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Il mondo dei nativi digitali

Nel moderno processo socio comunicativo che registra una sorta di un subbuglio globale – un “new world disorder” per usare il lessico di Ken Jowitt – si palesa la presenza una “società liquida”, colorita nei tanti saggi di Zigmunt Bauman, e caratterizzata dalle nuove tecnologie con un utilizzo schizofrenico degli strumenti elettronici di comunicazione.

Un momento di transizione in cui i media sono diventati il “massaggio” e non più, solo, il “messaggio”, come profeticamente anticipato nel lontano 1964 da Marshall Mc Luhan quando il sociologo si era interrogato sull’ “understanding media”.

Uno scenario complesso e variegato, fatto di “eserciti del selfie” e di “vorrei ma non posto” che introduce, la riflessione verso quel dubbio filosofico se, nel “villaggio globale” del web, lo smartphone sia più una sorta di appendice bionica che un “giocattolo tecnologico”, come aveva azzardato a supporre l’inventore del WEB Tim Berners Lee.

In questa chiassosa torre di babele si è diffuso a macchia d’olio, negli ultimi anni, il termine “digital natives”, un prestito linguistico inglese che non sempre trova adeguata rappresentazione semantica nella letteratura.

Si tratta di un conio linguistico attribuibile allo scrittore americano Mark Prensky il quale nel 2001, affrontando il delicato tema, titolò un articolo di approfondimento con la frase “digital natives, digital immigrants”.

Un concetto che include una fascia sociale nata a cavallo degli anni 2000 (più compiutamente i nati intorno al 1983 e diciottenni nel 2001), cioè quando la banda larga si è insinuata nella nostra quotidianità rivoluzionando il nostro status quo; a detta generazione si è aggiunta, poi, quella dei coloni digitali, quelle persone che hanno avuto una “infanzia televisiva” e sono nati prima del 1982.

Segue, dopo di questa, la generazione nata dopo il 1983 e che ha avuto un approccio più concreto con il digitale, a livello scolastico ed universitario, i c.d. immigrati accademici (detti concetti di suddivisione sono stati così classificati da Giuseppe Salgari nel corso di un recente approfondimento giornalistico).

Fino ad individuare i cinquantenni del nuovo millennio, quelli che hanno avuto un approccio pragmatico, di sovente autodidatta al digitale a cui si sono avvicinati per ragioni di lavoro, qui definiti immigrati lavorativi.

In questa suddivisione empirica va aggiunto un altro e comparto residuale, quello dei tardivi digitali,  una porzione di popolazione cresciuta senza un approccio alla tecnologia digitale, ed ancor meno a quella a portata di taschino e che oggi, nell’evoluzione della condivisione della cosa pubblica e dei servizi attraverso le smart cities  è ancor prima confuso e smarrito, piuttosto che scettico, rispetto all’uso delle nuove tecnologie di comunicazione divenute, ormai, parte integrante ed estensione degli “atti quotidiani della vita”.

Il processo evolutivo più recente è rappresentato dai digital kids, adolescenti multitasking in grado di svolgere una molteplicità di attività nel quotidiano: ad esempio ascoltando in cuffia l’iPod mentre leggono un ebook da un lettore da taschino, al tempo stesso facendo una ricerca sul tablet, chattando in una virtual room con il telefonino, mentre controllano nuove notifiche sull’ iWatch al polso facendo zapping con la smart TV.

Un ultimo stadio di evoluzione sociale adolescenziale è quello dei mobile born, quella fascia di infanti che sono nati con accanto alla culla i digital toys, imparando a conoscere fattezze, suoni e contenuti ridotti di smart phone e tablet;  strumenti dell’apprendimento, spesso a forma di telefonino, che i lattanti, ancor prima di parlare o camminare, utilizzano magari per massaggiare le gengive durante lo sviluppo della dentatura, o mentre mangiano le pappette scoprendo il belato di una pecora con il touch di uno schermo

Una generazione, quella dei nativi digitali e degli altri “abili” alla cyber navigazione, promotrice ed attrice di una stratificazione culturale, tecnologica e socio comunicativa complessa, oggi al centro del dibattito della comunità scientifica internazionale, lo si consideri da una focale sociolinguistica, da un distinguo criminalistico o, più semplicemente, da un standard di performance tecnica nel settore delle nuove tecnologie.

