Il Giappone autorizza l'"Hack Back": da ottobre 2026 Tokyo potrà colpire i cyber-attaccanti

Il Giappone autorizza l'”Hack Back”: da ottobre 2026 Tokyo potrà colpire i cyber-attaccanti

Dal 1° ottobre 2026 il Giappone potrà contrattaccare nel cyberspazio. Il governo di Tokyo ha ufficialmente autorizzato operazioni cyber offensive – l'”Hack Back” – affidando alle forze armate e alla polizia il potere di identificare, infiltrare e neutralizzare le infrastrutture nemiche, anche in via preventiva. È la svolta più radicale nella dottrina di sicurezza nazionale giapponese dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: settant’anni di pacifismo costituzionale cedono il passo alla realtà della guerra digitale.

Il 17 marzo 2026, il Chief Cabinet Secretary Minoru Kihara ha tenuto una conferenza stampa destinata a fare storia. In un intervento in lingua inglese – scelta significativa, rivolta alla comunità internazionale – ha dichiarato: “The government has decided to use active cyber defence to disable attackers and make this measure available on October 1st.” Con queste parole, secondo quanto riportato da Cybernews, il Giappone ha formalmente aperto la strada alle prime operazioni cyber offensive nella storia del Paese.

La motivazione ufficiale è netta: il Giappone si trova, parole di Kihara, davanti al suo “ambiente di sicurezza nazionale più complicato dalla Seconda Guerra Mondiale”. La digitalizzazione pervasiva della società, combinata con la crescente aggressività di attori statali e non, ha reso insostenibile la postura difensiva adottata fino ad oggi.

La legge: dall’Articolo 9 all’Active Cyber Defense

Il fondamento giuridico di questa svolta è l’Active Cyber Defense Law, approvata dalla Dieta giapponese nel maggio 2025. Come analizzato dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), fino a questa legge la Costituzione giapponese – e in particolare l’Articolo 9, che rinuncia alla guerra e proibisce il mantenimento di capacità militari offensive – aveva di fatto impedito qualsiasi azione preventiva nel cyberspazio. Il Paese poteva rilevare e difendersi dagli attacchi, ma non aveva mandato legale per infiltrare reti avversarie o neutralizzare minacce prima che si materializzassero.

Nippon.com descrive la nuova legge attraverso quattro pilastri fondamentali: il rafforzamento della collaborazione pubblico-privato; il monitoraggio dei dati di comunicazione per il rilevamento delle minacce; il contrattacco diretto alle fonti degli attacchi e la loro neutralizzazione; il coordinamento inter-agenzia tra polizia, intelligence e Self-Defense Forces (SDF). La transizione dalla difesa passiva – descritta come una “guerra d’assedio” in cui si aspetta di essere colpiti – a una difesa attiva assimilabile alla “guerriglia”, è ora sancita per legge.

Come funzionerà operativamente

The Register chiarisce la struttura di governance: un Cyber Management Committee governativo avrà il potere di approvare o respingere le singole operazioni cyber offensive. Solo dopo questa autorizzazione, le SDF e le forze di polizia potranno “attaccare e disabilitare” le infrastrutture utilizzate per sferrare cyberattacchi.

The Record di Recorded Future precisa che la legge consente esplicitamente alle forze dell’ordine di infiltrarsi e neutralizzare server ostili prima ancora che qualsiasi attività malevola abbia avuto luogo, operando al di sotto della soglia di un attacco armato contro il Giappone. Le SDF assumeranno responsabilità diretta nei casi di incidenti particolarmente sofisticati.

Sul piano tecnico, secondo l’Asia Pacific Foundation of Canada, l’identificazione delle minacce avverrà attraverso l’analisi di metadati – indirizzi IP, log di connessione, pattern di traffico – generati dalle comunicazioni internazionali in transito verso o dal Giappone, e non dal contenuto delle comunicazioni private dei cittadini.

Il contesto: attacchi crescenti e gap tecnologico

La decisione matura in un contesto di escalation concreta. Security Affairs ricorda che negli ultimi anni il Giappone ha subito una serie di attacchi ad alto impatto: la violazione delle reti di difesa ad opera di hacker militari cinesi (scoperta dalla NSA statunitense), una violazione alla società di telecomunicazioni NTT Communications che ha esposto i dati di 17.891 aziende clienti corporate (con esclusione dei dati degli utenti finali individuali), un cyberattacco a Japan Airlines con blocco delle prenotazioni, e operazioni di trading non autorizzato per oltre due miliardi di dollari su piattaforme finanziarie compromesse.

The International Institute for Strategic Studies, citato da The Register, colloca il Giappone in un terzo livello di potenza cyber – insieme a India, Indonesia, Iran, Malaysia, Corea del Nord e Vietnam – al di sotto degli USA (unica potenza di primo livello) e di un secondo livello che comprende UK, Australia, Canada, Cina, Francia, Israele e Russia. La legge nasce esplicitamente per colmare questo gap. Shigeru Kitamura, ex Segretario Generale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e principale architetto delle riforme cyber giapponesi, ha sintetizzato la nuova filosofia con una dichiarazione diretta:

“We will no longer be sitting ducks. Until now, even if we identified a server preparing to launch a devastating virus against critical infrastructure such as banks and power plants, our authorities were legally powerless to prevent it. We were forced to watch the arrows flying towards us.”

Privacy e sorveglianza: il nodo irrisolto

La legge non è esente da critiche. Nippon.com sottolinea che per bilanciare le esigenze di sicurezza con il diritto alla privacy dei comunicazioni -garantito dall’Articolo 21 della Costituzione giapponese – verrà istituito un organo di supervisione indipendente con il compito di vigilare sulle operazioni governative di intercettazione e neutralizzazione.

L’Asia Pacific Foundation of Canada evidenzia come rimanga aperta la questione della sovranità territoriale: se i server target si trovano in Cina, Russia o Corea del Nord, anche azioni difensive limitate potrebbero scatenare ritorsioni diplomatiche o un’escalation nel cyberspazio. La linea tra deterrenza e provocazione, nel dominio cyber, è sottile.

Geopolitica e influenza del conflitto Iran

Come osserva un’analisi pubblicata su Digital Asset Redemption il 20 marzo 2026, la decisione di Tokyo di anticipare l’avvio delle operazioni – rispetto alla piena entrata in vigore della legge, prevista per il 2027 – è stata probabilmente accelerata dal conflitto USA-Israele contro l’Iran, una guerra combattuta nel dominio cyber tanto quanto sul terreno, che ha già generato un aumento significativo di attività cybercriminali a livello globale attribuibili a hacktivisti geopoliticamente motivati con proxy russi e cinesi.

Il 19 marzo, al margine di un incontro bilaterale, il presidente Trump ha definito il Giappone un Paese che “sta davvero dando il massimo”, in contrasto con molti alleati NATO. L’allineamento operativo nippo-americano nel dominio cyber sembra destinato a intensificarsi.

 

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