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Cyber-jihad – Weaponizzazione mediale ed avatarismo terroristico

Il cyber-jihad è proclamato.

Il web, al contempo medium, piattaforma e metaverso sociale, favorisce la disseminazione orizzontale cross-mediale e la conseguente amplificazione globale digimediale, o cyber-mediale, del terrore oggi strategicamente determinata dall’autoproclamato Islamic State (IS), accrescendone l’espansione, soprattutto nel contesto occidentale, della percezione di insicurezza relativa alla capacità dei cittadini, sia nella dimensione individuale che in quella collettiva, di determinarsi liberamente nel proprio ambiente socio-culturale quotidiano. Il terrorismo jihadista contemporaneo trasforma il medium stesso in arma, si “weaponizza” grazie all’essenza digitale, alla velocità di fruizione, alla portabilità ed al nomadismo digitale dell’iperconnessione.

In tale contesto, l’IS ricorre all’utilizzo crescente della disseminazione attraverso diversi aggregatori e piattaforme socio-mediali tra cui le più note Twitter, Facebook, Youtube e Vine, attuando una campagna cyber-mediale di progressiva saturazione del web e targetizzazione massiva delle audience, soprattutto attraverso la creazione e disseminazione operata dai due organi comunicativi ufficiali dell’organizzazione terroristica, al-Hayat Media Center ed al-Furqan Media Foundation, sfruttando il cyberspace come moltiplicatore d’interesse e di propaganda, fino a targetizzare gli utenti più distanti dalla centralità dell’infosfera terroristica, in senso più ampio, ossia ricomprendendo in essa anche la notevole quantità di contenuti più o meno direttamente riconducibili ad altre entità terroristico-jihadiste come al-Qaeda e/o comunque alla cosiddetta “jihadisfera”, il complesso dei prodotti (cyber-)mediali e delle loro interazioni semiotiche che costruiscono e ri-costruiscono dinamicamente l’universo cognitivo, percettivo e sociale dei giovani sedicenti “Leoni” del web. Questi rappresentano i proto-jihadisti che supportano e/o seguono nella stretta e continua interconnessione digitale, i “Soldati della Verità”, i combattenti al fronte, proiettando su di essi aspettative, pulsioni, desideri e giustificazioni.

In tal senso, si evidenziano brevemente alcuni aspetti significativi ancorché meritevoli di osservazione di lungo termine, come la produzione e post-produzione jihadista di alto livello in particolare relativamente alla sofisticazione narrativa cyber-mediale che ha consentito all’IS la forte oggettivazione del proprio brand-simbolo, della propria massa critica sollecitata da magazines patinati, molto simili nel layout e nel tenore comunicativo a quelli occidentali. Essi evidenziano un’attenta opera di targetizzazione dell’audience, che vede, ad esempio, per citare i prodotti più noti, da un lato il rilascio della rivista jihadista Dabiq, in cui si celebra il mito del combattente, la sua viralità, il machismo del mujahedismo, nonché la centralità della dottrina islamista per il foreign fighter e le fondamenta strategicoreligiose dello “Stato”. Al contempo, lo stesso IS rilascia la rivista Daral-Islam di evidente connotazione e contestualizzazione europea, in cui si promuove la reazione dei giovani delle periferie metropolitane, sottolineando l’importanza della donna nell’agire in favore della promozione del (neo-)Califfato.

Ulteriore elemento di novità e notevole preoccupazione all’interno del fenomeno del cyber-jihad è costituito dalla creazione spontaneamente determinata di una piattaforma comunicativa, il web, in grado di interconnettere tra di loro entità terroristiche concettualmente distanti e/o operanti in continenti diversi.
Occorre sottolineare, in tal senso, che ciò non avviene per mezzo di un canale/flusso comunicativo diretto ed esplicitato, bensì grazie ai “rimbalzi” mediali, alle condivisioni, ai feedbacks dei followers ottenuti nel web, in particolare attraverso Twitter. Ciò fa sì che per induzione possano accrescere la consapevolezza attoriale, il brand, le strategie e la capacità comunicativa delle singole entità, nonché il relativo interesse ad espandere la propria audience, soprattutto in ambito occidentale.

Da qui la necessità per le stesse di “post-brandizzare” gli eventi dei singoli spontaneisti, perfezionare la produzione di contenuti cyber-multimediali sempre più sofisticati, accattivanti ed impressionanti, non solo sotto il profilo della violenza e della crudeltà rappresentate, ma anche dell’appeal filmico-narrativo che gli stessi suscitano, con l’obiettivo ultimo di attestarsi su un piano (cyber-)evolutivo tale da consentirne non solo la piena (cyber-)emancipazione e determinazione tattica, ma ancor più l’attestazione ed il riconoscimento globale dati dalla capacità di weaponizzazione mediale, ossia di trasformare il proprio linguaggio, la propria rappresentazione in “arma di persuasione di massa”. In tal senso, ciò può essere riscontrato nella recente produzione e disseminazione sul web da parte dell’organizzazione terroristica filo-qaedista al-Shabaab – la prima in passato ad utilizzare Twitter come veicolo sia di supporto operativo che di propaganda -, del lungo mockumentary intitolato “The Westgate Siege – Retributive Justice” sull’attacco condotto a Nairobi nel settembre 2013, un tempo incredibilmente remoto secondo la logica del cyberspace. Ciò a testimoniare quanto sia assolutamente vitale oggi per le entità terroristiche, l’autorappresentazione in ambiente cyber, attraverso la costruzione ed il rinforzo della propria identità mediale globalizzata.

