Peter Thiel, Palantir e l'algoritmo dell'Apocalisse: quando l'Anticristo è nel codice cybersecurity

Peter Thiel, Palantir e l’algoritmo dell’Apocalisse: quando l’Anticristo è nel codice

Perché Peter Thiel, fondatore di Palantir, intreccia Anticristo e cybersecurity nel destino del mondo?

In un grigio pomeriggio di marzo del 2026, a pochi passi dalle mura del Vaticano, si è consumato uno degli eventi più enigmatici e rivelatori della storia recente della tecnologia. Peter Thiel, il miliardario cofondatore di PayPal e padre putativo di Palantir Technologies, la società di analisi dati che è diventata il sistema nervoso degli apparati di sicurezza occidentali, ha tenuto una serie di conferenze a porte chiuse sulla figura teologica dell’Anticristo.

A porte chiuse. Nel cuore di Roma. Sull’Anticristo. Detto così, sembra il soggetto di un romanzo di Dan Brown scritto male. Ma chi ha la tentazione di liquidarlo come capriccio metafisico di un oligarca con troppo tempo libero sta commettendo un errore, forse il più costoso della propria carriera intellettuale.

Perché Thiel non è un eccentrico che gioca con la teologia nei ritagli di tempo. È l’uomo che ha costruito gli strumenti con cui le democrazie occidentali sorvegliano sé stesse. I suoi contratti con CIA, NSA, FBI e Dipartimento della Difesa americano non si misurano in milioni: si misurano in miliardi. Le sue piattaforme non gestiscono dati: gestiscono il modo in cui i governi vedono i propri cittadini.

Quando quest’uomo parla dell’Anticristo, non sta predicando. Sta descrivendo l’architettura del mondo che sta costruendo.

La matrice filosofica: Il codice prima del codice

Per capire perché Thiel parli di escatologia mentre firma contratti con le agenzie di intelligence, bisogna risalire al suo mentore intellettuale: René Girard, il filosofo che ha trascorso la vita a Stanford a smontare il meccanismo segreto della violenza umana. La teoria mimetica di Girard parte da un’osservazione scomoda, gli esseri umani non desiderano in modo autonomo. Desiderano ciò che desiderano gli altri. Il desiderio è imitazione, l’imitazione genera rivalità, la rivalità genera violenza. Le società storiche hanno tenuto questo meccanismo sotto controllo attraverso il capro espiatorio, la violenza collettiva scaricata su una vittima sacrificale che restituisce al gruppo una coesione temporanea, un’illusione di pace.

Il cristianesimo, per Girard, ha fatto qualcosa di storicamente irripetibile e strutturalmente destabilizzante: ha smascherato il meccanismo. Ha mostrato l’innocenza della vittima. E così facendo, lo ha reso inutilizzabile come valvola di sfogo. La violenza mimetica non scompare, si accumula, senza più un canale rituale attraverso cui defluire.

Thiel ha preso questa tesi e l’ha trasformata in un piano industriale. Se il conflitto mimetico è la forza centrifuga che minaccia la civiltà, e se i vecchi contenitori, il sacrificio rituale, le istituzioni religiose, persino gli stati-nazione, hanno perduto la loro tenuta, serve un nuovo argine. In greco, Katechon: la forza che trattiene l’apocalisse. Per Thiel, quel Katechon ha un nome commerciale: Palantir.

Il dato come “nuovo sacro”, e chi ne è il sacerdote

Qui è dove il discorso smette di essere filosofia e diventa potere concreto. Se la violenza mimetica nasce nell’oscurità, nell’imitazione nascosta, nel desiderio segreto, nella minaccia che si organizza invisibile, allora la risposta è la luce totale. La trasparenza algoritmica come sostituto secolare dell’onniscienza divina. La sorveglianza come sacramento laico. I dati, nella cosmologia thieleana, diventano sacri per due ragioni strettamente connesse:

La prima è funzionale: se il conflitto nasce dal segreto, la sorveglianza algoritmica funge da “occhio divino” che vede la minaccia prima che si manifesti. Identifica i “nodi di contagio”, terroristi, instabilità finanziaria, derive epidemiche, per isolarli prima che il caos si propaghi.

