissione di rete e le copie di backup indipendenti. In mancanza di tali riscontri, la sola analisi stilistica, sia essa compiuta da un esperto umano o da un sistema AI, non può assurgere a prova di autenticità o di falsità nel contesto processuale.
Codice malevolo AI-generato e attribuzione forense
Sistemi e servizi malevoli pubblicizzati come WormGPT e FraudGPT, richiamati da report di threat intelligence del 2023, sono stati presentati come strumenti per generare campagne di phishing e contenuti offensivi altamente personalizzati.
Per il consulente o perito informatico forense, il codice malevolo generato o assistito da AI introduce una criticità specifica: l’attribuzione dell’autore. Tradizionalmente, alcuni elementi stilistici del codice (denominazione delle variabili, struttura delle funzioni, commenti, scelte algoritmiche e ricorrenze sintattiche) potevano contribuire, insieme ad altri indicatori tecnici, a formulare ipotesi sull’autore o sul gruppo di attori coinvolto. L’intervento dell’AI tende però a uniformare, alterare o mascherare tali impronte individuali; ne consegue che l’attribuzione forense diventa più fragile e non può fondarsi sul solo stile del codice, ma richiede la convergenza di ulteriori elementi: infrastruttura utilizzata, catena di distribuzione, telemetria, log, artefatti di compilazione, contesto operativo e, ove disponibili, tracce relative al servizio AI eventualmente impiegato.
Ciò incide sulla tenuta complessiva della ricostruzione tecnico-probatoria nei procedimenti per cybercrime: per l’accusa, rende più fragile l’attribuzione del codice malevolo a un determinato autore o gruppo di attori; per la difesa, impone la possibilità di contestare in modo tecnicamente fondato inferenze attributive basate su indicatori stilistici non più sufficientemente affidabili. Ne deriva la necessità di rivedere i metodi tradizionali di attribuzione, privilegiando approcci multi-fonte fondati sulla convergenza tra codice, infrastruttura, telemetria, log, artefatti di compilazione e contesto operativo.
Il contributo di Cosimo de Pinto offre una ricognizione delle principali tecniche di anti-forensics assistite dall’AI, evidenziando come data poisoning, manipolazione della firma PRNU, sintesi di contenuti multimediali e attacchi di evasione possano incidere in modo strutturale sulla produzione e sulla valutazione della prova digitale. Ne emerge un quadro in cui non solo i dati e i modelli possono essere alterati, ma anche le tracce stesse dell’attività informatica diventano potenzialmente costruibili, sollevando criticità rilevanti in termini di affidabilità e verificabilità.
Per un approfondimento sistematico di queste dinamiche, si invita alla lettura del paper di Cosimo De Pinto “Quando l’AI mente bene: deepfake, prova digitale e anti-forensics nel processo penale”, che sviluppa in modo organico il rapporto tra intelligenza artificiale, attendibilità della prova e criticità processuali, offrendo un quadro teorico e operativo indispensabile per comprendere l’impatto dell’AI sul diritto probatorio contemporaneo.

Informatico Forense, socio IISFA, socio ONIF, certificato CIFI, è Perito e Consulente Tecnico presso il Tribunale Ordinario di Roma. Laureato in Beni Culturali, è stato un pioniere della Digital Forensics, espletando il suo primo incarico come ausiliario di P.G. presso la Procura di Bari nel lontano 1990.Titolare di uno studio professionale, presta la propria consulenza a studi legali, aziende, Procure e FF.OO., in materia di Digital Forensics e CyberCrime.