La competizione per il ruolo di protagonista nella mise en scène dell’orrore rappresentato per mezzo della spettacolarizzazione della violenza e della sua serializzazione è appena cominciata e raggiungerà una significativa dilatazione spontaneistico-attoriale nella deriva tattilo-operativa del terrorismo contemporaneo, non solo di matrice islamica.

Per tali motivi, nell’ottica di una attenta e fattiva strategia di osservazione ed analisi ai fini di prevenzione del verificarsi di episodi violenti di natura jihadista sul nostro territorio, occorre non “dragare” in modo indiscriminato la rete, stante anche la mole di informazioni presenti online, ma esplorare e monitorare in modo coerentemente orientato, secondo una fattiva analisi di contesto, il cyberspace nella sua multi/iperdimensionalità al fine di individuare soprattutto tra le giovani generazioni occidentali ed in particolare europee, i soggetti maggiormente esposti e/o vulnerabili a subire, più o meno volontariamente e/o consapevolmente processi di cyber-radicalizzazione spesso individualizzati.

Per fare ciò risulta ormai imprescindibile e necessario conoscere, comprendere e decodificare il linguaggio dei giovani attori del cosiddetto cyber-jihad, che a breve saranno – basti osservare ad esempio l’abbassamento dell’età media dei foreign fighters arruolatisi nelle fila dell’IS – non più dei digital natives bensì dei mobile born che grazie alla loro estrema dimestichezza e continuo utilizzo dei devices mobili, svilupperanno un (cyber-)linguaggio ed una (cyber-)socialità, sempre più specifiche ed “altre” rispetto a tutto ciò di preesistente, con una completa ridefinizione semantica e culturale delle categorie spaziotemporali fortemente rappresentative della percezione della realtà e della vision di futuro che gli stessi avranno.

Il continuo mutamento (cyber-)sociale e la velocità che allo stesso ha impresso lo sviluppo dell’infrastruttura che ancorché digitale risulta essere digi-culturale, o cyber-culturale. Da qui le chiavi per poter comprendere lo scenario, il linguaggio e le dinamiche terroristiche contemporanee sempre più contraddistinte da ciò che ritengo possa essere ragionevolmente concettualizzato come “avatarismo terroristico”. Tale nuovo concetto risulta particolarmente efficace a delineare un fenomeno che trova le sue radici non nella religiosità fondamentalista, non nella scolarizzazione nelle madrasse integraliste, ma nel nichilismo, nella frustrazione, nell’assenza di prospettive, nella disoccupazione, nello spirito di rivalsa e vendetta, nella marginalizzazione ed automarginalizzazione, nelle dinamiche culturali-conflittuali di seconda e terza generazione, nella fruizione incontrollata, talvolta patologicamente compulsiva dei social media, dei videogiochi “sparatutto” di urban warfare, dei video iperviolenti, della filmica hollywoodiana, della cultura fictionalizzata e serializzata dell’orrificazione, della necessità di avere valori simbolicamente riconoscibili a livello globale, nel desiderio autoritario di controllo e di potere, nel piacere sadico-voyeuristico di godere dell’altrui dolore, nonché di appartenere a qualcosa di immediatamente contraddistinguibile, soprattutto nel cyberspace. Ma è proprio questo senso di necessaria appartenenza a-geografica che ci deve far riflettere con attenzione.

Non si tratta di desiderio di affiliazione e/o di militanza, intesi come riconoscimento dell’essenza di un’ideologia e di un progetto strategico, al contrario come adesione spontanea, quindi senza vincoli, a simboli ed a narrazioni seducenti ed evocative spesso ai limiti dello pseudo-misticismo e della magia, quindi decisamente distanti non solo dalla radice comune della cultura e religione islamica, ma ancor più dall’interpretazione dogmatica e radicale dell’Islam. L’”avatarismo terroristico” si determina principalmente secondo due modalità. La prima diretta, ossia per mezzo dell’inculturazione ed auto-inculturazione terroristica all’interno della jihadisfera, grazie alla complessità che essa stessa rappresenta nell’insieme delle possibilità di fruizione dei contenuti open source presenti.

In tal caso il soggetto costruisce un Sé, una struttura identitaria propria, completamente difforme da quella che lo stesso esperisce quotidianamente nel mondo “reale”, fino a scegliere di abbandonare il proprio habitat per recarsi presso un training camp clandestino e poi eventualmente “arruolarsi” nell’IS, oppure compiendo direttamente questo secondo passaggio. La seconda modalità di avatarismo terroristico, invece, si ha quando l’utente online decide di seguire costantemente ed interattivamente, tramite social media, le gesta di un foreign fighter conosciuto e/o molto vicino in quanto coetaneo, amico, collega oppure avente la medesima esperienza di vita. Questa seconda modalità è favorita da un proliferare di profili facebook, blog, forum in cui sono presenti dettagliati resoconti fotografici e diari del combattente, ricchi di interviste ed approfondimenti, da fare invidia agli scritti dei grandi etnologi ed antropologi del passato.