La seconda è politica, ed è quella che nessuno vuole dire ad alta voce: chi gestisce i dati sacri acquisisce un potere sacerdotale. Interpreta. Decide cosa è minaccia e cosa è innocuo. Stabilisce le soglie dell’anomalia. Produce, in forma algoritmica, quella che Schmitt chiamava la decisione sovrana: la scelta su chi è amico e chi è nemico, su cosa è normale e cosa è eccezione.

Thiel ha letto Schmitt quanto ha letto Girard. E lo si vede nell’architettura di Palantir. Gotham e Foundry non sono strumenti passivi di raccolta dati. Sono sistemi di produzione di senso: integrano database precedentemente isolati, email, registri finanziari, dati biometrici, spostamenti, relazioni sociali, per costruire profili di rischio in tempo reale. Non descrivono la realtà, la interpretano, ed è nell’interpretazione che risiede il potere.

Chi possiede l’algoritmo possiede la realtà che l’algoritmo produce. A questo punto anche la legge può cambiare natura, non è più un limite uguale per tutti, ma una funzione dell’interpretazione, un po’ come il vecchio adagio “con i poveri la legge si applica, con i potenti si interpreta”. E quando l’interpretazione è incorporata nel codice, la distinzione non avviene più nei tribunali ma negli algoritmi.

La contraddizione identitaria: il Katechon che divora sé stesso

Ed è qui che l’edificio intellettuale di Thiel mostra la sua crepa più profonda, quella che i suoi ammiratori faticano a guardare in faccia. Thiel costruisce strumenti di controllo totale mentre avverte contro il controllo totale. Denuncia il rischio di uno stato di sorveglianza onnipervasivo mentre fornisce esattamente quello a stati che considera “sovrani democratici”. Si erge contro la concentrazione del potere mentre costruisce un’infrastruttura che concentra potere come nessuno strumento precedente nella storia umana.

La logica interna è coerente, se si accetta il presupposto: meglio un Katechon imperfetto che l’apocalisse mimetica. Meglio la sorveglianza nelle mani giuste che il caos indifferenziato.

Ma la domanda a cui Thiel non risponde mai, e che nelle sue conferenze a porte chiuse probabilmente non viene neanche formulata, è la più ovvia: chi decide quali sono le mani giuste? Chi sorveglia i sorveglianti? Chi ha l’autorità di stabilire che le mani di un miliardario libertario con contratti miliardari con le agenzie di intelligence americane siano più affidabili di quelle di qualunque altro concentratore di potere della storia?

Palantir è stata al centro di scandali documentati: il suo ruolo nel “predictive policing”, polizia predittiva , ha prodotto in diverse città americane un ciclo di bias algoritmico in cui le comunità più povere e più nere vengono sorvegliate di più perché i dati storici, costruiti su decenni di sorveglianza sproporzionata, dicono all’algoritmo di sorvegliarle di più. Il modello si autoalimenta. Il bias diventa sistema. Il sistema si chiama oggettività.

E poi ci sono le deportazioni: organizzazioni per i diritti civili hanno documentato l’utilizzo di software Palantir da parte di ICE per tracciare, profilare e facilitare operazioni di deportazione di massa. La macchina non distingue tra il criminale ricercato e il padre di famiglia con un visto scaduto di tre settimane. La macchina ottimizza. La macchina esegue. Il Katechon, nelle sue applicazioni concrete, ha l’odore dello stato di polizia.

L’anticristo che porta la pace, e il paradosso della sicurezza

Nelle conferenze romane del 2026, Thiel ha perfezionato una tesi che già a San Francisco, nel 2025, aveva cominciato ad articolare davanti a platee selezionate. L’Anticristo, nella sua lettura della Seconda Lettera ai Tessalonicesi, non è una figura individuale. È un sistema. È l’ordine totalizzante che si presenta con lo slogan della “pace e sicurezza”. Non il caos: la pace imposta. Non il terrore: la sicurezza garantita al prezzo di ogni autonomia. Thiel identifica i precursori di questo sistema con la regolamentazione eccessiva, la burocrazia internazionale, le istituzioni sovranazionali, persino movimenti come l’altruismo efficace, tutto ciò che, nel nome della prevenzione del rischio esistenziale, comprime il progresso e l’accelerazione tecnologica.