Il processo evolutivo dei nati nell’era di internet ha fatto, e farà, i conti con le dinamiche geopolitiche che hanno nel tempo condizionato i mercati internazionali e, gioco forza, determinato influenze globalizzanti: si è passati dal concetto di potenza talassocratica, fatta di gusci di noce a vela in mezzo al mare, all’avvento della propulsione a vapore ed alla ramificazione delle linee di comunicazione, prima attraverso le linee ferrate e dopo ancora ruotate, per poi passare al concetto di spazio aereo ed alla copertura della calotta terrestre con le onde elettromagnetiche.

Uno step interminabile, fino a quella contrapposizione dei “blocchi” e di una guerra fredda fatta più di bracci di ferro psicologici e di balletti delle intelligenze a confronto, che di progettualità sociopolitiche; un momento di stasi culturale ove la corsa agli armamenti nucleari e gli schieramenti missilistici contrapposti la hanno fatta da padroni, dalla “baia dei porci” alla “scarpa di Krushev” alle Nazioni Unite, in un “mutismo” delle relazioni internazionali e dei processi mass mediatici.

In questo scenario cupo, sulla falsa riga delle tecnologie di comunicazione strategica della Grande Guerra con le stringhe crittografate della macchina “enigma”, sarebbe nato un modello nuovo di linkage strategico, ARPANET, i prodromi del moderno web.

Il successivo disgelo tra potenze dell’Est e l’Occidente avrebbe poi determinato il nuovo corso, con una evoluzione irrefrenabile, da “Woostock fino al web”: un percorso che,  dalle bands della beat generation nel periodo di rivoluzione giovanile dei figli dei fiori, fatto di subliminalità del messaggio e di abbattimento di quei tanti muri come quello di Berlino, avrebbe portato all’avvento delle radio libere,  della televisione a colori,  fino ad impreziosirsi, negli anni a seguire, del mitico Commodore 64, anticamera della ragnatela di Tim Berners Lee.

In questo nuovo scenario virtuale le dinamiche socio comunicative tradizionali a cui eravamo abituati nella quotidianità fino agli anni ‘90, si sarebbero trasformate con l’avvento dei social media, stravolgendo i processi di interazione “faccia a faccia” e dei “giochi di faccia” di cui parlano Richard Hudson ed Edwin Goffman, con modalità di comunicazione sincrona ed asincrona attraverso internet.

Un’alchimia che, oggi, vede al centro degli interessi globali la sentiment analysis, una miscellanea che così tanto coinvolge e “sconvolge” le nuove generazioni, amplificando le devianze, le distorsioni, le sub e le controculture giovanili.

Si tratta di new addictions e devianze su cui  tecnici e profilers delle nuove tecnologie fanno business, dall’installazione nativa sui devices elettronici di maliziosi rootkit in grado di catturare gli “appetiti” dell’utente, fino al condizionamento subliminale del cybernauta con kookies silenti e sofisticati software che utilizzano protocolli di intelligent data meaning in grado di profilare ogni singolo afflato attraverso la tastiera, e rispedirlo al mittente di lì a poco in forma subliminale con un banner pubblicitario.

Una schizofrenia alimentata dalle spinte consumistiche delle lobbies multinazionali della comunicazione e dell’Hi-Tech miniaturizzata, che ha prodotto il fenomeno di dipendenza patologica dalle nuove tecnologie, descritto con il termine nomofobia, un acronimo che rimanda alla no-mobile fobia, cioè la paura di rimanere scollegato dalla rete mobile.

Una forma di panico, quella di rimanere senza il proprio device elettronico e senza quel collegamento dati che ci aggancia al mondo virtuale della rete, che sta espandendosi prepotentemente su tutte le fasce di utenti che, nel caschino della giacca, in borsa o nei jeans non sanno più fare a meno del proprio smartphone, ormai sempre più appendice bionica dell’individuo.

Quello delle dinamiche devianti nelle communities dei nativi digitali è un fenomeno collettivo che, in uno scenario socio criminale, può trovare esplicazione attraverso il concetto del c.d. “apprendimento sociale” e del processo di “emulazione” descritto da Jean Gabriel Tarde il quale, già nella seconda metà dell’800, aveva rilevato, dietro il comportamento criminale, la predominanza di fattori sociali, tra cui la socializzazione e l’imitazione.