L’avatarismo terroristico ci pone dinnanzi all’evidenza di un sistema complesso, multiforme ed estremamente dinamico caratterizzato da un definitivo abbandono dei modelli ideologizzati del terrorismo del secolo scorso, nonché della centralità all’interno degli stessi della progettualità strategica. L’idea ha superato l’ideologia, e la rappresentazione concreta – come nel caso dei recenti attacchi parigini – che essa possa essere trasformata in realtà (in-)mediatamente “pulsante” e violentemente serializzabile, attribuisce all’azienda un potere seducente e creativo mai visto prima.
Ciò a favore di una ipertrofica proiezione ed esplicitazione tatticoviolenta nel presente, che si realizzi in ogni modo purché sia ampiamente notiziabile e (cyber-) mediatizzabile, creando destabilizzazione, paura ed insicurezza.

Da qui, risulta evidente come per delineare con precisione i patterns comportamentali, le personalità e l’agire orientato degli attori – siano essi lupi solitari, supporters, aggregati molecolari, followers, foreign fighters, piccole cellule, suicidebombers, ed altro – del jihadismo globalizzato contemporaneo, occorra comprendere e disvelare gli assets cognitivi su cui sembrerebbe poggiare la comunicazione seducente e persuasiva online che rappresenta l’architettura portante dell’”infosfera terroristica”, i drivers motivazionali che innescano il processo di autoradicalizzazione nel cyberspace ed ancor meglio di “inculturazione terroristica”. Insomma, si deve capire al più presto che oggi la complessità sta al jihadismo contemporaneo come la semplicità sta al terrorismo ideologizzato del secolo scorso.

Tra i principali obiettivi da perseguire vi è l’individuazione degli elementi criminogenetici e criminodinamici, nell’ottica di una puntuale, efficace e razionalizzata attività di prevenzione, ove occorra comprendere le modalità di rappresentazione ed autorappresentazione del Sé nel contesto cyber-sociale jihadista e proto-jihadista, nella talvolta completa ridefinizione di categorie semantiche pregresse, dovuta alla pervasività comunicativa, allo sviluppo ed alla diffusione della comunicazione e dei digital devices.

Da qui la necessità di analizzare i processi di destrutturazione e ricostruzione identitaria dei nuovi “cavalieri”, i guerrieri jihadisti globalizzati, sempre tenendo ben presente l’esigenza di operare secondo direttrici transculturali, socio-criminologiche e mediologiche fortemente connesse a dinamiche (cyber-)genarazionali perché imprescindibilmente “saldate” alla contemporaneità.

Da qui l’ulteriore efficacia operativa, nell’osservazione del dibattito social proto-jihadista, dell’abbandono del concetto di appartenenza in senso militare, soppiantato da quello di massa critica, entro cui il soggetto pur riconoscendosi nell’entità collettiva, mantiene la sua centralità (cyber-)individualista che ha dato vita a fenomeni nuovi di autopercezione, eteropercezione e rappresentazione quali il selfism, nonché alle sue derivazioni reazionarie, situazioniste, devianti e/o criminali. Infine, risulta necessario ed urgente sviluppare strumenti, metodologie e tecniche ad hoc di (cyber-)HUMINT subculturale e multidimensionale, perché l’interazione avviene su di una pluralità di piattaforme che hanno linguaggi e criteri comunicativi tecno-mediati propri, ove gli elementi specificamente (cyber-)sociale e (cyber-)comportmentale risultano centrali in termini di creazione di conoscenza del fenomeno in questione, ai fini dell’analisi, prevenzione, contenimento e contrasto dell’evoluzione (cyber-)jihadista, oggi ma di entità criminali terroristiche ed eversive di prossima articolazione.

A cura di Dott. Arije Antinori, PHD Coordinatore CRI.ME LAB “Sapienza” Università di Roma.

Articolo pubblicato sulla rivista ICT Security – Marzo 2015

Arije Antinori

Coordinatore del CRI.ME LAB “Sapienza” Università di Roma

Criminologo e Sociologo della Devianza, EU Senior Expert on Terrorism and O.C. (EENeT, ECTC-AGOTP, CEPOL), Social Media Stratcom Expert, Analista Geopolitico ed OSINT.

PhD in Criminologia applicata alle Investigazioni ed alla Sicurezza, PhD in Scienze della Comunicazione”, Master di II Livello in Teorie e Metodi nell’Investigazione Criminale.

Direttore del Corso SFORGE di “Intelligence e analisi per la prevenzione e il contrasto del terrorismo”. Direttore di Ricerca presso il CeMiSS. Esperto relatore nell’ultimo Special Meeting del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su “Preventing the exploitation of information and communication technologies (ICT) for terrorist purposes, while respecting human rights and fundamental freedoms”.

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