La struttura retorica è, bisogna riconoscerlo, di una eleganza quasi ammirevole: Thiel si posiziona come difensore della libertà contro il totalitarismo tecnocratico, e il suo prodotto principale, che si chiama letteralmente “sicurezza”, che vende sicurezza a governi e agenzie di intelligence, diventa lo scudo contro l’Anticristo. Ma aspettate. Lo slogan dell’Anticristo è “pace e sicurezza”. Il prodotto di Thiel è la sicurezza. La sua narrativa legittimante è la prevenzione del caos. Il suo mercato sono gli apparati statali che comprimono libertà in nome della sicurezza nazionale. Chi sta vendendo la mela, qui?

La risposta di Thiel sarebbe probabilmente che la distinzione sta nella sovranità: non una sicurezza centralizzata in mano a un governo mondiale, ma sicurezza distribuita tra stati-nazione che mantengono la propria autonomia. Il problema è che questa distinzione si dissolve nel momento in cui gli strumenti di sicurezza di quegli stati-nazione sono tutti costruiti e gestiti dalla stessa azienda privata, con la stessa filosofia, con lo stesso accesso ai dati. La balcanizzazione della sorveglianza non è la sua assenza. È la sua moltiplicazione.

La “supercazzola tecno-esoterica” e il feticcio dell’AI

In questo racconto si inserisce un elemento che merita un’analisi spietata: la mitologia dell’intelligenza artificiale e il ruolo che gioca nella legittimazione del sistema.

Viviamo in un momento in cui i grandi modelli linguistici hanno raggiunto un livello di sofisticazione tale da produrre testi e ragionamenti che molti percepiscono come espressione di pensiero genuino. Questa percezione, alimentata dall’ignoranza diffusa dei meccanismi sottostanti, ma anche da una comunicazione spesso deliberatamente mistificante, crea terreno fertile per quella che si può chiamare la supercazzola tecno-esoterica.

L’intelligenza artificiale non pensa. Elabora pattern statistici su dati di addestramento per produrre output probabilisticamente coerenti con l’input. Questo è straordinario… ma non è magia, non è coscienza, non è saggezza.

Eppure, inserita nel frame narrativo thieleano, dove i dati sono sacri, dove l’algoritmo è il Katechon, dove la sorveglianza è la risposta al caos mimetico, l’AI assume contorni quasi soprannaturali. Diventa l’oracolo tecnocratico. Il motore profetico. Lo strumento attraverso cui il nuovo sovrano vede ciò che l’occhio umano non può vedere.

Questa narrativa serve uno scopo preciso: rendere il sistema inattaccabile. Se l’algoritmo “sa”, se l’AI “capisce” in modo che noi non possiamo del tutto verificare, allora chi siamo noi per mettere in discussione le sue conclusioni? La black box tecnologica diventa una black box teologica: ci si può solo credere o non credere, non falsificare.

Per chi si occupa di sicurezza delle informazioni, questa è la minaccia più sottile e più profonda. Non il malware. Non l’exploit zero-day. Ma l’episteme, la struttura di conoscenza che determina cosa possiamo vedere, cosa possiamo sapere, e su cosa possiamo agire. Un sistema opaco, avvolto nell’aura del sacro tecnologico, è un sistema che si è immunizzato contro la critica. E un sistema che non può essere criticato non può essere controllato.

Ma c’è una variante ancora più insidiosa, quella che Slavoj Žižek ha descritto nella Guida perversa all’ideologia: l’ideologia più potente non è quella che ci inganna, è quella che ci mostra la contraddizione e funziona lo stesso. Il sistema di Thiel non si sottrae alla critica. La esibisce. La ospita. La integra. Vende sicurezza mentre indica la “pace e sicurezza” come slogan dell’Anticristo. Lo dice apertamente, davanti a platee che annuiscono.

E proprio questo è il punto: saperlo non disinnesca il meccanismo, lo rafforza. La trasparenza della contraddizione diventa la sua armatura. Non è opacità: è una trasparenza che funziona come schermo. Non il sistema che blocca l’audit, ma quello che lo supera ogni volta, e proprio per questo non può essere messo in discussione.