Nel secolo scorso l’interpretazione di una devianza giovanile ha, poi, trovato compendio analitico nella psicologia topologica, attraverso la focalizzazione di quellospazio di vita contenente tutti i fatti possibili che siano idonei a determinare il comportamento di un individuo, secondo l’equazione: C = F (S), dove il comportamento (C) è una funzione (F) dello spazio (S) di vita.

Si tratta di un concetto di studio su cui si basa la c.d. “teoria del campo” di Kurt Lewin, che esamina le variabili del comportamento, della funzione, della personalità e dell’ambiente, ed ove è presente un orientamento che focalizza, anche, l’attenzione sulla motivazione, traducendo la rappresentazione di quelle variabili attraverso l’equazione matematica: C= f (P, A)  .

Ogni psicologia scientifica deve tener conto della situazione interna, cioè sia dello stato della persona che dell’ambiente” scriveva Lewin, spiegando la “teoria del campo” attraverso la metafora di un “campo fiorito” osservato da un soldato motivazionalmente interessato, nel corso di una battaglia, ad individuare una buca per rimanere defilato alla vista, piuttosto che prestare attenzione alle margherite e gli altri fiori sbocciati sul prato.

Ma, quando si parla di psicologia topologica e di spazi di vita, è necessario in generale considerare un’ ulteriore teoria, quella delle c.d. “finestre rotte”, attraverso cui George L. Kelling e James Q. Wilson, documentarono negli anni ’80  “le finestre rotte: la Polizia e la sicurezza dei quartieri”; una metafora, questa volta, rivolta a descrivere come gli slums abitativi soggetti a degrado siano ricettacolo ed enfatizzazione di devianze sociali: se un vetro si rompe e non si provvede alla sua riparazione,  conseguirà un degrado dell’intero complesso abitativo e, da qui, di degrado sociale.

Questa sfilza di nozioni criminalistiche fin qui annotate sono la base di partenza dell’evoluzione comunicativa e deviante dei giovani sulla rete:

  • Descrivendo Tarde e le sue teorie di due secoli addietro abbiamo visto come i media siano in grado di condizionare processi emulativi devianti; ecco allora cosa accade quando sulla rete, ad esempio, un’immagine palese o dai contenuti subliminali, un post, un commento, un link o una fake new diventano virali, generando effetti ridondanti e processi emulativi degenerativi, tra commenti negativi ed incitamenti all’odio ed alla distorsione generalizzata.
  • Dalla disamina di Lewin abbiamo visto, poi, come le variabili del comportamento, della funzione, della personalità, dell’ambiente e delle motivazioni siano in grado di incidere pesantemente sugli “spazi di vita” di un individuo. Consideriamo, allora, l’ambiente virtuale della rete, dove il comportamento è condizionato dall’assenza di “faccia” e la possibilità che il processo di interazione degradi per l’assenza di freni inibitori; dove la funzione può, spesse volte, essere fittizia o artefatta; dove l’ambiente virtuale è fortemente condizionato dal contesto dei partecipanti, così tornando a quella teoria dello stretto contatto di Tarde; dove la personalità è pesantemente condizionata dalla ghiotta opportunità di avviare processi di interazione in forma anonima e sfacciata, senza il rischio di “perdere la faccia”; ed ove, infine, le motivazioni dei conversanti possono, attraverso la modalità di interazione virtuale, degenerare tra interessi occulti, messaggi subliminali, doppi sensi ed equivoci.
  • L’ultima teoria di George L. Kelling e James Q. Wilson richiama il concetto di degrado all’interno di una comunità. Una distorsione che rimanda, in parte, al lessico di Zigmunt Bauman sulla “glocalizzazione”, cioè l’importanza, la dignitità referenziale o, più semplicemente, le criticità che una piccola realtà sociale sia in grado di palesare in un contesto più ampio. Da qui la proiezione verso una comunità virtuale, dove la casa e le sue finestre sono fatte da una struttura portante virtuale, tanto più sgradevole e degradata, quanto più i componenti di quella community siano propensi a renderla tale: ad esempio dall’immagine di copertina, magari inneggiante a richiami violenti come A.C.A.B. (all cops are bastard), ad immagini di degrado urbano, di volgari murales ed altri esempi di sub e controcultura spesso espresse dalla street art. Ecco spiegato come le dinamiche scientifico criminalistiche sulla devianza giovanile sono in grado di rispecchiarsi, da un approccio standard,  alle realtà virtuali del web,  nelle chat rooms, nei forum,  nelle communities e nei gruppi dei social networks.

