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Chi ha paura dell’AI?

Molte volte sentire parlare di AI ci spaventa, ci vengono in mente immagini fantascientifiche, macchine che si sostituiscono all’uomo o complotti internazionali.

Ma dobbiamo comprendere che tutti questi scenari sono solo riportati per il mondo della letteratura e dello spettacolo. Analizzeremo alcune questioni che ci permetteranno di affrontare questi argomenti con serenità e senza panico. L’AI è e sarà sempre molto utile aiutando l’essere umano a svolgere compiti e prendere decisioni ma difficilmente si sostituirà ad esso.

L’AI è molto lontana da questi aspetti. Esistono vari tipi di AI che spaziano dalla robotica al machine learning, all’analisi dei dati, e questi si dividono ancora in sistemi deboli (utilizzando tecniche di problem solving, elaborando casi simili, confrontandoli ed elaborando una serie di soluzioni scegliendo quella più razionale) e forti (cioè i “sistemi esperti”, software che riproducono prestazioni e conoscenze di persone esperte in un determinato ambito).

Alla natura sono occorsi milioni di anni per potersi evolvere e all’uomo migliaia di anni per arrivare alle conoscenze odierne.

La natura, l’uomo durante il suo percorso evolutivo, è riuscito ad utilizzare molti elementi della tavola periodica combinandoli in molecole e strutture che gli permettono la vita.

Anche i segnali che noi decodifichiamo dall’esterno utilizzano le basi della biologia (con una varietà elevata di molecole e combinazioni delle stesse) traducendoli in segnali elettrici, nel campo dell’AI invece i sensori che traduco le informazioni in impulsi elettrici sono formati da un numero relativamente basso di elementi. Questo comporta un’enorme diversità nella percezione e nella codifica delle informazioni mantenendo l’uomo sempre al vertice.

Tavola periodica degli elementi

Inoltre proprio per le caratteristiche biologiche, l’uomo possiede delle potenzialità infinite come ad esempio l’intuizione o la percezione delle sensazioni.

Nel caso dei Big Data, l’AI è in grado di elaborare velocemente grandi quantità di informazioni strutturate e non, che conducono a dei risultati importanti ma sempre confinati dentro format o framework costruiti. L’AI non possiede il concetto di intuizione, si pensi ad esempio al tenente colonnello dell’Armata Rossa Stanislav Petrov che, il 26 settembre 1983, identificò un falso allarme missilistico derivante da un malfunzionamento del sistema di controllo satellitare sovietico prendendo difficili decisioni al limite dei regolamenti preposti, evitando così lo scoppio di un conflitto nucleare mondiale.

Oppure si pensi a due persone che guardandosi intensamente negli occhi scoprono mondi infiniti fino a innamorarsi l’uno dell’altra, ma dei sensori installati nelle macchine non potranno mai rilevare e rivelare quello che succede se non creando un’immagine di quello che vedono.

L’AI possiamo dire che traduce bene il mondo fisico, permette di analizzare quantità infinite di dati velocemente ma ad essa sfugge l’aspetto metafisico. Ad esempio se la temperatura esterna è di – 20 °C, una corretta analisi mi indica che devo coprirmi e vestirmi adeguatamente, ma magari io ho molto caldo e sto sudando perché devo recarmi ad un colloquio e sono molto emozionato, gli aspetti “soft” non sempre vengono considerati.

Consideriamo anche la capacità dell’AI di immagazzinare una enorme quantità di informazioni sia strutturate che non, da queste svolgere delle azioni e prendere decisioni, sicuramente molto più velocemente dell’essere umano, ma che dire delle sensazioni che ci portano i ricordi? Anche l’essere umano immagazzina informazioni ma queste sono anche collegate con altri aspetti, altre informazioni particolari: un profumo, una visione, un sentimento. Tutto questo l’AI non può farlo.

Dobbiamo anche non confondere il raggiungimento di un obiettivo da parte dell’AI, attraverso vari metodi ed interazioni, con la “testardaggine” umana nel raggiungere uno scopo.

L’intelligenza artificiale non è l’intelligenza umana, ci aiuta ma non ci sostituisce. All’AI mancano alcuni aspetti tipici dell’essere umano quali: il relazionarsi con gli altri, scoprire cose nuove, comprendere, avere atti di fede, vedere le cose da altri punti di vista, provare emozioni. L’AI accetta un input di dati, li traduce, li analizza trova il modello (sviluppato da un essere umano) e restituisce l’output.

Questa breve e sintetica riflessione vuole solo essere solo un punto di partenza per non farci trarre in inganno da tutto il mondo che circonda l’AI; l’AI è molto utile: apre nuovi scenari, supporta l’uomo in molteplici aspetti e attività, gestisce enormi quantità di dati, risolve problemi. Manteniamo, se vogliamo, questo aspetto “fiabesco” raccontato dai media e dai film ma ricordiamoci che non potrà mai sostituirsi all’uomo e alla sua umanità come persona (nel bene e nel male), quindi non spaventiamoci ma utilizziamola al meglio.

Articolo a cura di Stefano Gorla

Stefano Gorla è nato a Milano, si è laureato in fisica nucleare presso l’Università di Padova. Ha insegnato per qualche anno Matematica e Fisica presso alcuni licei.

Da anni si occupa di privacy e sicurezza dei dati attraverso un approccio sistemico e olistico.
Consulente e formatore in ambito sicurezza e tutela dei dati e delle informazioni e relatore in numerosi convegni.

Auditor ISO 27001, DPO Certificato FAC Certifica, NIST Specialist Certificato Fac Certifica, Certificato COBIT5 ISACA, Master EQFM.
Ha maturato notevoli esperienze come Referente Privacy (DPO) e consulente in tali ambiti.
È autore di varie pubblicazioni sul tema.

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