Il rischio sovrano e la “cartografia” del pensiero dei popoli

Le conferenze di Peter Thiel sull’Anticristo non sono divagazioni teologiche per platee curiose. Sono qualcosa di molto più concreto e molto più urgente: la formulazione pubblica di una dottrina politica che prova a giustificare accelerazione tecnologica, sorveglianza totale e concentrazione di potere come male necessario per evitare il collasso finale.

E si torna alla domanda a cui questa dottrina non può rispondere, e che dovrebbe essere al centro di ogni conversazione seria sulla cybersecurity, sulla governance digitale, sul futuro delle democrazie liberali.

Se costruisci un sistema di controllo abbastanza potente da trattenere il caos mimetico, come fai a garantire che quel sistema non diventi esso stesso il caos che cercava di contenere? Se metti nelle mani di una ristretta élite sovrana la capacità di mappare la società, i suoi movimenti, le sue relazioni, i suoi desideri, i suoi timori, come garantisci che quella cartografia non diventi uno strumento di dominio piuttosto che di protezione?

La storia non offre esempi rassicuranti. Ogni sistema di sorveglianza costruito per proteggere la democrazia è stato, prima o poi, usato per minacciarla. Ogni infrastruttura di controllo progettata per identificare i nemici esterni è stata, prima o poi, rivolta verso i dissenzienti interni. Non per inevitabilità cosmica, ma per la semplicissima ragione che il potere tende a espandersi fino ai limiti che incontra, e un sistema di sorveglianza totale non incontra limiti strutturali: incontra solo la volontà politica di chi lo gestisce. E la volontà politica, come sappiamo, è la risorsa più rinnovabile e meno affidabile che esista.

L’algoritmo gira. Chi ha i permessi di root?

Per chi si occupa di cybersecurity, la domanda finale non è teologica. È tecnica, ed è politica insieme. In qualunque sistema, i permessi di root, l’accesso amministrativo totale, determinano chi può fare cosa. Chi può leggere, scrivere, cancellare, riconfigurare. Chi può decidere le regole del sistema e chi deve subirle.

Il sistema che Thiel sta costruendo, algoritmico, pervasivo, avvolto nell’aura sacrale dei dati e dell’AI, ha permessi di root. Qualcuno li possiede. Qualcuno decide chi può vedere cosa, quale comportamento è anomalia e quale è normale, quale individuo è minaccia e quale è cittadino rispettabile.

Quella persona non è stata eletta. Non risponde a un parlamento. Non è soggetta a controllo democratico nel senso che normalmente attribuiamo a queste parole. È un privato con contratti con agenzie governative, con una filosofia articolata e coerente, e con la ferma convinzione di stare costruendo l’argine contro l’apocalisse.

Forse ha ragione sul caos mimetico. Forse Girard aveva ragione sulla fragilità delle società moderne. Forse il rischio esistenziale che Thiel teme è reale. Ma la cybersecurity ci ha insegnato una cosa fondamentale: non si valuta un sistema solo in base alle intenzioni di chi lo ha costruito. Si valuta in base a cosa succede quando le intenzioni cambiano. Quando il sistema viene ereditato da qualcuno con obiettivi diversi. Quando i permessi di root passano di mano.

La domanda non è se Thiel sia in buona fede. La domanda è: cosa succede all’infrastruttura quando chi la gestisce non lo è più? Il dato è sacro, dice Thiel, forse. Ma il sacro, nella storia, è sempre stato anche lo strumento del potere che si legittima sottraendosi alla critica. E un potere che si sottrae alla critica non ha bisogno di chiamarsi Anticristo per comportarsi come tale.

Fonti:
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Profilo Autore

Progettista di sistemi esperti, software developer, network e system engineer, con oltre 30 anni di esperienza nell’ambito della sicurezza delle informazioni, Francesco Arruzzoli è il Resp. del Centro Studi Cyber Defense Cerbeyra, dove svolge attività di R&D, analisi delle cyber minacce e progettazione di nuove soluzioni per la cyber security di aziende ed enti governativi. Esperto di Cyber Threat Intelligence e contromisure digitali, autore di libri ed articoli sue riviste del settore, in passato ha lavorato per multinazionali, aziende della sanità italiana, collaborato con enti governativi e militari. In qualità di esperto cyber ha svolto inoltre attività di docenza presso alcune università italiane.

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