Nel trattare, adesso, l’interazione virtuale sul web si immagini lo scorrere della situazione comunicativa sul display dove, nel mentre il mittente “sta digitando”, il destinatario – senza leggere – inizia a “scrivere sopra” rispondendo all’altro ancor prima di aver compreso il contenuto del messaggio ricevuto: un po’ come il parlar sulla voce dell’altro – in spregio alle più elementari regole linguistiche – modulando i tratti paralinguistici, non più alterando la timbrica o le pause, bensì utilizzando frasi in maiuscolo, messaggi brevi ed in rapida successione, o emoticons di circostanza.

Dinamiche comunicative che, che nelle interazioni virtuali, come quelle internettiane, si sono adattate al contesto tra i conversanti, sia esso a due o in una chat room di gruppo, in una miscellanea di criticità e di incomprensioni che, spesse volte, determinano il degrado della comunicazione, con modulazioni linguistiche anche sgradevoli, l’utilizzo di lessici, sintesi convenzionali e slang che generano fraintendimenti, fino al ricorso a tecnologie di privacy che portano ad isteriche modifiche delle impostazioni di sistema, dal “ti tolgo l’amicizia”, “ti blocco”, “oscuro la condivisione con te”, e così via.

Processi interattivi virtuali che fanno ricorso a quei tratti para ed extralinguistici tradizionali, rimodulandoli  affinchè non rimangano tratti smarriti, bensì coloriti “indicatori” descritti con disegni e simboli emozionali stereotipati dalle comunità digitali sugli schermi dei devices portatili e sulle tastiere dei pc che, con i nativi digitali, stanno regalandoci un nuovo modo di comunicare, spesso attraverso la genialità di sintesi degli adolescenti, con un conio autoregolamentativo affascinante, sintetico, chiaro e ricco di emozioni.

Un po’ come quel “mondo bellissimo” e variopinto fatto di Brif, Bruf, Braf, con cui Gianni Rodari aveva descritto il linguaggio dei nostri bimbi: << Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri. “Brif braf”, disse il primo.  “Braf brof” rispose il secondo. E scoppiarono a ridere. Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva. “Come sono sciocchi quei bambini”, disse la signora. Ma il buon signore non era d’accordo: ” Io non trovo”. “Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto”. “E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: ‘che bella giornata’. Il secondo ha risposto: ‘domani sarà ancora più bello’.” La signora arricciò il naso ma stette zitta, perchè i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua. “Maraschi, barabaschi, pippirimoschi”, disse il primo. “Bruf”, rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due. “Non mi dirà che ha capito anche adesso”, esclamò indignata la vecchia signora. “E invece ho capito tutto”, rispose sorridendo il vecchio signore. Il primo ha detto: “come siamo contenti di essere al mondo”. E il secondo ha risposto: “il mondo è bellissimo”. “Ma è poi bello davvero?” insisté la vecchia signora.
“Brif bruf braf”, rispose il vecchio signore>>

A cura di: Michele Di Stefano

Dottore in Giurisprudenza,  in Comunicazione Internazionale,  specialista in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni ed esperto in Criminologia, è un appartenente ai ruoli della Polizia di Stato.

Si interessa da oltre venti anni di tecnologie avanzate nelle intercettazioni audio video e localizzazioni, con approfondite ricerche nel settore della comunicazione in ambito investigativo e forense.

E’ esperto di balistica a tiro curvo, di topografia e cartografia militare, di analisi e profiling, con specializzazioni in campo nautico, subacqueo e nel settore delle operazioni investigative speciali sotto copertura.

Ha maturato esperienza trentennale nella P.A. presso i Ministeri della Difesa, del Tesoro ed Interno, è stato formatore e componente di comitati scientifici di  alcuni atenei,  scuole internazionali di management e di riviste di informazione e formazione giuridica, nel settore delle scienze criminologiche applicate alle investigazioni, all’intelligence ed al contrasto al terrorismo.

Autore di più lavori originali e pubblicazioni scientifiche ex art. 67 DPR 3.5.1957 n. 686,   collabora con diverse riviste giuridiche e periodici d’informazione.

Vincitore nel 2012 dell’ XI concorso internazionale “Domenico Aliquò” per la sezione saggistica-giornalistica.

Ha ricevuto nell' anno 2013 il premio internazionale "Professionisti di Calabria per la letteratura".

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